I suoni ancestrali

Perrine Tripier
Edizioni e/o, Roma 2025, pp. 181
Scheda di: 
Fascicolo: novembre 2025

In un indeterminato “impero”, una campagna di scavi archeologici è sul punto di gettare la luce sul passato della nazione. Una giovane storica, Martabea Gaeldish, è incaricata di presiedere alla divulgazione della ricerca, con l’intento esplicito di trasformarla nella narrazione di un’epica nazionale. La storia dei morgondi, dei quali l’impero rivendica l’ascendenza, si presta a questa operazione politica e identitaria: un popolo guerriero di navigatori e cacciatori di balene, costruttori di enormi edifici e di raffinate opere d’arte. Ma gli scavi portano a scoprire testimonianze del tutto incompatibili con questa narrazione. Mentre dal passato si staglia l’ombra di una colpa mostruosa, tra il sovrano e la ricercatrice si instaura una relazione ambigua, nella quale l’A. esplora la tensione tra la ricostruzione della storia, la dominazione maschile e l’esercizio del potere politico. Il romanzo si dipana allora come la storia del rapporto tra un’intellettuale e un despota e ricorda esplicitamente le vicende delle classi intellettuali nei totalitarismi novecenteschi, con tutto il loro corollario di servilismo, repressione e ricerca della libertà. La protagonista vive in una gabbia dorata, beneficata con generosità dal sovrano e, al tempo stesso, trasformata da ricercatrice a funzionaria della propaganda di Stato, finché questa contraddizione non esplode nella coscienza della donna. Un altro personaggio, invece, anch’egli studioso al servizio dell’imperatore, si identifica nell’opera di falsificazione storica fino a ripensare la propria stessa identità secondo i nuovi canoni culturali proposti dall’establishment, improntati a un’etica virile e autoritaria.

Se il rapporto tra intellettuali e potere è uno dei poli del romanzo, il secondo è certamente la ricostruzione politica della storia: un tema attuale, se si pensa, ad esempio, a narrazioni nazionaliste che ispirano vari movimenti politici in Europa e negli Stati Uniti. Perrin sembra ricordarci che l’identità di un popolo spesso si costruisce tanto su ciò che ricorda della propria storia, quanto su quello che sceglie di dimenticare. Ma proprio questa constatazione sollecita una riflessione sul fatto che una società libera ha anche bisogno di una narrazione onesta e plurale della propria storia, senza omissioni, senza semplificazioni rassicuranti e, soprattutto, senza che il campo della ricerca storica venga occupato dalle guerre culturali.

I suoni ancestrali è un romanzo ibrido, tra ucronia e narrazione realistica, altamente allegorico, basato su una scrittura lirica ed evocativa, non priva di eccessi barocchi, che raggiunge il proprio scopo nella misura in cui “dà a pensare” e ci interroga sul modo in cui noi stessi costruiamo le nostre identità (sociali, etniche, di genere) in base al modo in cui le memorie del passato ci vengono collettivamente trasmesse.

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