Ecologia e ambiente nei programmi elettorali

Andiamo alle urne nel contesto di una grave crisi energetica, che tiene banco nella comunicazione politica, ma anche in quello di una crisi climatica che invece ha ricevuto scarsa attenzione in campagna elettorale, ma già incombe, come dimostra, ad esempio, la siccità dell’ultimo anno. In che modo i principali partiti e schieramenti intendono affrontare la questione ambientale? Diamo uno sguardo sintetico ai programmi elettorali, per poi lasciare spazio all’espressione di alcuni criteri per una loro valutazione.

 

I principali punti toccati dai programmi

a cura della Redazione di Aggiornamenti Sociali

 

Prima di entrare nei contenuti, segnaliamo una differenza nel format dei programmi: quelli di Terzo Polo, Alleanza Verdi Sinistra e Partito democratico presentano proposte dettagliate in materia ambientale e riflettono un certo sforzo argomentativo, tale da rendere possibile una valutazione di merito delle proposte e un confronto critico; invece i “15 punti” della coalizione di centrodestra e il programma del Movimento 5 stelle sono estremamente succinti e sembrano esprimere orientamenti generali, più che piani d’azione concreti.

Fatta astrazione, per quanto possibile, da questa differenza, notiamo una convergenza trasversale su alcuni macrotemi: la transizione energetica, che comporta un robusto investimento sulle fonti rinnovabili, il contrasto alla crisi idrica mediante l’efficientamento delle reti, la mappatura del rischio idrogeologico, l’economia circolare, la promozione del trasporto pubblico.

Le differenze emergono soprattutto per quanto riguarda tempi e modalità della transizione energetica. La coalizione di centrodestra e, in termini più dettagliati, il Terzo Polo propongono di investire, almeno a breve termine, sul gas nazionale, per progettare successivamente un mix di rinnovabili ed energia nucleare. Quest’ultima opzione, invece, viene radicalmente rifiutata dal centrosinistra, che punta in termini più decisi verso soluzioni basate sulle fonti rinnovabili. L’Alleanza Verdi Sinistra si spinge a proporre di accelerare la transizione, per rendere l’Italia libera da fonti fossili entro il 2045, anticipando la scadenza dell’UE (2050). Anche il M5S, seppure in termini poco chiari, punta a una produzione energetica basata su fonti rinnovabili. La questione energetica si conferma come il tema più sensibile, rispetto al quale, già nei prossimi mesi, si accenderà il dibattito e la nuova compagine di Governo dovrà assumere decisioni importanti.

Valutare i programmi elettorali dei partiti richiede necessariamente di adottare alcuni criteri e orientamenti di valore. A questo riguardo, offriamo qui le considerazioni di due commentatori, le cui riflessioni si intrecciano.

 

Giustizia sociale, sussidiarietà e sguardo sistemico

Giorgio Osti, sociologo, Università di Padova

 

Senza scendere in analisi puntuali e di dettaglio, proponiamo qui tre criteri per una valutazione dei programmi elettorali:

  1. Le proposte di politiche ambientali devono essere accompagnate da misure di giustizia sociale. Da questo punto di vista, il Forum Disuguaglianze Diversità, nel suo commento ai programmi elettorali, osserva «la sostanziale assenza della connessione fra obiettivi di giustizia ambientale e obiettivi di giustizia sociale». In realtà il programma dell’Alleanza Verdi Sinistra insiste con incentivi al risparmio energetico e al passaggio alle fonti rinnovabili più che proporzionali per famiglie a basso reddito. Come è noto, incentivi e detrazioni fiscali attuati indiscriminatamente premiano le fasce di reddito più alte, cioè sono regressive. L’ampia alleanza attorno al PD propone un contratto “luce sociale” che azzeri i costi dell’energia elettrica fino a 1.350 kwh per famiglie a reddito medio e basso.
  2. L’attenzione ai corpi intermedi e alla sussidiarietà, tradizionalmente caratteristica del mondo cattolico, ma ormai patrimonio più ampio che si declina come sostegno al Terzo Settore. Se non sembra essercene traccia esplicita, è anche vero che il riferimento alle comunità energetiche, che accomuna un po’ tutte le forze politiche, è un implicito sostegno al Terzo Settore, dato che la forma giuridica di queste nuove entità dovrà essere di preferenza una associazione fra prosumer (produttori-consumatori). Al rovescio, Unione Popolare (il cartello di estrema sinistra guidato da Luigi De Magistris) propone una strategia di statalizzazione e ripubblicizzazione di utility e imprese energetiche. Destra per l’Italia si distingue invece per misure che garantiscano una maggiore autosufficienza energetica del Paese, sorta di sovranismo energetico.
  3. Capacità di affrontare la questione ecologica con un approccio sistemico. In estrema sintesi, la crisi ecologica può essere ricondotta a tre processi fra loro relativamente indipendenti: l’inquinamento, il cambiamento climatico e la perdita di biodiversità. I programmi elettorali si focalizzano prioritariamente sul tema dell’energia, che sappiamo essere collegato al riscaldamento globale e quindi ai cambiamenti climatici. A sinistra si guarda soprattutto al rispetto dei piani e degli obiettivi fissati a livello internazionale; a destra i riferimenti all’UE sono minimi o inesistenti, mentre prevalgono misure su scala nazionale nel quadro di una economia dirigista.

 

Fattibilità e attenzione alle connessioni

Mauro Bossi, redattore di Aggiornamenti Sociali

 

Un primo fondamentale criterio per valutare il merito delle proposte è la fattibilità delle soluzioni. A questo riguardo, rispetto alla questione dell’energia, che nel dibattito sta indubbiamente facendo la parte del leone, ci sono tre nodi da approfondire:

 

  1. il ricorso al gas nazionale. Occorre verificare la sostenibilità economica di nuove estrazioni, trattandosi in larga parte di giacimenti di modesta entità: estrarre in perdita non è una strategia sostenibile. Anche gli impianti non attivi, dei quali alcuni invocano la riattivazione, non stanno estraendo perché i pozzi sono al limite dell’esaurimento, la pressione è bassa e il ritmo di estrazione, di conseguenza, si è abbassato al punto da non giustificare i costi. Inoltre, se si decidesse di aprire nuovi pozzi, dall’inizio della procedura di autorizzazione alla messa a regime trascorrerebbero almeno un paio d’anni: non è una soluzione a breve termine.
  2. la capacità delle fonti rinnovabili di soddisfare, in prospettiva, il fabbisogno nazionale, anche al netto del necessario risparmio energetico. Una valutazione onesta deve tenere in considerazione anche l’impatto ambientale delle infrastrutture solari ed eoliche, per quanto riguarda produzione, smaltimento e consumo di suolo.
  3. rispetto al nucleare è necessario riaprire un confronto con il dibattito scientifico, valutando costi, rischi e benefici rispetto a soluzioni alternative. Bisogna anche tenere conto che il tempo richiesto per avviare un nuovo programma nucleare in Italia partendo praticamente da zero coprirebbe almeno due legislature complete. Si tratta quindi di un progetto che richiede una certa stabilità, che il nostro sistema politico non ha dimostrato negli ultimi anni. Pertanto, la domanda fondamentale è se la società italiana e la sua classe politica siano pronte a questa prospettiva.

Un secondo criterio è la capacità di un programma di stabilire le giuste connessioni. Il rischio, in questo frangente, è di far coincidere la questione ambientale con le politiche energetiche, e queste ultime con il soddisfacimento del fabbisogno nazionale. Serve invece tenere insieme società e ambiente, considerando i divari territoriali, le disuguaglianze sociali e le fasce di povertà. L’ambiente non va visto come un “tema”, ma come una prospettiva nella quale integrare obiettivi diversi, nell’ottica di una società inclusiva e complessivamente sostenibile. La categoria chiave del dibattito internazionale è quella della “giusta transizione”, cioè una transizione energetica i cui costi non gravino in modo sproporzionato sulle fasce più deboli; un esempio è l’istituzione del Fondo per una transizione giusta nel quadro delle politiche di coesione dell’UE, per ridurre i divari regionali. Saper ragionare in questi termini è indice di connessione con le direttrici della discussione in Europa e nel mondo.

Le politiche ambientali nazionali, infine, non possono essere disgiunte dall’impegno internazionale per contrastare i cambiamenti climatici. L’UE resta il partner e il quadro di riferimento imprescindibile per sviluppare politiche adeguate, nonché il soggetto che può affrontare il negoziato con i grandi attori internazionali; la proposta di soluzioni tutte nazionali e indipendenti da un’Europa, vista soprattutto come un insieme di vincoli dai quali liberarsi, è illusoria.

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