(S)confini. La lotta delle donne per l’inclusione nello sport

Luca Grion
Erickson, Trento 2025, pp. 232
Scheda di: 
Fascicolo: ottobre 2025

Non so se vi è mai capitato di stare sulla soglia di un labirinto. Si può decidere di entrare per gioco o di non farlo per paura. (S)confini ci offre una terza via: si deve entrare, non per gioco e senza paura. In questo caso, il labirinto è uno dei più intricati: quello relativo alla partecipazione delle atlete intersex e transgender alle competizioni sportive femminili. Solo una guida sapiente potrebbe accompagnarci tra i chiaroscuri di una parte di mondo sportivo che grida i propri diritti e una che fatica a dare loro accoglienza. Luca Grion ci prende per mano, orientato da due bussole essenziali per un filosofo morale: il rispetto per la sofferenza causata dall’esclusione e la certezza che in gioco non c’è una questione astratta, bensì il concreto decidere al cospetto di un conflitto tra valori.

Sono molte le sollecitazioni di questo testo così utile, sia se si segue lo svolgimento lineare (una genealogia della pratica sportiva e della storia di tardiva inclusione delle donne che si fa articolazione di quanto fisiologia e biologia ci dicono dei corpi nelle loro zone di confine) sia se viene scomposto in alcuni passaggi (il legame dialettico tra politica, politiche, sport; la relazione porosa tra sport, attività motoria, gioco; il rapporto dinamico tra regole, legalità, eticità).

Fermiamo l’attenzione su un aspetto: il modo in cui la lotta per l’inclusione riapra la messa in questione dello sport e la messa alla prova della sportivizzazione della vita. Tutto muove dalla difficoltà di «capire quando, per includere, sia necessario creare nuovi spazi e nuovi confini e quando, invece, occorra allargare quelli esistenti» (p. 45): fin dove può spingersi l’inclusione per consentire equità senza cambiare identità e serietà della competizione? Il dilemma amletico è servito e le questioni di genere lo rendono esplosivo.

Il primo convocato al banco degli imputati è lo sport, al quale si chiede quanto scarto generi, nascosto sotto la (spesso eccessiva) retorica dell’inclusione (emarginando i meno adatti, i meno capaci, fino a intersex e transgender), quale sia il suo fine (vincere o partecipare?) e la sua natura (sport amatoriale, giovanile, scolastico o ricreativo sono “lo stesso” sport?). Se infatti la competizione e il binomio vittoria/ sconfitta costituiscono il discrimine tra ciò che è sport e ciò che non lo è, s’impone che l’equità prevalga sull’inclusione. Se, invece, è l’elemento sociale (accoglienza/ esclusione) a fare da discrimine, allora è l’inclusione a dover prevalere sull’equità. E ancora: se lo sport è una «pratica sociale che si nutre di partecipazione» (p. 18), come si regola il “di più” di chi domanda di farne parte? Prima consegna: la questione di genere non consente di evadere la questione più ampia di cosa è sport e “quanti” sport (non discipline sportive) ci sono.

Non basta. Muovendo dal tema della diversità, che non è sinonimo di differenza (questa si contrappone a uguaglianza, quella a uniformità), si apre una sfida ancora più ampia: lo sport, che oggi permea quasi tutte le dimensioni della vita sociale, deve recuperare un proprio perimetro di specificità o continuare in questa opera di colonizzazione del vivere quotidiano? Nel primo caso, gli si devono riconoscere dei confini, oltre i quali non è lecito applicare le sue logiche; nel secondo, può diventare onnipervasivo dei legami sociali, con conseguenza problematiche. Possiamo permetterci di applicare fuori dallo sport tutte le logiche che esso rende sostenibili al proprio interno, solo in nome della sua complessiva portata educativa? Oppure, solo all’interno di quel perimetro, farlo fungere da reagente chimico nei confronti di alcuni eminenti fenomeni sociali? Le sfide della diversità e dell’inclusione ci costringono a tornare a questa distinzione: vincere rispettosamente e imparare seriamente a perdere (nello sport) chiede equità, anche a costo di una sensata e argomentata esclusione; vivere dignitosamente e riconoscere la portata generativa del limite (fuori dallo sport) non ammette esclusione possibile e giustificabile. Seconda consegna: la questione di genere è una messa alla prova di vite sportivizzate e di uno sport al servizio della vita.

Buona lettura (necessaria).

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