Grandi e vulnerabili: una riflessione in occasione della Cop24

12/12/2018
Il Jesuit European Social Centre (JESC), rete dei centri dei gesuiti che in Europa sono impegnati nell'apostolato sociale, pubblica periodicamente una newsletter sui temi ambientali, Eco-bites. L'ultimo numero è focalizzato principalmente sulla Cop24, la Conferenza ONU sui cambiamenti climatici in corso a Katowice (Polonia), dal 2 al 14 dicembre, e, tra i vari contenuti, dà spazio anche al documento sul climate change elaborato dalla Rete CepEA, di cui fa parte Aggiornamenti Sociali. Di seguito pubblichiamo (in una nostra traduzione dall'inglese) l'editoriale del gesuita irlandese Edmond Grace SJ, che fa parte del team del JESC. 


Chi guida il mondo? Il nostro mondo sta cambiando e la natura stessa della leadership sta cambiando. Non molto tempo fa questa domanda avrebbe evocato immagini di "grandi" nazioni o la questione del primato tecnologico di un certo Paese. Dirigere il mondo è una questione di potere, ma oggi ci sono nazioni nel mondo che non possiamo permetterci di ignorare, non perché siano potenti ma perché sono vulnerabili. E la loro vulnerabilità ha a che fare con il nostro futuro.

Il G20 (la G sta per Grandi?) nei giorni scorsi ha attirato l'attenzione del mondo in occasione del summit a Buenos Aires, ma c'è un gruppo che si definisce V20 (dove la V sta per Vulnerabili). Il Climate Vulnerable Forum, composto da Paesi come Afghanistan, Barbados, Vietnam e Fiji, ha recentemente diffuso la Dichiarazione di Jumemmej. 

Usando la parola jumemmej i V20 hanno attinto alla tradizione popolare di uno dei loro membri più piccoli, le Isole Marshall, che ha una popolazione di 53mila abitanti distribuiti tra 29 atolli corallini nel Pacifico. La parola è presa dal mondo della marineria e rappresenta un richiamo all'azione e alla vigilanza contro le minacce.

Immaginate come dev'essere stare su una zattera mentre vi dirigete verso una destinazione che è oltre l'orizzonte. Forse il tempo è buono, con una brezza perfetta e nemmeno una nuvola in cielo, ma, anche in questo mondo inondato di sole, non riuscite a trovare la direzione giusta. Il mondo potrebbe sembrare immobile ma né il cielo sopra di noi né il mare sotto di noi sono così pacifici come sembrano. Dobbiamo essere vigilanti. E così è sul nostro pianeta, anche nei luoghi più accoglienti. Altrove ci sono tempeste e dobbiamo prestare attenzione ai segnali di pericolo, ascoltare le storie che vengono raccontate e dare il giusto peso a parole strane come jumemmej.

Il 22 novembre il V20 ha indirizzato la "Dichiarazione di Jumemmej" alla Conferenza delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici di Katowice, la COP24. Parla di «un segnale forte per tutte le nazioni, e per gli attori non statali, per contribuire a promuovere obiettivi ambiziosi». La parola "ambizione" è usata quattro volte in una dichiarazione di mezza pagina. Dice molto. Dice che parlare non è più sufficiente e che il futuro ci chiederà conto di quanto abbiamo fatto.

Tutti i segnali arrivati dal G20 di Buenos Aires indicano che l'ambizione non era in cima all'agenda, se si eccettua il desiderio delle grandi potenze di essere sempre più grandi e più forti. In un tempo non così lungo questo atteggiamento "machista" sarà oscurato dalla sfida del cambiamento climatico e del riscaldamento globale. Quando guarderemo indietro a questi due incontri del 2018 - il V20 del 22 novembre e il G20 otto giorni dopo - uno di questi sarà ricordato come un summit di persone potenti che avevano poco da dire, tra loro e al resto del mondo. L'altro sarà ricordato come la voce di una autentica leadership.

Edmond Grace SJ
12 dicembre 2018
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