Questo mondo non mi renderà cattivo

Regia di Michele Rech (Zerocalcare)
Italia 2023, Miniserie animazione, 6 puntate da 30 min. circa, 2023, Netflix
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La nostra vita non è fatta di compartimenti stagni. Persino una passione così pubblica ed “esposta” come quella politica si intreccia inestricabilmente con i lati più personali e nascosti della storia di chi la possiede. Così è senz’altro per Michele Rech, in arte Zerocalcare, nato fumettista, ora alla sua seconda prova come regista e sceneggiatore di una nuova miniserie animata per Netflix, dopo il successo di Strappare lungo i bordi.

L’ispirazione è ancora in buona misura autobiografica: tornano ricordi e amici d’infanzia, torna il quartiere della periferia est di Roma, torna l’umorismo cinico, esilarante e graffiante. Ma al tempo stesso si alza il tiro, passando dal registro più personale e in una certa misura più intimo della prima miniserie a uno più impegnato, e (volutamente) più divisivo. Come suggerito dal titolo, lo sguardo si alza sul mondo, il mondo duro e senza sconti di una delle tante “Tor...” della periferia romana, paragonata significativamente alla Fossa delle Marianne, «una pozza de anime che annaspano al buio che devono imparare a vivere insieme in un posto dove non può vivere nessun altro». La tematica sociale e politica entra dunque nei sei episodi della nuova miniserie in modo netto e deciso, richiamando direttamente i disordini legati all’accoglienza temporanea di immigrati in vari quartieri della Capitale negli anni precedenti alla pandemia.

La politica e la passione civile si mischiano però senza soluzione di continuità con la vita e le vicende personali dei protagonisti. Anzitutto, si mischiano con la storia dell’amicizia con Cesare, che vive il trauma di tornare dopo anni di esilio forzato tra carcere e comunità di recupero in un quartiere che non riconosce e da cui non è più riconosciuto. Si mischiano con le difficoltà e le sfide di una generazione di mezzo di quasi quarantenni (cui lo stesso Zerocalcare appartiene), troppo giovani per aver potuto godere delle certezze e delle stabilità delle generazioni precedenti, già troppo vecchi per cambiare, per stare al passo con un mondo sempre più precario e in cui le categorie di lettura e interpretazione della realtà cambiano troppo velocemente.

Nella contrapposizione muscolare e polarizzata tra “nazisti” e movimentismo di sinistra riemergono infatti più le tensioni novecentesche (e dei primi anni Duemila) che la complessità della politica contemporanea. Quest’ultima appare piuttosto richiamata in qualche modo nelle metafore animalesche dei vari schieramenti di un consiglio di municipio (i trichechi conservatori, le giraffe progressiste, gli ornitorinchi «sbucati dalla crisi delle ideologie del Novecento»), in cui in modo non troppo velato appare l’immagine di un’Italia ormai non più bipolare, in cui rimane (anzi cresce) una forte disillusione verso la politica di palazzo. E in cui tuttavia, nei contrasti forti della narrazione (la cui tensione a volte davvero drammatica è regolarmente spezzata dagli interventi pungenti ed esilaranti della coscienza-armadillo), si accende un barlume di speranza: si può non essere semplicemente vittime del mondo, della durezza della realtà. Persino un mondo così non è destinato a renderci inevitabilmente cattivi.

Il finale aperto, più che presentare una soluzione delle tensioni, riapre a un “noi”, rappresentato dalle amicizie profonde del protagonista, pur vissute fra vorticosi alti e bassi. E proprio lo sguardo del “noi” può aiutare a uscire dalle chiusure sclerotiche su se stessi, e portare luce persino nelle tante Fosse delle Marianne delle nostre realtà quotidiane, personali e collettive.

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