Non so se vi è mai capitato di
stare sulla soglia di un labirinto.
Si può decidere di entrare per
gioco o di non farlo per paura.
(S)confini ci offre una terza via:
si deve entrare, non per gioco e
senza paura. In questo caso, il labirinto
è uno dei più intricati: quello
relativo alla partecipazione delle
atlete intersex e transgender alle
competizioni sportive femminili.
Solo una guida sapiente potrebbe
accompagnarci tra i chiaroscuri di
una parte di mondo sportivo che
grida i propri diritti e una che fatica
a dare loro accoglienza. Luca Grion
ci prende per mano, orientato
da due bussole essenziali per un
filosofo morale: il rispetto per la
sofferenza causata dall’esclusione
e la certezza che in gioco non c’è
una questione astratta, bensì il
concreto decidere al cospetto di un
conflitto tra valori.
Sono molte le sollecitazioni di
questo testo così utile, sia se si
segue lo svolgimento lineare (una genealogia della pratica sportiva
e della storia di tardiva inclusione
delle donne che si fa articolazione
di quanto fisiologia e biologia ci
dicono dei corpi nelle loro zone di
confine) sia se viene scomposto in
alcuni passaggi (il legame dialettico
tra politica, politiche, sport; la
relazione porosa tra sport, attività
motoria, gioco; il rapporto dinamico
tra regole, legalità, eticità).
Fermiamo l’attenzione su un
aspetto: il modo in cui la lotta per
l’inclusione riapra la messa in questione
dello sport e la messa alla
prova della sportivizzazione della
vita. Tutto muove dalla difficoltà
di «capire quando, per includere,
sia necessario creare nuovi spazi e
nuovi confini e quando, invece, occorra allargare quelli esistenti» (p.
45): fin dove può spingersi l’inclusione
per consentire equità senza
cambiare identità e serietà della
competizione? Il dilemma amletico
è servito e le questioni di genere
lo rendono esplosivo.
Il primo convocato al banco degli
imputati è lo sport, al quale si chiede
quanto scarto generi, nascosto
sotto la (spesso eccessiva) retorica
dell’inclusione (emarginando i
meno adatti, i meno capaci, fino a
intersex e transgender), quale sia
il suo fine (vincere o partecipare?)
e la sua natura (sport amatoriale,
giovanile, scolastico o ricreativo
sono “lo stesso” sport?). Se infatti
la competizione e il binomio vittoria/
sconfitta costituiscono il discrimine
tra ciò che è sport e ciò
che non lo è, s’impone
che l’equità prevalga
sull’inclusione. Se,
invece, è l’elemento
sociale
(accoglienza/
esclusione) a
fare da discrimine,
allora è
l’inclusione a
dover prevalere
sull’equità. E ancora:
se lo sport è una
«pratica sociale che si
nutre di partecipazione»
(p. 18), come si regola il “di più” di
chi domanda di farne parte? Prima
consegna: la questione di genere
non consente di evadere la questione
più ampia di cosa è sport
e “quanti” sport (non discipline
sportive) ci sono.
Non basta. Muovendo dal tema
della diversità, che non è sinonimo
di differenza (questa si contrappone
a uguaglianza, quella a uniformità),
si apre una sfida ancora più
ampia: lo sport, che oggi permea
quasi tutte le dimensioni della vita
sociale, deve recuperare un proprio
perimetro di specificità o continuare
in questa opera di colonizzazione
del vivere quotidiano? Nel primo
caso, gli si devono riconoscere dei
confini, oltre i quali non è lecito
applicare le sue logiche; nel secondo,
può diventare onnipervasivo
dei legami sociali, con conseguenza
problematiche. Possiamo permetterci
di applicare fuori dallo sport
tutte le logiche che esso rende
sostenibili al proprio interno, solo
in nome della sua complessiva
portata educativa? Oppure, solo
all’interno di quel perimetro, farlo
fungere da reagente chimico
nei confronti di alcuni
eminenti fenomeni
sociali? Le sfide
della diversità e
dell’inclusione ci
costringono a
tornare a questa
distinzione:
vincere rispettosamente
e imparare
seriamente
a perdere (nello
sport) chiede equità,
anche a costo di una
sensata e argomentata
esclusione; vivere dignitosamente
e riconoscere la portata generativa
del limite (fuori dallo sport) non
ammette esclusione possibile e
giustificabile. Seconda consegna: la
questione di genere è una messa
alla prova di vite sportivizzate e
di uno sport al servizio della vita.
Buona lettura (necessaria).