"Christus Vivit", un commento all'Esortazione Apostolica Post-sinodale sui giovani

02/04/2019
È stata pubblicata oggi l’Esortazione Apostolica Postsinodale di papa Francesco, Christus Vivit, che presenta, commenta e approfondisce i contenuti della XV Assemblea Generale Ordinaria del Sinodo dei Vescovi, svoltasi nell’ottobre 2018 sul tema “I giovani, la fede, il discernimento vocazionale”. Pubblichiamo di seguito una Guida alla lettura dell’Esortazione (leggi qui il testo integrale del documento), completata da alcune piste di riflessione e azione per proseguire il cammino. Il testo è firmato da don Rossano Sala e padre Giacomo Costa (direttore di Aggiornamenti Sociali), Segretari Speciali del Sinodo (nella foto, con papa Francesco)


Guida alla lettura 


Lo scorso 25 marzo papa Francesco ha lasciato il Vaticano per una brevissima visita a Loreto: dentro la Santa Casa – un luogo quanto mai simbolico – ha firmato l’Esortazione Apostolica Postsinodale Christus vivit. Rivolto ai giovani cristiani di tutto il mondo e all’intero popolo di Dio (cfr CV 3), questo documento rappresenta un ulteriore passo nel percorso, cominciato nell’ottobre del 2016, con cui la Chiesa si è interrogata sul tema “I giovani, la fede, il discernimento vocazionale”. 

Un lungo cammino preparatorio, che ha sollecitato il contributo di tutte le Conferenze Episcopali del mondo e offerto varie opportunità di ascoltare direttamente la voce dei giovani, ha condotto, nel mese di ottobre 2018, alla celebrazione della XV Assemblea Generale Ordinaria del Sinodo dei Vescovi. Questa ha concluso i propri lavori con l’approvazione di un DF, presentato al Pontefice e reso pubblico in vista della fase attuativa che impegnerà tutte le Chiese particolari. 

In una Chiesa che vede nel “fare sinodo” o, in parole più accessibili, nel “camminare insieme” la propria cifra identitaria, il testo si pone espressamente nel seguito di tutti i passi precedenti del percorso sinodale e apre la strada a compierne di nuovi.

In particolare lo si può intendere come una rilettura meditata e dialogica, di particolare significato per la sua autorità, del DF e dei lavori dell’Assemblea a cui papa Francesco ha personalmente preso parte. Ciò è affermato con chiarezza fin dall’inizio, rinviando all’insieme del DF, che viene quindi assunto al di là dei parecchi passi testualmente citati e di quelli, assai più numerosi, di cui si coglie nella CV un’eco e un rilancio: 

Mi sono lasciato ispirare dalla ricchezza delle riflessioni e dei dialoghi del Sinodo dell’anno scorso. Non potrò raccogliere qui tutti i contributi, che potrete leggere nel Documento Finale, ma ho cercato di recepire, nella stesura di questa lettera, le proposte che mi sembravano più significative. In questo modo, la mia parola sarà arricchita da migliaia di voci di credenti di tutto il mondo che hanno fatto arrivare le loro opinioni al Sinodo. Anche i giovani non credenti, che hanno voluto partecipare con le loro riflessioni, hanno proposto questioni che hanno fatto nascere in me nuove domande (CV 4).

A tutto ciò, papa Francesco unisce anche gli stimoli di numerose Conferenze episcopali di tutto il mondo e alcuni tocchi più personali, che rinviano all’America latina e a figure della Compagnia di Gesù, quali Pedro Arrupe e Alberto Hurtado. Nelle pagine che seguono offriremo una prima presentazione del contenuto della CV.

1. Un dialogo tra generazioni

CV comincia esprimendo l’intenzione di aprire un dialogo con i giovani e al suo interno alterna passi in cui si rivolge direttamente al lettore e altri di discorso indiretto. Papa Francesco non separa i giovani dal resto della Chiesa, ma attraverso di loro intende rivolgersi a tutti i cristiani. Come l’Assemblea sinodale aveva rimarcato con forza, i giovani sono protagonisti del nostro tempo e membra attive della Chiesa, non oggetto di discorsi che calano su di loro dall’alto. Fondamentali sono quindi le relazioni tra le generazioni, a partire da una profezia di Gioele e dai lavori dell’Assemblea sinodale (cfr CV 192-201):

Nella profezia di Gioele troviamo un annuncio che ci permette di capire questo in un modo molto bello. Dice così: «Dopo questo, io effonderò il mio spirito sopra ogni uomo e diverranno profeti i vostri figli e le vostre figlie; i vostri anziani faranno sogni, i vostri giovani avranno visioni» (Gl 3,1; cfr At 2,17). Se i giovani e gli anziani si aprono allo Spirito Santo, insieme producono una combinazione meravigliosa. Gli anziani sognano e i giovani hanno visioni. In che modo le due cose si completano a vicenda? (CV 192).

Secondo le modalità espressive e comunicative tipiche del nostro mondo, il testo della CV non si presenta come un percorso strutturato, dichiarato all’inizio e poi svolto in modo geometrico, ma  alterna generi e modalità di interlocuzione e argomentazione. 

Leggendolo, viene da chiedersi se il formato testuale classico a cui è consegnato non gli stia addirittura stretto e se il messaggio non risulterebbe più fruibile tramite il ricorso alle tecnologie comunicative multimediali oggi disponibili, che consentono di articolare una pluralità di linguaggi, compreso quello delle immagini e dei video, e permettono al fruitore di muoversi anche lungo traiettorie non lineari grazie alla rete dei link.

Si tratta di potenzialità comunicative che finora il magistero della Chiesa non ha utilizzato, ma che sarebbe bene cominciare a esplorare per poter raggiungere con maggiore efficacia generazioni sempre più numerose che crescono in una cultura multimediale e non solo in quella della parola scritta.

Si tratta in ogni caso di un testo “poliedrico”, che articola una pluralità di approcci e di percorsi al suo interno. Una seconda lettura consente però di far emergere una struttura, che resta delicatamente sottotraccia e non si impone, ma a cui il lettore si può appoggiare. I nove capitoli che compongono il testo possono essere raggruppati tre a tre. Ci sembra legittimo riconoscere in questi tre blocchi la scansione dei passi del processo di discernimento – riconoscere, interpretare, scegliere – su cui si erano articolati i lavori dell’Assemblea sinodale e che serve da struttura portante del DF, con cui CV si pone costantemente in dialogo.

2. In ascolto della realtà

Il primo blocco (capp. 1-3) riprende il lavoro di ascolto della realtà a cui si era dedicata l’Assemblea sinodale a partire dai materiali preparatori per un discernimento condiviso. L’obiettivo è di cominciare lasciando spazio a quello che emerge quando la Parola di Dio incontra i giovani e interagisce con le relazioni che essi tessono tra di loro, all’interno delle famiglie, delle comunità, delle società. Solo così gli eventi dischiuderanno il loro significato e offriranno stimoli a un discernimento che punta a riconoscere la volontà di Dio non in astratto, ma nella concretezza della storia e persino della quotidianità. 

Il punto di partenza è perciò la Parola di Dio, e in particolare i molti incontri di giovani con il Signore che essa narra (cap. 1). Tuttavia non è solo nei racconti della Scrittura che Gesù incontra i giovani; egli è Parola vivente, Colui che fa nuova ogni cosa, l’eternamente giovane (cfr CV 13) in quanto «Essere giovani, più che un’età, è uno stato del cuore» (CV 34).

Il secondo capitolo intreccia questa Parola con le nostre vite: in ogni epoca, compresa la nostra, è proprio l’incontro con Gesù a illuminare la vita dei giovani e quella di tutta la Chiesa, chiamata a rinnovarsi continuamente proprio per ritornare al «suo primo amore» (CV 34) e così riuscire a entrare in contatto con i giovani in un tempo in cui molti «non la ritengono significativa per la loro esistenza» e le chiedono piuttosto di lasciarli in pace (cfr CV 40, che riprende sia DF 53 che IL 66).

Tra l’altro sono proprio i giovani che la possono “evangelizzare” e aiutare a mantenersi giovane, a non cadere nella corruzione, a non trasformarsi in setta, ad essere testimone autenticamente povera e umile:

Sono proprio i giovani che possono aiutarla a rimanere giovane, a non cadere nella corruzione, a non fermarsi, a non inorgoglirsi, a non trasformarsi in una setta, ad essere più povera e capace di testimonianza, a stare vicino agli ultimi e agli scartati, a lottare per la giustizia, a lasciarsi interpellare con umiltà (CV 37).

La giovinezza di Gesù e la perenne novità del Vangelo si manifestano con forza nella vita di Maria e in quella dei tanti giovani capaci di raggiungere la santità; vengono così ricordati giovani santi vissuti in tutte le epoche della storia, in tutti i continenti e in tutte le culture.

Solo a questo punto si è pronti a passare in rassegna la situazione dei giovani nel mondo contemporaneo (cap. 3): più lo sguardo è animato da fiducia e speranza, più può permettersi di lasciare emergere anche ombre e difficoltà. L’obiettivo del capitolo è scongiurare il rischio di pensare ai giovani in modo astratto o stereotipato (in positivo o in negativo), per mettere al centro dell’attenzione la loro vita reale (CV 71), a partire dalla enorme varietà delle condizioni in cui si trovano:

La gioventù non è un oggetto che può essere analizzato in termini astratti. In realtà, “la gioventù” non esiste, esistono i giovani con le loro vite concrete. Nel mondo di oggi, pieno di progressi, tante di queste vite sono esposte alla sofferenza e alla manipolazione (CV 71).

Del resto, era stata proprio l’Assemblea sinodale a indicare come particolarmente appropriata al nostro mondo la possibilità che alcune lingue hanno di parlare di “gioventù” al plurale (cfr DF 10 e CV 68). Dal DF l’esortazione riprende, quasi alla lettera, la trattazione di tre situazioni che assurgono a cifra della condizione dei giovani (e non solo) nel mondo di oggi. La prima è la crescente pervasività dell’ambiente digitale, con tutte le sue potenzialità come occasione di incontro e dialogo, ma anche le sue ombre e i suoi rischi di manipolazione e sfruttamento (CV 86-90). La seconda è la condizione dei migranti, autentico paradigma del nostro tempo e della condizione dei credenti, che la Lettera agli ebrei definisce «stranieri e pellegrini» (CV 91-94). Il terzo nodo affrontato è l’emergenza degli abusi, rispetto a cui si ribadisce, anche sulla scorta dell’Incontro su “La protezione dei minori nella Chiesa” (21-24 febbraio 2019), la necessità di trasparenza, l’impossibilità di fare marcia indietro in materia di misure di prevenzione e la richiesta ai giovani di collaborare per trasformare questa crisi in una opportunità di autentica riforma della Chiesa (CV 95-102).

Pur nello sforzo di analizzare la realtà socio-culturale, l’intenzione di questa prima sezione resta profondamente spirituale: l’obiettivo non è accumulare dati, ma fare appello alla capacità di piangere, cioè alla disponibilità dei cristiani, della Chiesa e della società di provare nei confronti dei giovani, specie quelli che patiscono violenze e ingiustizie, sentimenti di autentica maternità (CV 75-76). Ugualmente spirituale è la conclusione del terzo capitolo, che invita alla speranza: i giovani – si fa l’esempio del servo di Dio Carlo Acutis (CV 104-106) – hanno le risorse di creatività per abitare il nostro mondo senza lasciarsi schiacciare dalle sue contraddizioni e ad esse papa Francesco fa appello. Compete alle Chiese locali approfondire l’analisi del mondo giovanile di ciascun territorio, per predisporre le linee pastorali più appropriate (CV 103).

3. Al cuore del testo

Il secondo blocco di tre capitoli rappresenta il cuore e il fulcro dell’intera esortazione, che rende ragione anche del suo titolo. A ciascun giovane, nelle circostanze concrete in cui si trova, la Chiesa non ha altro da offrire se non l’incontro con quel Dio vivo che essa continua a sperimentare come amore, come salvezza e come fonte di vita, sapendo che sarà questo incontro a dischiudere nuove possibilità di orientamento per la vita di ciascuno, cioè a diventare chiamata e vocazione. L’obiettivo dei tre capitoli è far emergere – è questo il cuore di un vero e proprio cammino di discernimento – quale sia il dinamismo che mette in moto una risposta autentica alla voglia di vita che la giovinezza porta con sé e che il Signore non vuole spegnere, o invece che cosa è un inganno che manipola e asservisce.
Papa Francesco comincia quindi, nel capitolo quarto, rivolgendo direttamente, in seconda persona, a ciascun giovane l’annuncio che viene dalla fede: Dio ti ama; Gesù Cristo ti salva, è vivo e desidera che tu viva; Egli è sempre con te e non ti abbandona! Dando corpo con semplicità e profondità a queste frasi, Egli mostra così nella pratica che cosa significa attuare il n. 133 del DF, che ribadiva la centralità dell’«annuncio di Gesù Cristo, morto e risorto, che ci ha rivelato il Padre e donato lo Spirito» come dono irrinunciabile da offrire ai giovani e come questo sia intrinsecamente anche una chiamata che scuote e invita a mettere in gioco la propria libertà.

Questo appello appassionato ad entrare in una autentica relazione di salvezza e di amicizia offre la prospettiva al cui interno considerare gli itinerari dei giovani e le decisioni che sono chiamati a prendere, da quelle legate all’impegno professionale, sociale e politico, a quelle che riguardano la configurazione complessiva dell’esistenza (cap. 5):

Come si vive la giovinezza quando ci lasciamo illuminare e trasformare dal grande annuncio del Vangelo? È importante porsi questa domanda, perché la giovinezza, più che un vanto, è un dono di Dio: «Essere giovani è una grazia, una fortuna». È un dono che possiamo sprecare inutilmente, oppure possiamo riceverlo con gratitudine e viverlo in pienezza (CV 134).

Tornano in questa pagine espressioni care a papa Francesco e a cui ricorre spesso quando si rivolge ai giovani: l’importanza di osare rischiare, di agire anche a costo di commettere errori, piuttosto che rimanere al balcone o sul divano. I giovani che ha in mente papa Francesco sono quelli capaci di scendere in strada per chiedere un mondo più giusto diventando protagonisti del cambiamento:

I giovani nelle strade. Sono giovani che vogliono essere protagonisti del cambiamento. Per favore, non lasciate che altri siano protagonisti del cambiamento! Voi siete quelli che hanno il futuro! Attraverso di voi entra il futuro nel mondo. A voi chiedo anche di essere protagonisti di questo cambiamento. Continuate a superare l’apatia, offrendo una risposta cristiana alle inquietudini sociali e politiche, che si stanno presentando in varie parti del mondo. Vi chiedo di essere costruttori del mondo, di mettervi al lavoro per un mondo migliore (CV 174).

Questo invito richiede però che i giovani non cadano in una trappola che il mondo propone loro: tagliare i legami con le proprie radici e l’esperienza di chi li ha preceduti (cap. 6). Questo li renderebbe più deboli, più esposti alla massificazione e alla manipolazione.

Per questo la proposta di papa Francesco è quella della complementarità e del dialogo tra le generazioni, proiettando a livello universale l’esperienza dei Padri sinodali: «in questo Sinodo abbiamo sperimentato che la corresponsabilità vissuta con i giovani cristiani è fonte di profonda gioia anche per i vescovi. Riconosciamo in questa esperienza un frutto dello Spirito che rinnova continuamente la Chiesa» (DF 119). L’invito a rischiare si rivolge allora non solo ai giovani, ma a tutte le generazioni insieme. Riaffiora con forza e determinazione la prospettiva “sinodale”: solo se giovani e anziani camminano insieme potranno radicarsi nel presente e da qui rivolgersi al passato per sanarne le ferite e proiettarsi nel futuro. L’immagine è quella fornita durante il Sinodo da un giovane delle Isole Samoa: la Chiesa come canoa in viaggio nell’oceano, che può raggiungere la meta solo se gli anziani, che conoscono le stelle, mantengono la rotta, e i giovani, con il loro vigore, spingono sui remi (cfr CV 201).

4. Prospettive d’impegno

Il blocco formato dagli ultimi tre capitoli punta all’individuazione delle prospettive di attuazione di quanto messo a fuoco in precedenza: tanto i giovani quanto le comunità ecclesiali sono chiamati a scelte concrete. 

Il cap. 7 si presenta come particolarmente denso: lo si comprende meglio a partire dai materiali del processo sinodale, a cui rinvia esplicitamente, anche se in alcuni casi solo tramite semplici cenni. La sfida del “rischiare insieme”, formulata alla conclusione della parte precedente, viene raccolta e trasformata nell’esigenza di una pastorale strutturalmente sinodale, fondata sulla valorizzazione dei carismi che lo Spirito concede a ciascuno e su una dinamica di corresponsabilità.

La pastorale giovanile non può che essere sinodale, vale a dire capace di dar forma a un “camminare insieme” che implica una «valorizzazione dei carismi che lo Spirito dona secondo la vocazione e il ruolo di ciascuno dei membri [della Chiesa], attraverso un dinamismo di corresponsabilità. […] Animati da questo spirito, potremo procedere verso una Chiesa partecipativa e corresponsabile, capace di valorizzare la ricchezza della varietà di cui si compone, accogliendo con gratitudine anche l’apporto dei fedeli laici, tra cui giovani e donne, quello della vita consacrata femminile e maschile, e quello di gruppi, associazioni e movimenti. Nessuno deve essere messo o potersi mettere in disparte» (CV 206).

Per la Chiesa si tratta di un vero e proprio cammino di conversione, che la renderà più accogliente e partecipativa, e capace così di evangelizzare grazie alla forza delle relazioni di cui è intessuta. In una Chiesa non più monolitica ma poliedrica (cfr CV 207) si apriranno spazi di protagonismo per i giovani e anche per le donne, alla cui condizione CV dedica parole di inequivocabile chiarezza, quando, al n. 42, aveva riconosciuto la legittimità delle rivendicazioni di uguaglianza e il retaggio storico di forme di dominazione maschilista. 

La capacità di inclusione è la chiave della proposta pastorale avanzata in questo capitolo e fa premio sull’ossessione per la trasmissione delle verità dottrinali (cfr CV 212). Le comunità cristiane sono invitate a offrire spazi di accoglienza senza troppe barriere, e alle scuole cattoliche è chiesto di non trasformarsi in bunker a difesa dagli errori della cultura esterna, impermeabili al cambiamento (cfr CV 221). Particolarmente stimolanti sono i paragrafi dedicati alla “pastorale giovanile popolare” (CV 230-238): partono dal riconoscimento che i luoghi tradizionali della pastorale (oratori, centri giovanili, scuole, associazioni, movimenti) sono in grado di andare incontro alle esigenze di una certa parte del mondo giovanile, ma ne escludono inevitabilmente altre. Quanti professano altre fedi o si dichiarano non religiosi, e coloro che per tante ragioni sono segnati da dubbi, traumi o errori, faticherebbero a integrarsi nella pastorale ordinaria, ma non per questo hanno meno bisogno di trovare porte aperte e di essere sostenuti a compiere il bene possibile.

Gli ultimi due capitoli riprendono in modo concreto e più esplicito i temi della vocazione e del discernimento, sulla scorta del titolo dell’Assemblea sinodale. Il cap. 8 presenta la vocazione nel suo significato fondamentale di chiamata all’amicizia con Gesù e alla partecipazione all’opera di creazione e di redenzione di Dio, che si realizza nel servizio agli altri (CV 253-258). Proprio il servizio agli altri è l’orizzonte al cui interno collocare le due questioni che interpellano la maggioranza dei giovani. La prima è quella dell’amore e della formazione di una nuova famiglia (CV 259-267), in cui si rinvia esplicitamente alla precedente esortazione apostolica postsinodale Amoris laetitia, senza nascondere bellezza e difficoltà della prospettiva matrimoniale e aggiungendo, sulla scorta dei lavori sinodali, qualche parola dedicata ai single. Sempre da Amoris laetitia viene ribadita anche la concezione della sessualità come autentico dono di Dio e non come tabù, esperienza di amore e di generazione (cfr CV 261). Il secondo ambito di cui si sottolinea con grande forza la pregnanza vocazionale è quello del lavoro (CV 268-273). Per questo la disoccupazione e le varie forme di sfruttamento rappresentano una minaccia per la società e una emergenza di cui la politica ha il dovere di occuparsi. Rispetto al tema delle vocazioni sacerdotali e religiose, l’invito rivolto ai più anziani è di osare proporle come possibilità; quello ai giovani è di non scartarne a priori l’eventualità, entrambi mantenendosi liberi e attenti alla voce dello Spirito.

Allo specifico del discernimento vocazionale, cioè alla capacità di riconoscere a che cosa il Signore chiama ciascuno, è dedicato il cap. 9. Rivolgendosi direttamente ai giovani, papa Francesco ricorda che si tratta di un percorso esigente, che richiede disponibilità ad assumersi un rischio: solo così sarà possibile identificare ciò per cui vale la pena spendere la propria vita senza accontentarsi di valutare prospettive di carriera o guadagno. Si tratta infatti di passare alla dimensione del dono, ricevuto e ricambiato, e alla libertà che ne consegue. Proprio di questa gratuità sono chiamati a essere testimoni quanti accompagnano i giovani in un processo di discernimento vocazionale, con una attenzione a un ascolto profondo, prendendo sul serio la persona, quanto essa dice, e anche a valorizzare i suoi slanci vitali (cfr CV 291-295). Ad accompagnare possono essere sacerdoti o religiosi, così come laici, professionisti o anche altri giovani (cfr CV 291): l’importante è che sappiano mettersi in ascolto, porre domande e suscitare processi senza pensare di determinare la traiettoria che ciascuno, liberamente, riterrà di essere chiamato a seguire.

* * *

La penna appassionata di papa Francesco – che ha vissuto dall’interno tutto il processo sinodale, lo ha interamente condiviso e lo ha sigillato attraverso il testo della CV – non conclude il suo tratto  con una chiusura, ma come sempre in forma aperta e coinvolgente. Chiede ai giovani di farsi avanti, di non tirarsi indietro. Non ha timore di spingerli ad essere gli apripista della Chiesa del terzo Millennio: 

Cari giovani, sarò felice nel vedervi correre più velocemente di chi è lento e timoroso. Correte «attratti da quel Volto tanto amato, che adoriamo nella santa Eucaristia e riconosciamo nella carne del fratello sofferente. Lo Spirito Santo vi spinga in questa corsa in avanti. La Chiesa ha bisogno del vostro slancio, delle vostre intuizioni, della vostra fede. Ne abbiamo bisogno! E quando arriverete dove noi non siamo ancora giunti, abbiate la pazienza di aspettarci» (CV 299).

È un altro modo, questa volta più personale e affettuoso, di ripetere ai giovani ciò che è stato loro detto con la stessa passione dai Padri sinodali: di essere come Giovanni che anticipa Pietro alla tomba e poi lo attende con pazienza e rispetto (cfr 24 DF 66); di essere come la Maddalena, «la prima discepola missionaria, l’apostola degli apostoli» (DF 115); di essere come i due discepoli di Emmaus, che scelgono di ritornare con entusiasmo nel cuore della comunità per condividere la gioia del Vangelo. 

Immagini di risurrezione, immagini di futuro, immagini che ci fanno sognare, sperare, amare. E che soprattutto ci mettono in movimento.



Rilancio del cammino


Dopo la coinvolgente lettura della CV viene spontanea la domanda pratica, che d’altra parte è anche evangelica: «Che cosa dobbiamo fare?» (Lc 3,10). È una domanda più che lecita, quella di interrogarsi su come andare avanti concretamente nel cammino. È anche una domanda che, di fronte al testo, potrebbe anche metterci in difficoltà. Effettivamente la CV, pur estremamente ricca di spunti, non contiene le indicazioni operative che molti attendevano per proseguire il processo di attuazione del Sinodo. È una dinamica che non deve stupire in un testo di papa Francesco, che fa della rinuncia a impartire indicazioni dall’alto e dell’invito a ciascuno ad assumere la propria parte di responsabilità una cifra del suo ministero.

Il 10 novembre 2015 si era rivolto al Convegno della Chiesa italiana di Firenze con parole per molti versi paradigmatiche: «Ma allora che cosa dobbiamo fare, padre? – direte voi. Che cosa ci sta chiedendo il Papa? Spetta a voi decidere: popolo e pastori insieme. Io oggi semplicemente vi invito ad alzare il capo e a contemplare ancora una volta l’Ecce Homo che abbiamo sulle nostre teste». Nella CV papa Francesco ci invita a contemplare il Cristo vivo che agisce nella storia e che chiede la nostra collaborazione e la nostra sinergia con le giovani generazioni per frequentare con loro il futuro. A Firenze questo lo aveva chiesto anche ai giovani:

Faccio appello soprattutto «a voi, giovani, perché siete forti», diceva l’Apostolo Giovanni (1 Gv 1,14). Giovani, superate l’apatia. Che nessuno disprezzi la vostra giovinezza, ma imparate ad essere modelli nel parlare e nell’agire (cfr 1 Tm 4,12). Vi chiedo di essere costruttori dell’Italia, di mettervi al lavoro per una Italia migliore. Per favore, non guardate dal balcone la vita, ma impegnatevi, immergetevi nell’ampio dialogo sociale e politico. Le mani della vostra fede si alzino verso il cielo, ma lo facciano mentre edificano una città costruita su rapporti in cui l’amore di Dio è il fondamento. E così sarete liberi di accettare le sfide dell’oggi, di vivere i cambiamenti e le trasformazioni.

È quindi chiaro che non ci viene chiesto di “applicare” delle indicazioni magisteriali vincolanti. L’ambito pastorale non è mai applicativo, ma è sempre uno spazio di discernimento, cioè di fedeltà creativa. E in un cambiamento d’epoca come il nostro questa capacità di immaginare insieme il rinnovamento diventa sempre più decisiva.
Ecco allora qualche semplice spunto per continuare il cammino in questa scia. Sentiamo la necessità di porre all’attenzione di tutti i lettori quattro dinamiche.

1. Rimanere radicati nel cammino sinodale

La prima cosa importante è non cominciare ogni volta da zero, come se nulla fosse avvenuto prima della CV. Papa Francesco è molto attento al fatto che siamo popolo di Dio, che la vita della Chiesa è una vera esperienza di fraternità, una carovana solidale, un santo pellegrinaggio, una comunità in cammino (cfr Evangelii gaudium, n. 87 e CV 29). Tutto il capitolo 6 della CV invita i giovani a non perdere le radici, a riconoscersi come piccoli nani sulle spalle dei giganti. Questo vale anche per la Chiesa nel suo insieme e anche per il cammino che abbiamo compiuto. 

La sinodalità indica questa capacità di inserirsi con rispetto e umiltà in un cammino di popolo che è cominciato prima di noi e continuerà dopo di noi. Per queste motivazioni così importanti è significativo ascoltare fin dall’inizio della CV il rimando metodologico decisivo secondo cui «mi sono lasciato ispirare dalla ricchezza delle riflessioni e dei dialoghi del Sinodo dell’anno scorso. Non potrò raccogliere qui tutti i contributi, che potrete leggere nel Documento Finale, ma ho cercato di recepire, nella stesura di questa lettera, le proposte che mi sembravano più significative» (CV 4). Anche per quanto riguarda nello specifico il rinnovamento della pastorale giovanile, all’inizio del capitolo 7 papa Francesco ci offre la seguente riflessione: 

Al Sinodo sono emerse molte proposte concrete volte a rinnovare la pastorale giovanile e liberarla da schemi che non sono più efficaci perché non entrano in dialogo con la cultura attuale dei giovani. È chiaro che non mi sarebbe possibile raccoglierle tutte qui; alcune di esse si possono trovare nel Documento Finale del Sinodo (CV 208).

Sulla stessa scia i Padri sinodali hanno ritenuto opportuno creare una connessione decisiva tra il DF e l’IL, affermando che 

è importante chiarire la relazione tra l’Instrumentum laboris e il Documento finale. Il primo è il quadro di riferimento unitario e sintetico emerso dai due anni di ascolto; il secondo è il frutto del discernimento realizzato e raccoglie i nuclei tematici generativi su cui i Padri sinodali si sono concentrati con particolare intensità e passione. Riconosciamo quindi la diversità e la complementarità di questi due testi (DF 3).

Che cosa significa per noi tutto questo? Che un Documento prodotto durante il cammino sinodale non viene mangiato, superato o eliminato da quello successivo, ma ne viene invece arricchito e approfondito. Il successivo si inserisce sulla scia del precedente offrendogli luce, profondità e respiro. Si tratta di un unico organismo che si sviluppa dall’interno, e che in tutte le fasi della sua crescita mostra qualcosa di specifico che non possiamo né dobbiamo perdere, allo stesso modo in cui capita nell’esperienza umana (cfr CV 160).

Se pensiamo solamente che l’IL è frutto dell’analisi di un ascolto che ha prodotto circa 20.000 pagine, non possiamo facilmente relegarlo dietro le quinte. In realtà nell’Aula sinodale è stato apprezzato da tutti e ripreso in molte sue parti, in quanto riconosciuto come un quadro di riferimento aggiornato e preciso. 

Varrebbe la pena almeno provare a seguire l’elenco di quanti sono chiamati in causa e dei riferimenti loro indicati, a partire dalle proposte concrete emerse durante il Sinodo (e dunque attraverso la riflessione dei Padri sinodali), raccolte nel DF che sarebbe impossibile replicare qui. A uno sguardo attento, abbiamo trovato circa novanta tra raccomandazioni, suggerimenti e proposte contenute nel DF che riguardano soggetti, stili e ambiti. Molte altre sono presenti nell’IL. Solo alcune tra queste sono riprese e rilanciate nella CV, ma tutte dovrebbero essere oggetto di un attento discernimento ecclesiale a vari livelli.

2. Assumere l’habitus del discernimento

E così passiamo alla seconda istanza. Ovvero a quella del discernimento. Fin dall’inizio nella CV si parla di «discernimento ecclesiale» (CV 3). E l’ultimo capitolo, il nono, è completamente dedicato a questo tema. È dunque logico pensare che sia un tema di grande interesse. Non solo a livello personale, ma anche dal punto di vista ecclesiale vale l’idea che «senza la sapienza del discernimento possiamo trasformarci facilmente in burattini alla mercé delle tendenze del momento» (CV 279). La capacità di discernimento ci fa persone al cospetto di Dio, soggetti attivi nella Chiesa e parte viva del mondo. Ed è anche evidente che, sia dal punto di vista personale che comunitario, «il discernimento diventa uno strumento di impegno forte per seguire meglio il Signore» (CV 295). Il discernimento, se lo si prende sul serio, di certo libera la Chiesa da due tentazioni tanto opposte quanto vicine: 

Chiediamo al Signore che liberi la Chiesa da coloro che vogliono invecchiarla, fissarla sul passato, frenarla, renderla immobile. Chiediamo anche che la liberi da un’altra tentazione: credere che è giovane perché cede a tutto ciò che il mondo le offre, credere che si rinnova perché nasconde il suo messaggio e si mimetizza con gli altri (CV 35).

Nel processo sinodale si è partiti dalla necessità di aiutare i giovani nel loro discernimento vocazionale e pian piano ci si è accorti che la Chiesa stessa era in un certo senso in “debito di discernimento”: non essendo in grado di discernere, la Chiesa non ha la possibilità di aiutare i giovani a farlo. Entrare nelle dinamiche e nel processo del discernimento è divenuto così una necessità ecclesiale. C’è stata l’esigenza di comprendere, approfondire, chiarificare e praticare il discernimento nella forma di un cammino condiviso, che è diventato poi stile sinodale. Come ci ha detto il Santo Padre il 3 ottobre 2018, 

il discernimento non è uno slogan pubblicitario, non è una tecnica organizzativa, e neppure una moda di questo pontificato, ma un atteggiamento interiore che si radica in un atto di fede. Il discernimento è il metodo e al tempo stesso l’obiettivo che ci proponiamo: esso si fonda sulla convinzione che Dio è all’opera nella storia del mondo, negli eventi della vita, nelle persone che incontro e che mi parlano. Per questo siamo chiamati a metterci in ascolto di ciò che lo Spirito ci suggerisce, con modalità e in direzioni spesso imprevedibili.

Il “metodo del discernimento” ha quindi orientato dall’interno il processo sinodale. Importante è stato riconoscere che il “soggetto giovani” e il “soggetto Chiesa” si sono trovati nella medesima situazione: non solo i giovani devono discernere per giungere alla loro vocazione, ma anche la Chiesa deve fare questo per vivere con sapienza e prudenza nel nostro tempo. Per questo le molte indicazioni sul discernimento prodotte durante tutto il cammino sinodale sono in un certo senso “intercambiabili”: quello che è detto per i giovani vale per la Chiesa e viceversa.

È opportuno segnalare, circa il tema del discernimento e dell’accompagnamento, la mutua implicazione tra livello personale e livello comunitario. Ne è emersa la convinzione che 

l’orizzonte comunitario è sempre implicato in ogni discernimento, mai riducibile alla sola dimensione individuale. Al tempo stesso ogni discernimento personale interpella la comunità, sollecitandola a mettersi in ascolto di ciò che lo Spirito le suggerisce attraverso l’esperienza spirituale dei suoi membri: come ogni credente, anche la Chiesa è sempre in discernimento (DF 105).

Al centro c’è la Chiesa come casa e scuola dell’accompagnamento e come ambiente adeguato per il discernimento. La Chiesa è chiamata a risplendere prima e sopra tutto come spazio e luogo di comunione e solo così può essere significativa per i giovani che vi appartengono. Il tutto è teologicamente motivato, perché «tale servizio non è altro che la continuazione del modo in cui il Dio di Gesù Cristo agisce nei confronti del suo popolo: attraverso una presenza costante e cordiale, una prossimità dedita e amorevole e una tenerezza senza confini» (DF 91).

3. Riattivare il protagonismo giovanile

Partendo dal cammino sinodale in atto e dalla necessità di immergersi con convinzione nel ritmo del discernimento, entriamo nello spazio di responsabilità che siamo chiamati ad assumere. È evidente che la corresponsabilità ecclesiale può avvenire solo partendo dalla coscienza chiara delle proprie responsabilità personali: in questo senso bisogna “dividere per poter unire”, ovvero comprendere che cosa siamo chiamati a fare personalmente per poterlo poi fare insieme. CV offre a tutti un appello chiaro e diretto alla responsabilità personale: di ogni giovane e di ogni credente. La forma colloquiale della lettera va proprio in questa precisa direzione. 

Partiamo dai giovani. Sono molto forti e persino entusiasmanti le indicazioni che emergono nel capitolo 5 della CV, che chiedono di rendere effettivo l’incontro con Cristo di cui si parla nel capitolo 6. Se tale incontro è reale, porta con sé delle conseguenze di ampia portata per la vita di ogni giovane:

Come si vive la giovinezza quando ci lasciamo illuminare e trasformare dal grande annuncio del Vangelo?
È importante porsi questa domanda, perché la giovinezza, più che un vanto, è un dono di Dio: «Essere giovani è una grazia, una fortuna». È un dono che possiamo sprecare inutilmente, oppure possiamo riceverlo con gratitudine e viverlo in pienezza (CV 134). 

La via indicata è quella di non cedere sui propri sogni e sui propri ideali; di alimentare il proprio desiderio attraverso il confronto con la vita reale; di andare in profondità nell’amicizia con Cristo; di maturare scelte di fraternità, di impegno politico e sociale. È chiesto a tutti i giovani di mettersi in gioco in prima persona, senza lasciarsi paralizzare dalla paura di sbagliare, o schiacciare dalle pressioni e dalle manipolazioni degli interessi economici. Meglio una caduta salutare che l’immobilità paralizzante. È questa la via della gioia, perché «Dio ama la gioia dei giovani e li invita soprattutto a quell’allegria che si vive nella comunione fraterna, a quel godimento superiore di chi sa condividere, perché “c’è più gioia nel dare che nel ricevere” (At 20,35) e “Dio ama chi dona con gioia” (2 Cor 9,7)» (CV 167). 

E quel protagonismo che i giovani mostrano di desiderare si trasforma in uno strumento di azione pastorale e missionaria, perché nessuno è più in grado di annunciare il Vangelo ai giovani del nostro tempo dei loro coetanei che già hanno incontrato il Signore, tanto che vocazione e missione qui si saldano in maniera feconda:

Voglio incoraggiarti ad assumere questo impegno, perché so che “il tuo cuore, cuore giovane, vuole costruire un mondo migliore. Seguo le notizie del mondo e vedo che tanti giovani in tante parti del mondo sono usciti per le strade per esprimere il desiderio di una civiltà più giusta e fraterna. I giovani nelle strade. Sono giovani che vogliono essere protagonisti del cambiamento. Per favore, non lasciate che altri siano protagonisti del cambiamento! Voi siete quelli che hanno il futuro! Attraverso di voi entra il futuro nel mondo. A voi chiedo anche di essere protagonisti di questo cambiamento. Continuate a superare l’apatia, offrendo una risposta cristiana alle inquietudini sociali e politiche, che si stanno presentando in varie parti del mondo. Vi chiedo di essere costruttori del mondo, di mettervi al lavoro per un mondo migliore. Cari giovani, per favore, non guardate la vita “dal balcone”, ponetevi dentro di essa. Gesù non è rimasto sul balcone, si è messo dentro; non guardate la vita “dal balcone”, entrate in essa come ha fatto Gesù”. Ma soprattutto, in un modo o nell’altro, lottate per il bene comune, siate servitori dei poveri, siate protagonisti della rivoluzione della carità e del servizio, capaci di resistere alle patologie dell’individualismo consumista e superficiale (CV 174).

D’altra parte, la vocazione è sempre una missione: non è mai la risposta alla domanda «Chi sono io?», ma un richiamo molto più radicale verso un «Per chi sono io?» (cfr CV 286 e DF 69). È la domanda che caratterizza un giovane in uscita, che si apre alla vita, al mondo, agli altri. Che non ha paura della realtà e cerca la sua vocazione. 

Per questo non solo la pastorale giovanile nel suo insieme, ma tutta la pastorale ha un’indole vocazionale e missionaria. Se partiamo da questi presupposti, effettivamente «dobbiamo pensare che ogni pastorale è vocazionale, ogni formazione è vocazionale e ogni spiritualità è vocazionale» (CV 254). È un’affermazione gravida di conseguenze, che recepisce con grande potenza e incisività le indicazioni presenti nell’IL 100 e 210, e soprattutto nel DF ai numeri 139 e 140. Insieme, si dice con altrettanta chiarezza che «la pastorale giovanile dev’essere sempre una pastorale missionaria» (CV 240). Quando è veramente vocazionale, la pastorale giovanile non può che diventare missionaria. E viceversa: quando è veramente missionaria, la pastorale giovanile non può che diventare vocazionale. Servizio generoso e discernimento vocazionale stanno o cadono insieme!

4. Intraprendere cammini sinodali

La domanda iniziale da cui siamo partiti era «Che cosa dobbiamo fare?», ma in realtà questa domanda pian piano si è trasformata. Dalla concentrazione sul fare organizzativo il percorso sinodale ci chiede di verificarci sui nostri stili relazionali e sulla qualità dei nostri cammini comunitari. Ci viene chiesto un passaggio dal fare all’essere: la nuova domanda è «Chi siamo chiamati ad essere?».

I Padri sinodali hanno avuto ben chiara la necessità di questo cambiamento quando hanno pensato alla centralità della “sinodalità missionaria” come cuore del rinnovamento ecclesiale auspicato, perché 

siamo consapevoli che non si tratta soltanto di dare origine a nuove attività e non vogliamo scrivere «piani apostolici espansionisti, meticolosi e ben disegnati, tipici dei generali sconfitti» (Francesco, Evangelii gaudium, n. 96). Sappiamo che per essere credibili dobbiamo vivere una riforma della Chiesa, che implica purificazione del cuore e cambiamenti di stile. La Chiesa deve realmente lasciarsi dare forma dall’Eucaristia che celebra come culmine e fonte della sua vita: la forma di un pane composto da molte spighe e spezzato per la vita del mondo. Il frutto di questo Sinodo, la scelta che lo Spirito ci ha ispirato attraverso l’ascolto e il discernimento è di camminare con i giovani andando verso tutti per testimoniare l’amore di Dio. Possiamo descrivere questo processo parlando di sinodalità per la missione, ossia sinodalità missionaria (DF 118). 

Con frequenza sono chiamate in causa le comunità e le Chiese locali, invitate a dar vita a processi sinodali che includano i giovani. Più che manuali teorici, servono occasioni in cui mettere a frutto l’ingegno e le capacità dei giovani stessi, ossia un approccio dal basso anziché dall’alto, avendo curadi raccogliere e condividere quelle buone pratiche coronate da successo (cfr CV 203-208). Anche per le Chiese questo invito a fidarsi dei giovani contiene una sfida – lasciare loro spazio – e richiede il coraggio di mettere in discussione ciò che si è sempre fatto. Anche qui si tratta di rischiare insieme, perché 

la pastorale giovanile non può che essere sinodale, vale a dire capace di dar forma a un “camminare insieme” che implica una “valorizzazione dei carismi che lo Spirito dona secondo la vocazione e il ruolo di ciascuno dei membri [della Chiesa], attraverso un dinamismo di corresponsabilità. […] Animati da questo spirito, potremo procedere verso una Chiesa partecipativa e corresponsabile, capace di valorizzare la ricchezza della varietà di cui si compone, accogliendo con gratitudine anche l’apporto dei fedeli laici, tra cui giovani e donne, quello della vita consacrata femminile e maschile, e quello di gruppi, associazioni e movimenti. Nessuno deve essere messo o potersi mettere in disparte” (CV 206).

Vi sono dunque delle responsabilità a vari livelli: tutti i giovani, ogni credente, la comunità locale, i movimenti e le Congregazioni religiose, ogni singola Diocesi. Perfino alle Conferenze Episcopali e ai Dicasteri Vaticani è chiesto di mettersi in stato di conversione e di rinnovamento.

In tutto questo chi ha responsabilità e quindi autorità nella Chiesa è chiamato in causa. D’altra parte, come è stato ben espresso in vari momenti del cammino sinodale, l’autorità della Chiesa o è generativa o non è: «Nel suo significato etimologico la auctoritas indica la capacità di far crescere; non esprime l’idea di un potere direttivo, ma di una vera forza generativa» (DF 71). Per questo «esercitare l’autorità diventa assumere la responsabilità di un servizio allo sviluppo e alla liberazione della libertà, non un controllo che tarpa le ali e mantiene incatenate le persone» (IL 141). Sappiamo che la delusione istituzionale è uno dei tratti emersi nel cammino di ascolto di preparazione al Sinodo. Sappiamo persino del fallimento della stessa autorità dei pastori nella triste vicenda degli abusi, più volte richiamata durante l’Assemblea sinodale. Ora l’autorità della Chiesa, a tutti i suoi livelli, si trova davanti a una chance di tutto rispetto: quella di prendere iniziativa, di invitare tutti a mettersi in gioco, di aprire spazi di confronto e di protagonismo, di creare le condizioni per una Chiesa sinodale e solidale, caratterizzata da un modo di vivere e lavorare insieme che sia davvero profetico per se stessa e per il mondo. 

Il Sinodo, in fondo, ci ha consegnato proprio questo: un modo di vivere e lavorare insieme da cui non possiamo più prescindere. Ne era ben consapevole papa Francesco al termine dell’Assemblea sinodale, e lo ha espresso magnificamente nell’Angelus del 28 ottobre 2018: 

i frutti di questo lavoro stanno già “fermentando”, come fa il succo dell’uva nelle botti dopo la vendemmia. Il Sinodo dei giovani è stato una buona vendemmia, e promette del buon vino. Ma vorrei dire che il primo frutto di questa Assemblea sinodale dovrebbe stare proprio nell’esempio di un metodo che si è cercato di seguire, fin dalla fase preparatoria. Uno stile sinodale che non ha come obiettivo principale la stesura di un documento, che pure è prezioso e utile. Più del documento però è importante che si diffonda un modo di essere e lavorare insieme, giovani e anziani, nell’ascolto e nel discernimento, per giungere a scelte pastorali rispondenti alla realtà.

* * *

Ci avviciniamo così a quello che possiamo definire l’orizzonte ultimo della proposta della CV,  espresso attraverso il recupero di una parola tradizionale come “estasi”, assunta nel suo significato originario: l’incontro con Dio produce estasi non perché strappa il credente dalla realtà e dalla trama di relazioni in cui è inserito, ma perché lo spinge a uscire da se stesso, superando i suoi stessi limiti perché si lasci conquistare dalla bellezza dell’amore per gli altri e si consacri alla ricerca del loro bene. Per questo ad ogni giovane papa Francesco augura: «Che tu possa vivere sempre più quella “estasi” che consiste nell’uscire da te stesso per cercare il bene degli altri, fino a dare la vita» (CV 163). E poi spiega con accuratezza la questione:

Quando un incontro con Dio si chiama “estasi”, è perché ci tira fuori da noi stessi e ci eleva, catturati dall’amore e dalla bellezza di Dio. Ma possiamo anche essere fatti uscire da noi stessi per riconoscere  la bellezza nascosta in ogni essere umano, la sua dignità, la sua grandezza come immagine di Dio e figlio del Padre. Lo Spirito Santo vuole spingerci ad uscire da noi stessi, ad abbracciare gli altri con l’amore e cercare il loro bene. Per questo è sempre meglio vivere la fede insieme ed esprimere il nostro amore in una vita comunitaria, condividendo con altri giovani il nostro affetto, il nostro tempo, la nostra fede e le nostre inquietudini. La Chiesa offre molti e diversi spazi per vivere la fede in comunità, perché insieme tutto è più facile (CV 164).

Alla fine la domanda che papa Francesco pone a ogni giovane, a ogni credente e alla Chiesa stessa nel suo insieme attraverso la CV è probabilmente questa: «Avete il coraggio di osare questa estasi?». La risposta ha molto a che fare con la possibilità di scoprire la propria vocazione e di vivere la propria vita con pienezza. 

Giacomo Costa SJ e Rossano Sala SDB


Questo testo è contenuto anche nell'edizione della Christus Vivit pubblicata da Elledici, con un'introduzione di don Michele Falabretti, Direttore del Servizio Nazionale di Pastorale Giovanile della Conferenza Episcopale Italiana (per acquisti e prenotazioni: www.elledici.org)
2 aprile 2019
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