Cambiamenti climatici e migrazioni: un po' di chiarezza

L’allarme per il cambiamento climatico è stato rilanciato recentemente da un Rapporto dell’ICCP (Intergovernmental Panel on Climate Change), l’agenzia dell’ONU preposta al tema. Redatto da 107 esperti di 52 Paesi, il Rapporto sottolinea che il cambiamento climatico sta minacciando tutti e quattro i pilastri della sicurezza alimentare: la disponibilità di cibo, l’accesso (in termini di prezzi e forniture), l’utilizzo (ossia la qualità nutritiva) e la stabilità (la continuità degli approvvigionamenti).

Emissione di gas serra, riscaldamento del pianeta, desertificazione, degrado del suolo, sono fenomeni interconnessi e sempre più minacciosi. Ma la divulgazione del Rapporto e soprattutto la sua ricezione da parte degli organi d’informazione hanno fatto ricorso a una narrativa ormai invalsa quando si parla di cambiamento climatico, disegnando scenari di guerre e soprattutto di apocalittiche migrazioni per cause ambientali.

Il nesso sembra logico e difficilmente contestabile: se la terra diventa improduttiva, la popolazione sarà costretta a spostarsi. Lo schema semplificante che fa discendere l’emigrazione dalla povertà trova così una nuova conferma. In realtà la questione è un po’ più complessa.

Gli studi sulle cause delle migrazioni concordano largamente su tre aspetti. Prima di tutto, le migrazioni sono fenomeni sempre più variegati, in cui i Paesi intermedi e anche quelli sviluppati, nonché le fasce di popolazione qualificate, sono ampiamente coinvolti. Identificare le migrazioni con gli spostamenti di povera gente spinta da fame e guerre è una grossolana riduzione della complessità dei flussi. Secondo, le migrazioni sono fenomeni multicausali, in cui concorrono vari fattori. Difficile che sia una sola ragione a spingere le persone a muoversi. Terzo e più rilevante: per emigrare occorrono delle risorse, tanto maggiori quanto più lontana è la destinazione agognata. Anche in situazioni di severa crisi ambientale, coloro che possiedono maggiori risorse dispongono di più ampie opportunità di scelta: possono decidere di restare o di spostarsi, ed eventualmente dove andare. Che contadini e allevatori impoveriti del Sahel o del Corno d’Africa possano arrivare fino in Europa è un evento, se non impossibile, certo improbabile e quindi raro.

Le migrazioni in cui le cause ambientali contribuiscono in modo più riconoscibile sono semmai le migrazioni interne, soprattutto quelle dalle campagne alle megalopoli del Terzo Mondo. Il Rapporto annuale sul tema dell’IDMC (International Displacement Monitoring Centre) stima in 17,2 milioni il numero delle persone spinte a spostarsi verso altre regioni del proprio paese a causa di disastri ambientali.

Questi fenomeni, oltre che interni ai confini, sono anche concentrati prevalentemente nell’Asia Sud-orientale e nella regione del Pacifico (73,5%). Per l’Africa e il Medio Oriente il dato raggiunge soltanto il 16,4%. Anche ammettendo che una parte di questi migranti forzati prima o poi oltrepassino un confine, dovranno superare molte barriere prima di arrivare nel Nord del mondo.

Il Rapporto dell’ONU in realtà parla pochissimo del rapporto tra cambiamenti climatici e migrazioni, tanto meno sulle lunghe distanze. Sono i suoi divulgatori ad averne fatto un teorema. Si può intuire il motivo: far leva sulla paura di migrazioni epocali per accrescere la sensibilità verso i problemi ambientali, ancora troppo emotiva e discontinua. In realtà però un simile argomento collude con le ansie diffuse nei confronti di un’invasione d’immigrati inesistente, alimentando la cultura della chiusura. Mostrarne l’inconsistenza non significa abbassare la guardia sul cambiamento climatico o disinteressarsi delle popolazioni già fragili che ne subiscono maggiormente l’impatto. Ma sia il clima, sia i rifugiati ambientali, sia i migranti in generale hanno bisogno di buoni argomenti per essere davvero difesi.
28 ottobre 2019
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