Di fronte alle crisi

Fascicolo: marzo 2011
Tags: BIBBIA ; Crisi

«Invito a considerare in questa sede il termine crisi non come funzione statica ma come una processualità dinamica e fisica di squilibrio che muove da uno stato situazionale antecedente e porta a una nuova forma di equilibrio che poggia su basi situazionali differenti». Leggendo queste parole dello psichiatra Emanuele Caroppo («La processualità critica del mentale e la resilienza», in La rivista dell'AREL, 1 [2009] 180) viene alla mente una pagina del racconto biblico che da sempre ha sconcertato e affascinato i lettori di ogni epoca. Si tratta del prosieguo del racconto del peccato di Davide con Betsabea e dell'omicidio di Uria, marito di lei. Se questo peccato di Davide (narrato in 2 Samuele 11) ci è forse noto, meno nota è la storia che segue. Davide viene infatti affrontato dal profeta di corte Natan, che gli svela la vera portata del peccato, annuncio che produce il processo di pentimento di Davide: anche un sovrano «assoluto» quale era lui deve avere dei limiti nell'esercizio del proprio potere. Non tutto gli è lecito. Questo messaggio biblico potrebbe costituire già di per sé una saggia lezione per chiunque si trovi a condividere l'esercizio del potere pubblico. Il testo enfatizza anche che ogni peccato (specialmente quello di chi ha più responsabilità pubblica riguardo al proprio operato), malgrado il pentimento di Davide peccatore e il perdono di Dio, porta inevitabilmente le proprie conseguenze. Ed è qui che il racconto (in 2 Samuele 12, 15-25) necessita di una contestualizzazione al contempo storica e narrativa.

2 Samuele 12, 15-19
15 Il Signore dunque colpì il bambino che la moglie di Uria aveva partorito a Davide e il bambino si ammalò gravemente. 16 Davide allora fece suppliche a Dio per il bambino, si mise a digiunare e, quando rientrava per passare la notte, dormiva per terra. 17 Gli anziani della sua casa insistevano presso di lui perché si alzasse da terra, ma egli non volle e non prese cibo con loro. 18 Ora, il settimo giorno il bambino morì e i servi di Davide temevano di annunciargli che il bambino era morto, perché dicevano: «Ecco, quando il bambino era ancora vivo, noi gli abbiamo parlato e non ha ascoltato le nostre parole; come faremo ora a dirgli che il bambino è morto? Farà di peggio!». 19 Ma Davide si accorse che i suoi servi bisbigliavano fra loro, comprese che il bambino era morto e disse ai suoi servi: «È morto il bambino?». Quelli risposero: «È morto».

Il racconto di una crisi

È evidente che affrontare il racconto della morte di un bambino e, per di più, il presentarla come una «punizione» di Dio causata dal peccato degli adulti è tema insidioso e avvertito dalla percezione contemporanea come odioso e difficilmente veicolante un autentico volto di Dio. Anzi, questo messaggio ferisce profondamente la nostra sensibilità emotiva e affettiva. È allora necessario uno sforzo che permetta di cogliere quale sia il vero «fuoco» del racconto, così come il testo biblico ce lo propone. Occorre collocare la storia narrata all'interno di una cultura nella quale i tassi statistici della mortalità infantile erano molto elevati. D'altro canto, siamo in un momento della rivelazione biblica nel quale pare normale la consequenzialità tra accadimento e diretta azione di Dio. Non occorre comunque risalire alla cultura mediorientale del 1000 a.C. (l'epoca storica in cui si collocano le vicende di Davide) per avere lo stesso sguardo «provvidenziale» sugli eventi della vita quotidiana. Anche nel nostro mondo occidentale, e poco meno di un secolo fa, non c'era virtualmente alcuna madre che non avesse perso un bambino o una bambina nel corso della propria vita, ed era abbastanza comune vivere questo dato «naturale» con un diretto riferimento a Dio: Il Signore ha dato, il Signore ha tolto, sia benedetto il nome del Signore! (citando Giobbe 1, 21).
Così il nostro racconto non propone certamente questo fatto come centrale, come svelamento di una novità che può fornire materiale per la meditazione e la riflessione. Il fatto cioè che il «frutto del peccato» di Davide dovesse morire per mano di Dio per non essere il futuro successore dinastico poteva benissimo essere considerato, da qualsiasi lettore dell'epoca, naturalmente ovvio e scontato. Anche se questa visione non appare immediatamente evidente alla nostra percezione emotiva, il dato fattuale è per il nostro racconto la cornice oggettiva (diremmo così) all'interno della quale la vera «novità» che possa donner à penser è il comportamento di Davide di fronte a questo evento critico. Non è un caso che, come vedremo, il racconto sia costruito proprio sullo svelamento delle motivazioni dello «strano» comportamento di Davide che meraviglia gli anziani e i servi della sua casa (vv. 17 e 21) e avvia il dialogo rivelatorio. Il vero messaggio rivelato dal racconto è il modo in cui Davide procede di fronte agli eventi della sua vita. Quella «parola di Dio» svelata a noi può permettere di confrontare la nostra esperienza con il percorso di Davide, proposto qui proprio come paradigma comportamentale di fronte a una crisi.

Combattere il momento difficile

Il bambino di Betsabea, frutto della prepotenza arrogante di Davide, si ammala dopo che il profeta Natan aveva riferito le parole di Dio: Il Signore ha rimosso il tuo peccato: tu non morirai. Tuttavia, poiché con quest'azione tu hai insultato il Signore, il figlio che ti è nato dovrà morire (2 Samuele 12, 13-14). Il tempo della malattia di suo figlio, di un innocente, si rivela per Davide un tempo di profonda crisi umana e spirituale. Egli sa di esserne la causa diretta, ma gli sembra ci possa essere uno spazio di lotta (con Dio) in ordine a un diverso esito rispetto alla morte del bimbo. Questo momento difficile vede allora Davide nella sua veste di lottatore non rassegnato, capace di compiere le più ardue penitenze per cercare di modificare la realtà avversa e critica. Queste vengono descritte attorno ai tre poli tradizionali di preghiera (fece suppliche a Dio per il bambino), digiuno (si mise a digiunare) e mortificazione corporale (quando rientrava per passare la notte, dormiva per terra, v. 16). E tali comportamenti dovevano essere esteriormente visibili, dato che i suoi consiglieri lo invitano a una maggiore moderazione (Gli anziani della sua casa insistevano presso di lui perché si alzasse da terra, ma egli non volle e non prese cibo con loro, v. 17).
Questa prima reazione di Davide è importante, perché evidenzia la necessità di una certa forma di resistenza agli eventi avversi e difficili che ci è chiesto di vivere. Sembra cioè essere richiesta, in prima battuta, una capacità di reazione che arrivi a «sfidare Dio». Va sottolineato come sia già stato detto a Davide dal profeta che il bimbo era destinato a morire. Egli poteva benissimo vivere questa malattia «come se» le cose fossero già terminate e chiudersi in una depressione autocolpevolizzante e paralizzante. Invece egli si attiva con forza e intensità, sfidando il dato fattuale, nella prospettiva di modificare la realtà con la propria energia e le proprie azioni.

La realtà che la crisi pone dinanzi

Tuttavia, come ben sappiamo, non tutti i nostri sforzi producono sulla realtà effetti che vadano nella direzione dei nostri desideri. Così accade anche a Davide: Ora, il settimo giorno il bambino morì. La reazione dei servi, che non vogliono neppure comunicare la triste notizia al re, si muove all'interno della comune direzione dettata dal dolore e dalla disperazione che nasce dalla morte del bambino, da una parte, e dall'evidente (ai loro occhi) senso di colpa di Davide: Ecco, quando il bambino era ancora vivo, noi gli abbiamo parlato e non ha ascoltato le nostre parole; come faremo ora a dirgli che il bambino è morto? Farà di peggio! (v. 18). Questo modo di reagire è molto comune e scontato di fronte a situazioni di crisi che vanno a colpire aspetti importanti, a volte fondamentali, del nostro vivere. Situazioni esistenziali che non si realizzano malgrado il trascorrere degli anni, perdite di beni o di relazioni, perdita del posto di lavoro, avverse congiunture economiche, perdita di persone care, ecc.: tutte crisi che scuotono radicalmente la nostra vita. La reazione più comune in queste circostanze è una sorta di blocco nella costruzione della nostra vita. Il presente perde la sua positiva apertura al futuro per rinchiudersi unicamente in una proiezione negativa sul passato. Ci si rivolge verso ciò che di positivo è stato (o avrebbe potuto essere) e non c'è più e si avverte una sempre maggiore cappa depressiva che si autoavvolge attorno alla nostra vita, creando una diffusa paralisi operativa. Sembra cioè che l'unica opportunità di vita buona appartenga ad un passato ormai svanito (o a un presente di sognata felicità che non si è mai realizzato) il cui ricordo si fa arrabbiato, pieno di senso di colpa o di rabbia nei confronti di Dio, degli altri, della vita. E tali pensieri diventano una sorta di «buco nero» che assorbe ogni possibile felicità o pensiero positivo.

2 Samuele 12, 20-25
20 Allora Davide si alzò da terra, si lavò, si unse e cambiò le vesti; poi andò nella casa del Signore e si prostrò. Rientrato in casa, chiese che gli portassero del cibo e mangiò. 21 I suoi servi gli dissero: «Che cosa fai? Per il bambino ancora vivo hai digiunato e pianto e, ora che è morto, ti alzi e mangi!». 22 Egli rispose: «Quando il bambino era ancora vivo, digiunavo e piangevo, perché dicevo: "Chissà? Il Signore avrà forse pietà di me e il bambino resterà vivo". 23 Ma ora egli è morto: perché digiunare? Potrei forse farlo ritornare? Andrò io da lui, ma lui non tornerà da me!».
24 Poi Davide consolò Betsabea sua moglie, andando da lei e giacendo con lei: così partorì un figlio, che egli chiamò Salomone. Il Signore lo amò 25 e mandò il profeta Natan perché lo chiamasse Iedidiah per ordine del Signore.

Di fronte alla crisi

È a questo punto che Davide propone un'alternativa alla spirale della negatività che la crisi, mortifera, sempre sembra imporre come ovvia. Se la malattia del bambino lo trovava, ai nostri occhi giustamente, nella condizione della colpa, la morte non dovrebbe aggravare questo stato? I servi si aspettavano proprio che il senso di colpa lo conducesse a uno stato d'animo ancora più amaro e richiuso su se stesso. Invece egli ritorna sorprendentemente alla normalità positiva del vivere, non rispettando neppure i tempi formali del lutto. Ed è qui che il testo sottolinea un dettaglio molto importante. Davide non interrompe la relazione con Dio, anche se non più attraverso i simboli del peccatore pentito: andò nella casa del Signore e si prostrò (v. 20). Affascina la continuità nella relazione di Davide con Dio, in qualunque situazione egli si trovi. L'atteggiamento del re è quello di colui che, non potendo più modificare l'aspetto negativo della realtà, la sconfitta, la crisi, ne fa una base realistica da cui ripartire per vivere, coinvolgendo addirittura Dio in questo processo.
Partendo dal dato di fatto, si prova ad affrontare le occasioni di vita che sono rivolte verso il futuro senza ripiegarsi unicamente sul passato. L'esperienza del vivere non viene più giudicata, ma diviene l'unico punto dal quale poter ripartire. La piattaforma si è modificata, certo. Ma è l'unica superficie dove appoggiare i piedi per poter riprendere il percorso della vita. Citando ancora Caroppo: «Ogni individuo può scovare dentro di sé la capacità di riprendersi e uscire più forte dai momenti difficili solo esponendosi a questi momenti difficili e quindi anche alla processualità critica. [...] Le tre fasi della processualità critica possono essere descritte come: 1) distaccarsi dal vecchio; 2) pervenire al nuovo; 3) ricomporre un equilibrio una volta raggiunte le nuove basi situazionali» («La processualità critica del mentale e la resilienza», cit., 181, 184).
Il nostro racconto testimonia poi un altro importante aspetto di questa vicenda. Davide non vive individualisticamente questa nuova partenza, proprio perché non si rinchiude nella solitudine del proprio dolore (una delle frasi che diciamo solitamente in quelle circostanze non è proprio: «Tu non puoi capire questo dolore che provo»?). Betsabea, la donna che era stata per lui il luogo del peccato, non viene rifiutata. Davide non rinnega la verità del percorso passato che, pure, ha portato alla morte. Ma fa proprio della relazione con Betsabea il punto di forza per una nuova vita: poi Davide consolò Betsabea sua moglie, andando da lei e giacendo con lei (v. 24). Da questo «nuovo» atteggiamento riparte la grandezza del progetto di bene per la vita di Davide e dell'intero popolo di Israele. Sarà proprio da questa apertura al futuro e alla relazione ricomposta tra Davide e Betsabea che nascerà il futuro re sapiente di tutto il popolo, Salomone, amato da Dio (Iedidiah significa amato da YHWH). Questo modo nuovo di affrontare una crisi è infatti aperto al futuro come luogo di bene e lo può essere solo «insieme». Di fronte a una certa cultura odierna, che pretende che solo nelle energie individuali vadano trovate le forze per risolvere i propri problemi e le proprie crisi, il testo biblico propone un altro percorso. Sarà infatti soltanto nella continua interrelazionalità umana e sociale - e nella continua relazione con Dio, per il credente, senza smarrire la positiva apertura a Lui - che potrà ricomporsi su nuove basi la propria vicenda esistenziale, anche qualora questa si trovasse trasformata (talvolta anche drammaticamente) da qualche evento critico.

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