Affrontare i problemi dell’ambiente richiede di mettere a punto nuovi strumenti di governance globale. Le reti che uniscono le città paiono uno strumento promettente per un’azione efficace.
Prima che l’uragano Sandy a fine ottobre colpisse la costa orientale
degli Stati Uniti, le questioni ambientali non avevano occupato molto
spazio nella campagna dei candidati in corsa per la Casa Bianca –
nemmeno di Barack Obama, alfiere nel 2008 della green economy –, perché
ritenute di intralcio rispetto all’obiettivo della ripresa economica.
Ma «dopo Sandy il cambiamento climatico è entrato prepotentemente negli
ultimi giorni di campagna elettorale» (Clini C., «Perché serve
investire sull’ambiente», in
Corriere della Sera, 3 novembre 2012). A quanto pare,
le
questioni ambientali riescono a “bucare” l’agenda mediatica e,
soprattutto, quella politica solo in presenza di eventi calamitosi di
portata straordinaria.
In assenza di catastrofi, l’attenzione riservata dall’opinione
pubblica a questi temi è purtroppo scarsa, anche in occasione di
appuntamenti internazionali che cercano di adattarsi alle crisi
ambientali e trovare percorsi di crescita sostenibile. È il caso della
COP 18 (Conferenza delle Parti), in corso dal 26 novembre al 7 dicembre
2012 a Doha (Qatar), l’annuale appuntamento tra i quasi 200 Stati
firmatari della Convenzione quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti
climatici (cfr <
http://unfccc.int>; <
www.cop18.qa>).
Lo stesso è accaduto al più importante appuntamento ambientale
dell’anno, la Conferenza delle Nazioni Unite sullo sviluppo sostenibile
(Rio de Janeiro, 20-22 giugno 2012), nota come “Rio+20” perché
celebrava il ventesimo anniversario del vertice ambientale tenutosi
nella città brasiliana nel 1992, la Conferenza delle Nazioni Unite
sull’ambiente e lo sviluppo, conosciuta anche come Summit della Terra.
Se un tempo i vertici internazionali contribuivano alla presa di
coscienza delle problematiche ambientali, ora sembrano produrre «un
effetto indesiderato, quello di un rumore di fondo da cui è difficile
estrapolare le emergenze reali» (Tozzi M., «Rio+20, è finito il tempo
dei summit» in
La Stampa, 23 giugno 2012). Pur vivendo in un’era di reti e di scambi senza precedenti,
i risultati raggiunti dai vertici più recenti, primo fra tutti Rio+20,
appaiono al di sotto delle aspettative, contribuendo a generare un
crollo della fiducia nei processi di soluzione dei problemi globali, oltre che un diffuso cinismo riguardo alla cooperazione ambientale globale.
L’accoppiata tra catastrofi ambientali sempre più gravi e
fallimento dei vertici dedicati alla questione suscita interrogativi
che, nei limiti di un editoriale, proviamo ad ascoltare. L’ecologia
pone in modo chiaro una serie di problemi che la accomunano ad ambiti
almeno altrettanto caldi a livello globale, dalla finanza alle
migrazioni, e che condividono la caratteristica di emergere solo nei
momenti di crisi, per poi ricadere nel dimenticatoio. Da questo punto
di vista, le questioni ambientali possono quindi rappresentare un
terreno per la sperimentazione di modi di procedere applicabili ad
altre questioni cruciali.
Infine, mettere mano all’agenda ambientale richiede di misurarsi
con le domande, i criteri e le prospettive in base ai quali valutare le
proposte politiche: un esercizio utile alla vigilia di elezioni
regionali e nazionali, spesso chiuse in un’ottica miope di giochi di
potere locali.
La governance ambientale globale
Che cosa è successo nel volgere dei vent’anni che separano il
Summit della Terra da Rio+20? Nel 1992 la politica seppe mettersi un
passo avanti all’economia e all’opinione pubblica, prendendo decisioni
ambiziose (ad esempio la Convenzione sul clima, da cui nascerà il
Protocollo di Kyoto, la Convenzione sulla biodiversità, l’Agenda 21),
mentre oggi ha mostrato il suo volto peggiore: élite nazionali
prigioniere delle lobby economiche, paralizzate da veti incrociati e
incapaci di cogliere l’urgenza di scelte che mettano l’ambiente al
centro del presente e del futuro.
In questi vent’anni, una volta archiviato il bipolarismo ideologico
Est-Ovest con la caduta del Muro di Berlino, è cambiato profondamente
lo scenario geopolitico: il mondo si è globalizzato e alcuni Paesi
emergenti, quali Cina, India e Brasile, hanno acquisito una forza
economica e politica che permette loro di negoziare alla pari con
l’Occidente. Nasce in questo contesto la questione della governance
ambientale globale, un’espressione oggetto di definizioni discordanti,
riguardanti la ricerca di nuove modalità di articolazione dell’insieme
di attori e processi che concorrono alla gestione dell’ambiente a
livello internazionale; in un mondo globalizzato, dove le ricette della
diplomazia intergovernativa non sono più adeguate, la
governance ambientale globale prova a tenere conto della molteplicità
dei luoghi e degli attori coinvolti, sostiene il decentramento dei
processi decisionali e privilegia sistemi di controllo più flessibili e più etici, fondati su un partenariato aperto tra le parti in causa.
Oltre che dai Paesi che si affacciano prepotentemente
sull’orizzonte geopolitico globale, questi vent’anni sono segnati
dall’emergere di nuovi attori globali ma non statuali, mentre quelli
tradizionali modificano il proprio comportamento; insieme acquistano una
forza negoziale inimmaginabile fino a pochi anni fa, che riduce
inesorabilmente il ruolo degli Stati.
Un indubbio protagonista di questo nuovo scenario sono le imprese
multinazionali, un gruppo molto eterogeneo e caratterizzato da
atteggiamenti ambivalenti nei confronti della governance ambientale: in
media hanno aumentato la loro sensibilità per i problemi ecologici,
anche perché vi sono state spinte (ad esempio attraverso i boicottaggi)
o attirate (dalla prospettiva della green economy). Allo stesso tempo,
nei loro confronti è cambiato l’atteggiamento degli altri attori
coinvolti e questo ha permesso forme di interazione diverse dallo
scontro. Le multinazionali esercitano il loro potere con varie
modalità, dalla possibilità di intavolare trattative con i Governi, al
ricorso a una notevole capacità finanziaria per stringere alleanze (sia
all’interno del mondo del business, come nel caso delle lobby
internazionali, sia all’esterno, verso Governi e ONG), agli
investimenti in ricerca, che possono non solo trovare soluzioni per i
problemi ambientali, ma anche stabilire ciò che è tecnicamente ed
economicamente fattibile.
Un secondo gruppo di attori ha acquisito un certo peso: le reti di
esperti, che grazie alla loro competenza giocano un ruolo importante,
purché non facciano dimenticare che la scienza è solo uno degli
ingredienti di una governance ambientale legittima e democratica. Le
agenzie indipendenti e gli uffici internazionali sono diventati sempre
più autonomi rispetto ai loro committenti (i Governi che li hanno
creati).
Meritano poi particolare attenzione le ENGO (Environmental Non
Governative Organizations, Organizzazioni non governative ambientali),
che nel 1972 alla prima conferenza dell’ONU sull’ambiente di Stoccolma
erano una decina, e ora sono migliaia. Dal WWF al Worldwatch Institute,
le ENGO dispongono di strumenti, mezzi e personale specializzato
talvolta superiori a quelli della maggior parte delle istituzioni
pubbliche che si occupano di ambiente a livello internazionale.
È facile quindi intuire che la novità nel campo della governance
ambientale globale non è semplicemente dovuta alla crescita numerica
degli attori coinvolti, ma anche all’aumento della loro capacità
negoziale nelle dinamiche decisionali. Crescono dunque la complessità,
la frammentazione e, di conseguenza, la necessità di elaborare forme di
cooperazione differenziate e sempre più sofisticate tra i diversi
attori in gioco: è questa la sfida della governance ambientale globale.
Governare la governance?
Il termine “governance” ha una valenza descrittiva: punta a
identificare gli attori e i meccanismi di funzionamento dei processi
decisionali, e la direzione del loro cambiamento (governance come
struttura); al tempo stesso ha anche un’accezione normativa (governance
come azione), che ha di mira le strategie per indirizzare quei
processi in una determinata direzione, o almeno per influire al loro
interno, a partire proprio dalla fragilità e inadeguatezza dei
tradizionali strumenti di politica fondati sugli Stati nazionali.
Da un lato quindi il concetto di governance ci conduce ad assumere
la situazione presente così com’è e ci invita a superare le nostalgie
per un mondo politico che non esiste più; dall’altro evidenzia due
questioni, fondamentali e complementari: quelle della leadership e
della dinamica delle istituzioni ambientali, troppo spesso bloccata.
Dal punto di vista della leadership, è evidente come la governance
ambientale degli ultimi anni soffra di un grave deficit. Nonostante i
capi di Stato e di Governo si dichiarino convinti della necessità di
agire immediatamente per contrastare i cambiamenti climatici e
promuovere la green economy, nessuno si assume la
responsabilità di fare il primo passo nella direzione di uno sviluppo
concretamente più sostenibile a livello globale. Per un certo
periodo a partire dal Summit della Terra, l’UE aveva saputo svolgere
egregiamente questo ruolo, che tuttavia si è fortemente indebolito negli
ultimi anni.
Dal punto di vista istituzionale, preso atto delle fatiche a cui i
vertici vanno regolarmente incontro, è stata formulata una serie di
proposte di nuove architetture istituzionali, dotate degli strumenti
necessari per essere efficaci. Tra queste, ricordiamo ad esempio il
tentativo di superare la frammentazione del lavoro tra i segretariati
indipendenti istituiti da ciascuna convenzione ambientale globale con
processi di accorpamento, e, soprattutto, le proposte per trasformare
l’UNEP (Programma delle Nazioni Unite per l’ambiente) in una vera e
propria agenzia, come l’OMS (Organizzazione mondiale della sanità) o
l’OIL (Organizzazione internazionale del lavoro), dotata di risorse
umane e finanziarie adeguate e ben più ingenti di quelle di cui oggi
dispone e a cui i Governi potrebbero trasferire alcune competenze
ambientali. Questa prospettiva non convince fino in fondo, anche sulla
base delle giuste critiche che spesso l’operato delle grandi agenzie
internazionali suscita. Certo rendere più efficienti e organizzate le
strutture internazionali è un primo passo, ma non può bastare.
Serve un modo nuovo di far politica e di articolare,
valorizzandole, le sfere di potere che i diversi attori stanno
imparando a utilizzare, in modo che i problemi ambientali
siano affrontati avendo di mira il bene comune globale e che le
soluzioni abbiano una legittimità democratica sufficiente ad assicurarne
un’efficace attuazione. L’alternativa, come si vede fin troppo spesso,
è lo stallo dei processi decisionali, con esiti anarchici e il
conseguente rischio che prevalga la legge del più forte.
Esercizi di cosmopolitismo locale
Al momento non disponiamo di modelli di governance globale capaci
di rispondere al bisogno di alternative a quelli tradizionali che ormai
girano a vuoto. Ci sembra però che la gestione delle crisi ambientali e
i relativi processi di governance contengano indicazioni quanto meno
suggestive, ad esempio nella direzione della riarticolazione di locale e
globale. Infatti, per la maggior parte delle problematiche ambientali
gli standard globali vanno sviluppati e messi in pratica sul piano
locale, mentre per elaborare norme globali sono richieste decisioni e
pratiche locali. Diventa quindi necessario elaborare politiche che
coinvolgano contemporaneamente tutti i livelli: subnazionale, nazionale,
continentale e globale, con un potenziale di conflitto e di sinergia
tra i diversi livelli di governance.
In base a queste constatazioni un nuovo modello di governance ambientale potrebbe essere definito quello del “cosmopolitismo locale partecipativo”.
La dimensione cosmopolita entra in gioco nel momento in cui ci si
riconosce cittadini del mondo, legati agli altri da doveri che
prescindono dalle differenze di nazionalità. Peraltro, questa
dimensione ben si sposa con le questioni ambientali, per lo più
transfrontaliere: si pensi all’inquinamento atmosferico o ai
cambiamenti climatici, che non si limitano a investire una determinata
area. Il localismo invece è dettato dal fatto che viviamo in una
determinata porzione di Terra, seppure variabile, e che le nostre
azioni hanno ricadute immediate prima di tutto sul luogo in cui siamo.
La dimensione della partecipazione sottolinea la necessità di
collocare qualunque nuova dinamica di governance ambientale
nell’esercizio di una democrazia partecipativa e non più solo
rappresentativa: pensiamo a quanto cambierebbe la fisionomia
dei grandi vertici, oggi incapaci di portare frutto, se cadesse la
separazione tra il versante rappresentativo (quello dei Governi e degli
Stati) e quello partecipativo dei forum delle reti sociali, che sempre
più spesso si svolgono in contemporanea, nella stessa città e
affrontando gli stessi temi, ma senza incontrarsi mai. La
partecipazione inoltre implica un’opzione forte per la promozione della
giustizia, poiché mira a dare spazio alle istanze di tutti,
soprattutto di coloro che non hanno voce e che sono più esposti alle
conseguenze delle catastrofi ambientali.
In questa prospettiva ci pare che meriti seguire con particolare
attenzione il livello locale urbano. Le città sono i luoghi più
vulnerabili nei confronti degli eventi climatici estremi, in esse si
concentrano persone e beni che richiedono ingenti risorse energetiche e
alimentari e hanno, pertanto, un ruolo strategico. «Le città stanno già
dimostrando di rivestire un ruolo di leadership, attraverso la
condivisione di informazioni, progetti e soluzioni. Città e sindaci non
possono permettersi di aspettare: sono una forma di governo che, per
definizione, richiede azione. Le istituzioni internazionali, sotto la
guida dell’OCSE, sono attivamente impegnate nella ricerca di come
sostenere la loro azione» (Hammer S. et al., «Cities and Green Growth: a
Conceptual Framework», OECD Regional Development Working Papers 2011/08, OECD Publishing, 92).
Esistono diverse esperienze di città che si sono messe in
rete per raccogliere la sfida di ridurre le emissioni climalteranti e
di migliorare la qualità della vita dei propri cittadini. Solo per citare alcuni esempi, ricordiamo C40 Cities per le metropoli globali <www.c40cities.org>, o ICLEI – Local Governments for Sustainability, una rete globale di più di mille città, associazioni e Paesi <www.iclei.org>. Nell’UE è attivo il Patto dei Sindaci <www.pattodeisindaci.eu>,
che ha raccolto più di 4.400 adesioni, in rappresentanza di oltre 170
milioni di abitanti, attorno all’impegno di aumentare l’efficienza
energetica e l’utilizzo di fonti energetiche rinnovabili. A livello
nazionale citiamo l’Associazione dei Comuni virtuosi <www.comunivirtuosi.org>,
che raccoglie i municipi impegnati a ridurre l’impatto ambientale e a
migliorare la qualità della vita attraverso progetti alternativi di
mobilità, gestione dei rifiuti e utilizzo del suolo.
Le città rappresentano anche un livello di ambito spaziale per il
quale è realistico immaginare forme concrete di democrazia
partecipativa. Gli esempi non mancano, e la Rivista vi ha dedicato più
volte la propria attenzione (cfr, ad esempio, il contributo «Democrazia
deliberativa» alle pp. 885-889 di questo numero). Proprio per la
possibilità di sfruttare nuovi strumenti partecipativi, le città
dispongono di un potenziale di efficacia che manca forse ad altri
livelli. «Se aspettiamo i governi, sarà troppo poco e troppo tardi. Se
agiamo da soli, sarà troppo poco. Ma se lavoriamo alla scala di
comunità, può essere abbastanza e appena in tempo», ha dichiarato Rob
Hopkins, fondatore di Transition Towns <www.transitionnetwork.org>;
il concetto di transizione indica un processo continuo, che muove sia
dall’alto che dal basso, nel piccolo come nel grande Comune, nel
quartiere come nella città metropolitana, per ridurre la vulnerabilità
agli choc energetici, climatici, alimentari.
In campo ambientale, ma non solo, la desolazione di fronte alla
gravità dei problemi, l’incapacità di elaborare soluzioni, il
disorientamento rispetto alla pluralità di attori e di poteri rischiano
di paralizzare. Eppure questa frammentazione, con tutti i suoi limiti,
consente preziose sperimentazioni. Ci pare quindi promettente dare
fiducia al confronto e alla messa in rete tra microsistemi locali, che
permettono la partecipazione di diversi attori (pubblici e privati,
locali e globali), che possono verificare in concreto la percorribilità
di proposte elaborate a livello globale, mettere in campo competenze
“fresche”, innovative e non viziate e che, insieme e in rete, possono
rappresentare uno strumento per orientare le politiche ambientali anche
sulla più ampia scena internazionale. Uscire dal provincialismo
mediatico, istituzionale e politico senza perdere il contatto con il
territorio è una lezione da cui può derivare una maggiore innovazione
non solo della governance ambientale, ma del modo di fare politica.