In un indeterminato “impero”,
una campagna di scavi archeologici
è sul punto di gettare la
luce sul passato della nazione. Una
giovane storica, Martabea Gaeldish,
è incaricata di presiedere alla
divulgazione della ricerca, con l’intento
esplicito di trasformarla nella
narrazione di un’epica nazionale.
La storia dei morgondi, dei quali
l’impero rivendica l’ascendenza, si
presta a questa operazione politica
e identitaria: un popolo guerriero
di navigatori e cacciatori di balene,
costruttori di enormi edifici e di
raffinate opere d’arte. Ma gli scavi
portano a scoprire testimonianze
del tutto incompatibili con questa
narrazione. Mentre dal passato
si staglia l’ombra di una colpa
mostruosa, tra il sovrano e la ricercatrice
si instaura una relazione
ambigua, nella quale l’A. esplora la
tensione tra la ricostruzione della
storia, la dominazione maschile
e l’esercizio del potere politico.
Il romanzo si dipana allora come
la storia del rapporto tra un’intellettuale
e un despota e ricorda esplicitamente le vicende delle
classi intellettuali nei totalitarismi
novecenteschi, con tutto il loro corollario
di servilismo, repressione
e ricerca della libertà. La protagonista
vive in una gabbia dorata,
beneficata con generosità dal
sovrano e, al tempo stesso, trasformata
da ricercatrice a funzionaria
della propaganda di Stato, finché
questa contraddizione non esplode
nella coscienza della donna. Un
altro personaggio, invece, anch’egli
studioso al servizio dell’imperatore,
si identifica nell’opera di falsificazione
storica fino a ripensare
la propria stessa identità secondo
i nuovi canoni culturali proposti
dall’establishment, improntati a
un’etica virile e autoritaria.
Se il rapporto tra intellettuali e
potere è uno dei poli del romanzo, il secondo è certamente la ricostruzione
politica della storia: un
tema attuale, se si pensa, ad
esempio, a narrazioni
nazionaliste che
ispirano vari movimenti
politici
in Europa e
negli Stati
Uniti. Perrin
sembra
ricordarci
che l’identità
di un popolo
spesso si
costruisce tanto
su ciò che ricorda
della propria storia,
quanto su quello che
sceglie di dimenticare. Ma
proprio questa constatazione
sollecita una riflessione sul fatto
che una società libera ha anche
bisogno di una narrazione onesta
e plurale della propria storia, senza
omissioni, senza semplificazioni
rassicuranti e, soprattutto, senza
che il campo della ricerca storica
venga occupato dalle guerre
culturali.
I suoni ancestrali è
un romanzo ibrido,
tra ucronia
e narrazione
realistica,
altamente allegorico,
basato
su una
scrittura lirica
ed evocativa,
non priva di
eccessi barocchi,
che raggiunge
il proprio scopo
nella misura in cui “dà
a pensare” e ci interroga sul
modo in cui noi stessi costruiamo
le nostre identità (sociali, etniche,
di genere) in base al modo in cui le
memorie del passato ci vengono
collettivamente trasmesse.