ArticoloEditoriali

Sulle tracce della speranza

Fascicolo: dicembre 2024

Porre la speranza come messaggio centrale dell’ormai prossimo anno giubilare non è una scelta scontata, così come non lo è affermare che «tutti sperano» (Bolla di indizione del Giubileo 2025 Spes non confundit, n. 1). Non lo è perché respiriamo un’aria intrisa di smarrimento e di incertezza, in cui è facile che le paure e le chiusure prendano il sopravvento, e con esse la disperazione e la rassegnazione, che sono agli antipodi della speranza. Le attestazioni in tal senso non mancano: è sufficiente scorrere le cronache cittadine, considerare gli esiti delle elezioni o i periodici sondaggi. Le cause all’origine sono numerose, tra loro diverse ma non slegate, tanto che i loro effetti non si sommano semplicemente, bensì si rafforzano e amplificano reciprocamente. Alcuni eventi recenti, come la pandemia, ci hanno toccato da vicino e ne portiamo ancora le tracce; altri hanno rimesso in discussione riferimenti ritenuti ormai consolidati, come nel caso della guerra in Ucraina, che ha infranto l’illusione degli europei che la pace fosse definitivamente acquisita. Ci sono poi trasformazioni in atto da tempo, che hanno un notevole impatto sulle nostre vite: è il caso delle continue e repentine innovazioni tecnologiche, con tutte le loro implicazioni sul piano antropologico e sociale, delle crescenti diseguaglianze economiche che erodono il ceto medio o delle conseguenze dei cambiamenti climatici, che colpiscono i nostri territori, sempre più fragili, e quanti vi abitano. Di fronte a questo scenario che ne è della speranza? Ha ancora spazio, non tanto e non solo in una chiave personale, ma collettiva?

 

Testimoni di speranza

Anche il cardinale Carlo Maria Martini era consapevole del rischio di cadere nello sconforto e nel pessimismo quando si considera la situazione sociale con tutte le sue complessità e difficoltà. Nel 1993, in un intervento per la Giornata della solidarietà a Milano, Martini fece una precisazione al riguardo aprendo a una prospettiva promettente: «Sperare equivale a vivere: l’uomo, infatti, vive in quanto spera e la definizione del suo esistere è collegata alla definizione dell’ambito delle sue speranze» (Martini C.M., Piccolo manuale della speranza e della famiglia, Bompiani, Milano 2022, 16).

L’equiparazione tra vivere e sperare è al contempo suggestiva e concreta, perché è in grado sia di attivare percorsi di riflessione inattesi sia di radicarli nella realtà, acquisendo così immediatezza e intelligibilità. Per muoversi in questa prospettiva è di aiuto richiamare alla mente episodi della nostra storia recente in cui la speranza si è fatta tangibile a livello tanto individuale quanto collettivo, in riferimento proprio a quei contesti prima richiamati, in cui sembrava a prima vista che essa non avesse più spazio.

Tra i segni di speranza ricordiamo allora i volontari accorsi a Valencia, in Spagna, o nelle varie località dell’Emilia-Romagna dopo le catastrofiche alluvioni degli ultimi mesi, la generosa professionalità del personale sanitario e le reti di aiuto che si sono attivate durante la pandemia, quanti hanno preso posizione in prima persona per non cedere alla logica guerrafondaia e disumanizzante dominante quando si parla dei conflitti in corso, a cominciare da quello in Ucraina, o della situazione in Medio Oriente.

In ognuno di questi esempi, così come in altri che potrebbero essere fatti, ci troviamo di fronte a eventi che hanno scosso la vita di un’intera comunità fino al punto di metterla in grave pericolo. Ma è proprio nella difficoltà che istituzioni e singole persone, lavorando spesso in sinergia, hanno saputo esprimere una visione d’insieme e si sono spese per alcuni valori fondanti, come la dignità, la solidarietà, la giustizia, la cura nei confronti di chi è più debole. In questi episodi riconosciamo una dinamica simile all’ostinata resistenza di ciò che è autenticamente umano menzionata dalla Laudato si’ (n. 112), che si oppone all’imbarbarimento nelle relazioni sociali e allo smarrimento del bene comune. Ancor più radicalmente sono segni di speranza perché non si esauriscono nel presente, ma aprono a un futuro pensabile e realizzabile, anche se su questo punto il rischio di equivoci è concreto.

 

Tra presente e futuro

L’associazione della speranza con parole come futuro, attesa, desiderio è immediata, ma al contempo può essere fuorviante. È così quando ci imbattiamo in un ottimismo ingenuo secondo cui qualunque sia il corso degli eventi, l’esito sarà comunque positivo. In questo caso, si abdica al compito di leggere la realtà in cui si è calati. Si rinuncia a conoscere la condizione in cui si trovano le persone coinvolte, le forze in campo, le risorse su cui si può fare leva, i limiti con cui bisogna fare i conti. In questo modo, non si spera nulla: ogni esito va bene e per questo diventa di fatto irrilevante, perché tutti si equivalgono e le eventuali differenze non contano. Non molto diversi sono i casi di un ottimismo generico e deresponsabilizzante, che si concentra nell’attesa dell’intervento risolutore di un deus ex machina, o di quello ideologico, che si fonda sull’adesione a una teoria da seguire in modo rigido, senza tenere conto di altre prospettive e ignorando quanto nel frattempo accade nella società.

Pur se in modi diversi, nei casi menzionati risulta compromesso il nesso tra il presente e il futuro. Non si può sperare un futuro sensato e giusto, se non vi è una profonda e consapevole conoscenza del presente, con tutto il carico di vicende che lo hanno plasmato. Ma il sapere da solo non basta, è importante che sia accompagnato da una componente affettiva, che nella nostra cultura è spesso relegata in secondo piano: «Spero perché voglio bene a qualcosa; per sperare bisogna volere bene alla realtà, alle persone, alle situazioni» (Giaccardi C., «La speranza, via che dà senso al nostro esistere», 28 settembre 2022, in <www.benecomune.net>).

La speranza autentica allora prende forma in questa tensione tra l’oggi vissuto e il domani che si immagina, tenendo conto delle incertezze che esistono. Non è una mera attesa di qualcosa che accadrà, ma è inscrivere già nel presente ciò che si spera, attraverso le proprie scelte e azioni. Se consideriamo le cronache del nostro Paese, comprendiamo le conseguenze che si producono quando questo legame entra in cortocircuito: si tratta di un impoverimento a livello di pensiero e di politiche, che si tramuta poi in un effettivo impoverimento materiale per la collettività nel suo insieme, pesando in particolare su chi è più debole. Ne sono tristi esempi le progettazioni senza respiro, le pratiche che hanno poco di “buono”, l’andirivieni politico su temi sensibili per convenienze immediate. Al contrario, la distanza tra il presente e il futuro può essere abitata in modo fecondo quando le decisioni che prendiamo e le azioni che compiamo sono pensate come un contributo, anche minimo ma tangibile, in un cammino condiviso con altri.

 

Sono i legami a generare speranza

Questa dimensione di una speranza condivisa e collettiva, capace di fare da volano a una comunità, a un Paese, è stata richiamata dal presidente Mattarella nel 2015, nel discorso pronunciato in Parlamento al momento del giuramento per il suo primo mandato. Riferendosi all’Italia e all’unità nazionale, affermò che era necessario «ridare al Paese un orizzonte di speranza», aggiungendo che «perché questa speranza non rimanga un’evocazione astratta, occorre ricostruire quei legami che tengono insieme la società». Attraverso queste parole si coglie come la speranza non può essere concepita scindendola dalle relazioni. Sono esse a darle spessore e concretezza, a incarnarla in volti e situazioni, a interpellare nel profondo quanti sono coinvolti, sollecitandoli, incoraggiandoli a dare una risposta a livello personale e collettivo.

In modo solo apparentemente paradossale, ce ne rendiamo conto quando incontriamo persone che sono ai margini della nostra società, che sulla carta dovrebbero essere le più lontane da uno sguardo di fiducia sul futuro, e che invece sono piene di speranza, spesso contagiosa. Sono anziani soli o giovani precari, migranti o lavoratori sottopagati, sono coloro che portano su di sé i segni degli errori commessi nel passato, di cui sono consapevoli e per questo sono già rivolti verso il domani. Sono testimoni potenti di speranza quando sono animati da una forza che li attrae verso la vita senza chiusure e ripiegamenti, quando compiono gesti di solidarietà, quando sono incapaci di concepire il proprio bene scindendolo da quello di coloro con cui condividono la vita. «Se c’è una speranza per le persone che affrontano la povertà, essa non emerge come il dispiegarsi di un vasto orizzonte, ma piuttosto come un’ostinata perseveranza, come successivi atti di coraggio, giustificati dal rifiuto di lasciare che gli altri se la cavino da soli» scrive François Odinet, un sacerdote francese che accompagna poveri ed emarginati, dando voce a quanto sperimentato da tanti che si trovano a fare la sua stessa esperienza in altri contesti (Odinet F., «Sans espérance, on n’est rien», in Christus, luglio 2023, 65).

Nella Critica della ragion pura, la terza e ultima domanda che Immanuel Kant ritiene fondamentale per l’umanità riguarda proprio la speranza: «Che cosa mi è lecito sperare?». La sua formulazione continua a interrogarci, ci spinge a chiederci verso quale bene possiamo indirizzarci, tanto come singoli quanto come collettività, ma nello stesso tempo avvertiamo che non è sufficiente questo passo. Il card. Martini ricordava che la vera questione quando si parla della speranza in un senso forte non verte sul “che cosa”, ma sul “chi”: in chi riponiamo la nostra speranza, dando così valore al tratto relazionale.

Questo rilievo non è secondario e mette in discussione alcuni modelli della nostra società che ci offrono false speranze. Sono tali, infatti, quelle che propongono una visione messianica di un leader solitario, capace da solo, o al massimo affiancato da un ristretto numero di persone, di rispondere a ogni esigenza e richiesta. Oppure quelle che si basano su una visione individualistica o di gruppo chiuso delle istituzioni pubbliche, della società, del mondo del lavoro, dello stare bene, in cui il respiro ampio della relazione come incontro con compagni inattesi di cammino è alla fine snaturato. Un’autentica comprensione della speranza in chiave collettiva si realizza quando vi è un’assunzione matura delle proprie responsabilità come cittadini tanto nella sfera privata quanto in quella pubblica, perché è solo utopica l’idea di una speranza che non si misuri con le effettive possibilità di azione che ognuno di noi ha a disposizione. In questo passo può aiutare porsi la domanda kantiana in una rinnovata formulazione: insieme a chi e per chi possiamo sperare?

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