«Sono convinto che la scelta prioritaria per i poveri genera un rinnovamento straordinario sia nella Chiesa che nella società, quando siamo capaci di liberarci dall’autoreferenzialità e riusciamo ad ascoltare il loro grido». Leggiamo questa frase nella Dilexi te (DT, n. 7), l’esortazione apostolica sull’amore per i poveri che papa Francesco stava preparando prima di morire e che papa Leone XIV ha ripreso, integrato con alcune sue riflessioni e firmato come primo documento del suo magistero. Questa scelta testimonia una profonda convergenza tra i due pontefici venuti dal Nord e Sud dell’America sull’opzione preferenziale per i poveri, che non è certo una novità recente della riflessione ecclesiale, ma evidentemente neanche qualcosa di acquisito in modo definitivo (cfr Foglizzo P., «Dilexi te: un discorso che continua», 9 ottobre 2025, in <www.aggiornamentisociali.it>).
Nell’esortazione, papa Leone ne riafferma la centralità per la comprensione che la Chiesa ha di se stessa e per il modo di concepire la propria presenza e azione all’interno della società. Al contempo, con preoccupazione, si chiede «perché, pur essendoci tale chiarezza nelle Sacre Scritture a proposito dei poveri, molti continuano a pensare di poter escludere i poveri dalle loro attenzioni» (DT, n. 23). Questa constatazione non vale solo per le realtà ecclesiali, ma anche per quelle civili, dove non mancano resistenze diffuse in grado di condizionare negativamente le scelte politiche e frenare le iniziative che nascono dal basso. In numerosi casi si registra una certa distanza tra le affermazioni dei documenti ufficiali di Stati e organismi internazionali e le prassi quotidiane, che finiscono per confinare i poveri ai margini. Tutto questo indica che si è lontani dal credere a quel rinnovamento, evocato nella Dilexi te, che il loro contributo può generare; o forse se ne ha addirittura paura: segno che siamo davanti a una questione su cui vale la pena soffermarsi e interrogarsi.
Tra pregiudizi e convenienze
Perché i poveri si ritrovano a occupare gli ultimi posti nella nostra società? Per rispondere a questa domanda bisogna considerare le cause strutturali che li pongono in una condizione di vulnerabilità, che sono state riconosciute, studiate e sempre più spesso messe in discussione in diversi contesti, dal mondo accademico alla società civile. Anche a livello di istituzioni nazionali e internazionali ci sono stati passi chiari verso un ripensamento di modelli che hanno dato vita a strutture sociali ingiuste, come testimonia il cambio di prospettiva dell’ONU con l’adozione dell’Agenda 2030 per lo sviluppo sostenibile. Per andare su un piano ancor più concreto, affrontare questo interrogativo significa misurarsi con «la disuguaglianza, la mancanza di lavoro, della terra e della casa, la negazione dei diritti sociali e lavorativi» (DT, n. 81): tutti elementi essenziali per poter accedere alle risorse materiali, culturali e sociali indispensabili per avere un tenore di vita minimo accettabile, come indicato in un documento del 1984 della Comunità europea richiamato dalla Dilexi te (n. 13).
L’esistenza di queste cause strutturali non basta. I meccanismi che regolano il funzionamento dell’economia sono frutto di scelte umane e possono essere modificati, riorientati secondo principi e criteri diversi da quelli attuali. Se esistono tante resistenze a questo cambio di visione e i passi in avanti sono sempre troppo modesti, dipende dalla cultura maggioritaria nel nostro tempo (cfr l’intervento del prof. Luca Mercalli alle pp. 586-587). In modo efficace, papa Francesco parlava spesso di cultura dello scarto, riferendosi tanto alle risorse sprecate per uno sfruttamento eccessivo del pianeta e a una scarsa cura di ciò che realizziamo, quanto alle persone messe da parte perché non riescono a essere ingranaggi funzionali a un sistema che premia solo alcuni. Si tratta di una mentalità che esercita un enorme fascino ed è penetrata così a fondo nel nostro modo di pensare, al punto quasi da mimetizzarsi, rendendo difficile sia riconoscerla sia riuscire a prenderne le distanze. Questo vale anche per quanti credono nei valori della dignità umana e della solidarietà, affermati nella nostra Costituzione e nella dottrina sociale della Chiesa, senza però rendersi conto – o preferendo distogliere lo sguardo – che le loro scelte di consumo, ad esempio, li mortificano.
Se a decretare in che cosa consiste la vita buona è «l’illusione di una felicità che deriva da una vita agiata», incentrata «sull’accumulo della ricchezza e sul successo sociale a tutti i costi» (DT, n. 11), allora finiremo per dividere il mondo tra vincitori e sconfitti, tra chi corrisponde a determinati standard sociali e chi no, tra chi ce l’ha fatta e chi ha fallito. Questa prospettiva non tiene conto della condizione di partenza che ciascuna persona ha avuto in sorte, focalizzandosi solo sul successo individuale. Si dimentica che «vi sono condizioni che rendono più agevole l’impegno del singolo, in alcuni casi addirittura lo sollecitano. In altri, invece, la situazione diviene un freno, al punto da disincentivare gli sforzi individuali» (Riggio G., «Il merito in questione: oltre una visione individualista», in Aggiornamenti Sociali, 4 [2024] 219-222). Il merito, quando è scisso dalla considerazione della storia della singola persona all’interno di una trama sociale ben più ampia, si traduce allora in una meritocrazia distorta, che colpevolizza quanti non riescono, come se «la povertà, per la maggior parte di costoro, [fosse] una scelta» (DT, n. 14), e così li relega in una condizione ghettizzante, mortificandoli e mortificandone desideri e slanci, preziosi a livello non solo personale, ma anche collettivo.
Inevitabilmente agli ultimi posti?
Quanto abbiamo descritto a proposito della condizione marginale dei poveri non costituisce però un dato di fatto immutabile. In un recente documento dell’ONU (Equity, economic security for all and solidarity: reaffirming social development for a sustainable future, 11 settembre 2025, <https://docs.un.org/en/A/80/146>) sono riportati i dati sulla povertà a livello mondiale: circa 808 milioni di persone vivono con un reddito inferiore a 3 dollari al giorno in condizioni di estrema povertà e 2,9 miliardi sopravvivono a malapena con un reddito compreso tra 3 e poco più di 8 dollari al giorno. Si tratta di cifre drammatiche, ma al contempo vanno considerate in una prospettiva storica. Infatti, nello stesso documento, si legge che «la percentuale di persone che vivono in condizioni di estrema povertà è scesa dal 39,3% nel 1995 al 9,9% nel 2025, con una riduzione di oltre 1,4 miliardi di persone». Per quanto ci sia ancora un lungo percorso da fare, l’impegno internazionale ha reso possibile un miglioramento significativo delle condizioni di vita di milioni di persone in tutto il mondo, a dimostrazione che un cambio di rotta capace di incidere sulle cause strutturali della povertà è possibile e realistico, non è una visione utopica.
Accanto a questi passi va portato avanti con decisione un imprescindibile lavoro per scardinare una cultura dell’indifferenza e dello scarto: «La domanda che ritorna è sempre la stessa: i meno dotati non sono persone umane? I deboli non hanno la stessa nostra dignità?» (DT, n. 95). Se risaliamo all’etimologia, povertà viene dal latino pauper, un aggettivo composto da paulum (poco) e dalla radice del verbo parere (partorire), usato per descrivere terreni o animali poco fecondi. La dimensione del poco accompagna e definisce chi è povero: ha fondamentalmente poco per vivere. Si può trattare di risorse e strumenti fisici o intellettuali, di salute o di istruzione, di possibilità o di relazioni, perché la povertà può assumere tante sfaccettature. Ciò che resta come costante è una mancanza o un’insufficienza rispetto alle attese della società, che pone la persona povera in una condizione di precarietà personale, privandola di riconoscimento e stima sul piano sociale.
Quando si ragiona in termini di “avere tanto, poco o nulla” si fa ricorso a una logica del confronto, che sfocia quasi inevitabilmente in una gerarchia che è anche un’espressione di potere, nei termini sia di ciò che si può realizzare sia di forza che si può esercitare sugli altri. Non possiamo fare a meno di questo confronto, che è necessario in tanti ambiti come, ad esempio, quando si tratta di calcolare le imposte che imprese e persone devono versare allo Stato. Ma, allo stesso tempo, non può essere l’unico criterio a cui riferirsi. Chi è povero ha poco e può dare poco se si ragiona in termini di reddito, ma questo non è il criterio per definire la sua dignità.
Focalizzarsi su ciò che manca o di cui non si dispone a sufficienza conduce a identificare persone e gruppi con le loro povertà, un meccanismo che opera anche in altri ambiti, come l’handicap, la provenienza geografica o l’orientamento sessuale. In questo modo si getta un velo d’ombra sulle altre qualità e risorse di cui persone e comunità dispongono, che non rientrano nei criteri che determinano la condizione statistica di benessere o indigenza. Non per questo sono meno importanti, anzi possono dare un contributo di valore alla vita insieme. Si tratta allora «di considerare le comunità emarginate quali soggetti capaci di creare una propria cultura, più che come oggetti di beneficenza» (DT, n. 100). Più in generale, i vissuti e le esperienze di queste persone, la loro capacità di attraversare le difficoltà senza smarrire la speranza (cfr Grieu E., «Imparare a sperare alla scuola dei poveri», in Aggiornamenti Sociali, 2 [2025] 113-120) costituiscono un patrimonio a cui attingere per ripensare e rilanciare tutte quelle dimensioni della vita sociale che mostrano segni di fatica, non ultime la vita politica e la democrazia.
Il salto culturale che siamo chiamati a fare per scardinare una mentalità che etichetta, gerarchizza e scarta passa per uno sguardo rinnovato, che non identifica le persone povere con il loro poco o nulla statistico, ignorando tutti gli altri aspetti che fanno parte della loro esistenza. Per compiere questo passo ci potrà essere di aiuto smettere di pensare e parlare di queste persone utilizzando la parola poveri, che pure ha una grande importanza nella Bibbia e nel pensiero cristiano, per iniziare a usarne altre non meno significative: fratelli e sorelle. Parole che ci aiutano a uscire dall’autoreferenzialità e ci mettono su un piano di parità e di relazione, rendendo più facile il pieno riconoscimento di ciascuno. A sua volta, questo favorirà l’ampliamento del numero di coloro che hanno la possibilità di prendere la parola, includendo anche quanti oggi sono costretti a gridare per farsi ascoltare. In questo modo inizierà a prendere forma il rinnovamento straordinario di cui ci parla la Dilexi te per la società e la Chiesa.