Se chiudo gli occhi non sono più qui
Vittorio Moroni
Maremosso
Italia 2013
Drammatico
Durata: 100 min.
Nell’ultimo decennio, il cinema italiano
più volte si è cimentato col
tema delle migrazioni attraverso il lavoro
di registi già affermati – si pensi in particolare
a Ermanno Olmi e al suo
Villaggio
di cartone o a
Terraferma di Emanuele
Crialese – o di giovani autori, come Andrea
Segre (
Io sono Li) o Francesco Munzi
(
Saimir). Con
Se chiudo gli occhi non
sono più qui, Vittorio Moroni decide di
affrontare le problematiche delle “seconde
generazioni”, cioè i figli nati da coppie
di migranti o da coppie miste, attraverso
la storia di un ragazzo di origine filippina
da parte materna alla scoperta del suo
passato familiare. «Kiko – come ha avuto
modo di evidenziare Moroni in una
recente intervista (in
www.cineclandestino.it/intervista-a-vittorio-moroni)
– appartiene alla cosiddetta seconda
generazione, è una persona che non può
evitare di fare i conti con i sogni propri
e della generazione precedente, che deve
decidere cosa prendere e cosa lasciare nei
propri bagagli. Questa complessa questione
che riguarda il grande negoziato
culturale delle seconde e terze generazioni
è una declinazione del cosiddetto tema
migratorio che affascina e interroga moltissimo.
E che deciderà molto del futuro
del nostro Paese».
Narrando la storia di un ragazzo figlio
di una coppia mista, che non deve
misurarsi con i problemi burocratici
dovuti al non essere cittadino italiano,
Moroni sceglie di non soffermarsi sulla
spinosa questione del riconoscimento
della cittadinanza ai figli di migranti
nati in Italia, per privilegiare piuttosto il
racconto del percorso compiuto da Kiko per arrivare a definire la propria identità
culturale, passando attraverso le difficoltà
di integrazione nel sistema scolastico,
dell’elezione di una cultura d’appartenenza
e della difficile armonizzazione tra
elementi familiari tra loro profondamente
diversi.
La trama del film
Kiko (Mark Manaloto), sedici anni, ha perso
il padre italiano in un incidente e vive
con la madre filippina Marilou e il suo nuovo
compagno Ennio (Giuseppe Fiorello), un
caporale che sfrutta immigrati clandestini
in cantieri edili. Ogni giorno dopo la scuola
Kiko è costretto a lavorare per Ennio. Sente
di vivere nel pianeta sbagliato. C’è un solo
posto dove è possibile sognare: un vecchio
autobus abbandonato che il ragazzo ha
trasformato nel suo rifugio. L’incontro con
Ettore (Giorgio Colangeli), un vecchio amico
del padre che si offre di aiutarlo negli
studi, cambierà il suo destino. Quell’uomo,
però, nasconde un segreto. Il regista e sceneggiatore Vittorio Moroni
(Sondrio 1971) non è nuovo al tema
dell’immigrazione. Ha già lavorato infatti
con Emanuele Crialese alla sceneggiatura
di Terraferma e ha raccontato l’Italia con
gli occhi di un migrante in Le ferie di Licu.
Nella lettura complessiva del film, un
aspetto di cui lo spettatore deve tenere
conto è la matrice di partenza. Se chiudo
gli occhi non sono più qui appartiene infatti
al genere del cinema “per ragazzi” (che
in America viene definito teen movie) e
come tale risente di una certa declinazione
didascalica, che punta a raccontare
anche a un pubblico più giovane cosa sta
accadendo e quali sono le motivazioni dei
personaggi. Se tale “stampo” di genere
porta a una maggiore sottolineatura della
sceneggiatura (i ricorsi alle voci fuori
campo possono infastidire gli spettatori
più smaliziati), Vittorio Moroni cerca di
contaminare il proprio sguardo registico
con quello del documentario, alternando
momenti più dialogati a pause di vera e
propria contemplazione. Questa ricerca
visiva permette di cogliere a pieno il lato
più simbolico del film, che porta gli spettatori
(anche i meno formati dal punto
di vista cinematografico) a comprendere
come la pellicola non si esaurisca in un
semplice romanzo di formazione sullo
schermo, ma abbia un piano metaforico
estremamente profondo, capace di rimandare
alla vita e alla situazione sociale
nel nostro Paese.
Un primo punto di lettura simbolico
è rappresentato dal sistema dei personaggi
del film, che incarnano ciascuno una
diversa identità. La figura paterna, ad
esempio, è articolata in tre modi diversi:
quella idealizzata del padre biologico di
cui non si conosce il nome, quella dura e
pratica del padre adottivo Ennio, quella
elettiva di Ettore, che si spende per la crescita
umana del ragazzo. Non è difficile
immaginare così una triplice prospettiva
rispetto alla questione della cultura di
appartenenza. Kiko dovrà infatti capire
a quale figura paterna rifarsi e quale
identità abbracciare. Il padre biologico
rappresenta l’Italia immaginaria, terra
accogliente e luogo di infinite possibilità
(nella percezione della prima generazione
migrante); non casualmente il padre
è legato alla sfera dello spazio, delle stelle
e della meraviglia (rappresentata da un
pulmino adattato a osservatorio spaziale).
Ennio rappresenta invece la realtà
dell’offerta lavorativa, dello sfruttamento
spesso gretto e spietato, ma dotato di un
senso di umanità dato dalla concretezza
della vita lavorativa e di una sensibilità
talvolta inaspettata. Terza e ultima figura
è quella ben più complessa di Ettore, vero
e proprio motore dell’intero film.
Nella
trama, infatti, la discontinuità rispetto
alla situazione iniziale, in cui Kiko lavora
con il padre adottivo come muratore,
è rappresentata proprio dall’ingresso sulla
scena di questo vecchio amico del padre
biologico del ragazzo, che decide di occuparsi
della sua istruzione e della sua
formazione umana. La figura di Ettore
risulta doppiamente emblematica: da un
lato inizia Kiko allo studio della filosofia
– come i migliori maestri della cultura
classica, lo educa alla dottrina socratica
del dubbio e a quella platonica della maieutica
– ma dall’altro mostra una forte
carica ambigua: il suo interessamento per
Kiko sembra infatti scaturire dal senso di
colpa per aver causato l’incidente in cui
è rimasto coinvolto mortalmente il padre
biologico. Questo personaggio sembra
così incarnare un certo volto dell’Italia,
animata da una linfa culturale che attinge
anche alla tradizione filosofica e politica classica, ma che poi si scontra con le
contraddizioni della vita quotidiana e con
le ambiguità del proprio passato.
Il racconto delle vicende di Kiko permette
a Moroni di mostrare in maniera
estremamente chiara il lavorio interiore
che deve essere compiuto da un giovane
nato da una coppia mista per mettere in
relazione la duplice cultura di provenienza
del proprio nucleo familiare (la madre
filippina e le tre figure paterne italiane,
con tutti i loro difetti e ambiguità).
In questo modo è anche evocato il compito
che ogni giovane di seconda generazione
deve affrontare nella costruzione
della propria identità culturale nell’incontro
tra le radici della propria famiglia
e la cultura del Paese di accoglienza.
Kiko si trova dunque nella necessità
di risolvere al più presto il complicato
rapporto con il proprio passato, rappresentato
dalla figura del padre biologico,
e a dover fare i conti con le proprie
aspirazioni: che cosa fare nella vita? Che
spazio dare alla scuola e alla famiglia? Il
cammino che dovrà fare lo condurrà ad
accettare la propria diversità, pur essendo
nato nel Paese in cui si trova a vivere. È
un percorso pieno di difficoltà, che comporta
la capacità di mettere in ordine un
insieme complesso e contraddittorio di
problemi di ordine sociologico (essere di
origine filippina e avere quindi una sfera
di personaggi di riferimento, come il pugile
Manny Pacquiao, legati a quel contesto)
e psicologico (quale figura paterna
scegliere?), orientandosi verso un’identità
autentica che tiene conto di tutti i fattori
in gioco (inaspettatamente, dopo oltre
un’ora di film, Kiko inizia a parlare in
filippino con la madre).
Vittorio Moroni con il suo film tenta
una sfida forse molto azzardata: mantenersi
fedele a un genere molto semplice
e codificato come il cinema per ragazzi
portando nel contempo lo spettatore a riflettere
sul tema delle seconde generazioni
non in maniera diretta ma attraverso
uno sguardo metaforico. Registicamente
tale sfida viene parzialmente vinta dall’abile
ricorso al linguaggio documentario
e dalle scelte di casting – assolutamente
non banali – che portano a interagire
attori professionisti e non professionisti.
Rimangono però molti dubbi sulla scrittura
del film, che sembra voler suggerire
troppe riflessioni e troppi riferimenti,
perdendo così talvolta fluidità. Ne esce
un primo tentativo di cinema che riflette
su temi sociali senza affrontarli nella
sfera del “cinema del reale”, ma portando
lo spettatore – in questo senso coerentemente
con il percorso sviluppato dal
protagonista Kiko – a sviluppare per via
simbolica una riflessione sulle dinamiche
identitarie riguardanti le seconde generazioni.
Se chiudo gli occhi non sono più qui
risulta quindi un film perfetto per un
lavoro in sede didattica tanto con adolescenti
quanto con insegnanti od operatori
sociali, ma che proprio per questa vena
marcatamente sottolineata potrebbe irritare
chi di fronte allo schermo cinematografico
non chiede di essere condotto per
mano dal regista.
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