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Magnifica humanitas: il futuro nelle nostre mani

«Alcuni potrebbero credere che le questioni riguardanti l’intelligenza artificiale (IA) siano meglio gestite da informatici come me. Si sbagliano: le domande sollevate dall’IA sono più grandi della comunità di ricerca sull’IA, non solo per le loro implicazioni, ma anche per la loro natura». Queste parole sono state pronunciate da Christopher Olah, cofondatore di Anthropic, un’impresa statunitense di punta nel settore dell’IA nota per il chatbot Claude, intervenendo alla presentazione dell’enciclica Magnifica humanitas in Vaticano, il 25 maggio 2026. In quella occasione, Olah ha più volte riconosciuto quanto sia necessaria la collaborazione tra chi sviluppa questa nuova tecnologia, guardandola dall’interno, e quanti – «comunità religiose, società civile, studiosi, Governi» – sono invece esterni e per questo possono coglierne gli eventuali limiti e contribuire affinché sia instradata «nella direzione migliore, per la nostra casa comune e per le generazioni future».

Quest’ultima affermazione evoca un aspetto centrale e spesso trascurato: lo scenario degli sviluppi futuri dell’IA è ben più aperto di quanto comunemente si creda, soprattutto da parte di chi è un osservatore estraneo e poco informato. Sono infatti numerose le questioni interconnesse che si pongono e richiedono risposte: si va da considerazioni più squisitamente tecniche ed economiche ai riflessi sugli assetti geopolitici mondiali, dalla sostenibilità ambientale e sociale, ad esempio riguardo ai cambiamenti che potrebbe portare al mercato del lavoro, di questa nuova tecnologia alle valutazioni etiche sulle sue conseguenze. Ognuno di questi interrogativi richiede una risposta consapevole e matura, che sia frutto di un discernimento, a cui la Magnifica humanitas fa riferimento in diversi passaggi. Questo continuo richiamo offre una chiave per ripercorrere l’enciclica, per apprezzarne non solo l’uno o l’altro dei contenuti, ma per riconoscere l’appello che rivolge «a tutti i fedeli cattolici, a tutti i cristiani, a tutti gli uomini e le donne di buona volontà» (MH, n. 16) a compiere delle scelte sul presente e sul futuro di questa tecnologia.

 

La possibilità di scegliere

Fin dalle prime battute l’enciclica ci prospetta un bivio: «La magnifica umanità creata da Dio si trova oggi di fronte a una scelta decisiva: innalzare una nuova torre di Babele o edificare la città dove Dio e l’umanità abitano insieme» (MH, n. 1), decidere se questa nuova tecnologia si traduce in un vantaggio per pochi oppure orientarla verso il bene dell’intera umanità e del pianeta. Il richiamo alla necessità e possibilità di prendere posizione si ritrova in tutto il testo, precisandosi di volta in volta rispetto ai vari argomenti trattati, ad esempio la pace, il lavoro o l’educazione. Lo dimostra il fatto che i termini appartenenti all’ambito semantico della decisione e della scelta ricorrono nel testo ben 106 volte, riferendosi tanto a decisioni prese, che hanno plasmato il nostro presente, quanto da prendere in vista del futuro.

In questo momento, affermare che di fronte alla novità costituita dall’IA esiste un margine di scelta reale rappresenta una forma di resistenza al pensiero dominante al riguardo, che unisce stupore, entusiasmo quasi eccessivo e anche passiva rassegnazione. L’IA, sebbene sia studiata da decenni e in taluni campi, come la sanità, utilizzata da tempo, ha catturato l’attenzione generale solo alla fine del 2022, quando sono stati resi disponibili al grande pubblico i primi modelli di tipo generativo, a cui si può chiedere di scrivere o tradurre testi, creare immagini o video, organizzare viaggi, darci informazioni sull’attualità o consigli su acquisti da fare, problemi di salute e difficoltà relazionali. Siamo affascinati dal suo funzionamento, che è incomprensibile agli occhi di tanti di noi e che nemmeno chi la progetta riesce a spiegare fino in fondo, al punto di rischiare di circondarla di un’aura magica. Sappiamo anche che i propulsori dello sviluppo di questa tecnologia in Occidente sono imprese con enormi capacità economiche, superiori a quelle di numerosi Stati, refrattarie a legislazioni che ne regolino l’attività e con un potere sufficiente per orientare a loro favore le politiche.

Di fronte a questo scenario, rischiamo di sentirci spettatori spaesati e passivi per le tante e veloci novità che si susseguono, deresponsabilizzati rispetto a qualcosa che ci sopravanza. Leone XIV constata che «la maggior parte delle persone rimane in attesa, osserva da lontano e spera semplicemente che tutto vada per il meglio» (MH, n. 6), ma in questo modo «il cambiamento sarà governato solo da logiche tecnocratiche e presentato come necessario e inevitabile, finendo per imporre regole dettate da chi possiede dati, infrastrutture e capacità di calcolo» (MH, n. 106). Per smontare questa narrazione, l’enciclica mostra che non ci troviamo di fronte a uno scenario già scritto, perché dietro ogni sistema ci sono decisioni umane sui dati da utilizzare e sul modo di farlo, sugli obiettivi da perseguire, sui criteri da osservare. Rispetto a ciascuno di questi punti vi sono diverse alternative possibili: la prima forma di libertà e di responsabilità consiste proprio nel riconoscerlo, sia sul piano collettivo a proposito dei modelli di sviluppo tecnologico, sia su quello personale per quanto concerne il modo che ciascuno ha di usare l’IA.

 

La necessità di uno sguardo realistico e consapevole

Compiere questo primo e fondamentale passo di consapevolezza equivale a squarciare il velo che non permette di fatto di svolgere un effettivo discernimento, ma poi bisogna fare il possibile per evitare che siano prese decisioni avventate, figlie della superficialità o dell’improvvisazione. Nel caso dell’IA, questo significa prendere le distanze da due diffusi, e per molti versi comprensibili, atteggiamenti speculari e ugualmente sterili: la diffidenza ideologica rispetto alla tecnologia e l’ottimismo ingenuo, che la accoglie con entusiasmo acritico e crede a ogni promessa. In modi diversi, entrambi non permettono di cogliere opportunità e rischi effettivi del ricorso alla tecnologia, compromettendo così la possibilità di orientare l’uso dell’IA per il bene comune.

Un autentico percorso di discernimento inizia prendendo le distanze dalle posizioni aprioristiche, per procedere a registrare tutti gli elementi utili a formarsi una conoscenza accurata e quanto più possibile equilibrata. Nella Magnifica humanitas ritroviamo questo modo di procedere nel momento in cui afferma che «la tecnologia può curare, connettere, educare, custodire la Casa comune; ma può anche dividere, scartare, generare nuove ingiustizie» (MH, n. 9), per poi procedere, in particolare nel terzo capitolo, ad approfondire lo scenario attuale. A tal proposito, alcune affermazioni hanno un particolare rilievo, come la presa d’atto della rapida diffusione dell’IA in tanti contesti della vita quotidiana, sia personale sia collettiva, e dei cambiamenti che si sono già messi in moto, senza che vi sia un’adeguata conoscenza e preparazione per accompagnarli e governarli. Fondamentale è la constatazione che «non possiamo considerare l’IA moralmente neutra. In realtà, ogni artefatto tecnico porta con sé scelte e priorità: ciò che misura, ciò che ignora, ciò che ottimizza e il modo in cui classifica persone e situazioni» (MH, n. 104).

Quest’ultimo passaggio supera un modo tradizionale di concepire gli strumenti tecnologici creati dall’umanità, sulla falsariga del martello o del coltello, rispetto ai quali la valutazione etica dipende dall’uso che se ne fa. Ma soprattutto certifica il ruolo preponderante di chi fabbrica le intelligenze artificiali, individuando così uno degli snodi cruciali per il discernimento sullo sviluppo e l’uso di queste nuove tecnologie. Il funzionamento dell’IA richiede enormi quantità di dati e di capacità di calcolo, e il consumo di notevoli risorse naturali, mentre la ricerca è impossibile senza consistenti investimenti finanziari. In questo momento, sono pochi i soggetti al mondo che dispongono delle risorse per essere attori di primo piano in questo settore. Si tratta di imprese private occidentali o statali cinesi, che concentrano nelle loro mani un potere ingente, costituito dalla tecnologia che hanno sviluppato grazie anche a dati che appartengono ad altri soggetti o sono un patrimonio pubblico. È concreto il rischio insito in questo scenario: «Quando un potere di tale portata si concentra in poche mani, tende a farsi opaco e a sfuggire al controllo pubblico, e cresce il rischio di uno sviluppo distorto che genera nuove dipendenze, esclusioni, manipolazioni e disuguaglianze» (MH, n. 95), non solo in termini economici, ma anche sul piano dell’esercizio dei diritti civili, politici e sociali e, più in generale, della vitalità della democrazia.

Avendo chiaro questo aspetto, si coglie ancor di più l’importanza dell’apertura al confronto di Christopher Olah nell’intervento richiamato in apertura così come quella di altre voci operanti a vario titolo nel mondo dell’innovazione digitale (imprenditori, sviluppatori, studiosi). Questa richiesta di dialogo non riguarda tanto la lettura della realtà, ma i criteri per interpretarla. Qui Magnifica humanitas offre un prezioso contributo, richiamando i principi della dottrina sociale della Chiesa, riletti alla luce delle nuove questioni e degli interrogativi del nostro tempo. È il caso, ad esempio, del costante richiamo alla dignità umana come misura di un autentico progresso (cfr Foglizzo P., «Essere uomini e donne è una cosa meravigliosa», 25 maggio 2026, in <www.aggiornamentisociali.it>), dell’inserimento di brevetti, algoritmi, piattaforme digitali, infrastrutture tecnologiche, dati tra i beni universalmente destinati a tutti, o della rilettura della sussidiarietà, estesa dai soggetti pubblici a quelli privati. L’enciclica chiarisce bene che non si tratta di principi da applicare in modo universale e automatico, perché non esiste «una risposta unica e valida per tutti i contesti» (MH, n. 26). Da qui l’esigenza, che diviene anche un percorso stimolante, di interrogarsi sulla loro traduzione concreta in riferimento ai diversi ambiti di vita (lavoro, educazione, informazione, politica, ecc.) nei diversi Paesi.

 

Procedere insieme per incidere nella realtà

Arriviamo così all’ultimo, e forse più decisivo, punto da approfondire in qualsiasi discernimento: chi vi prende parte e chi decide? Finora abbiamo menzionato una pluralità di soggetti e non ne siamo sorpresi, vista l’ampiezza della posta in gioco: innanzi tutto le imprese del settore, e poi i rappresentanti politici (le istituzioni internazionali e i Governi nazionali in prima battuta), ma anche il mondo della ricerca, i corpi intermedi e le comunità educative e, infine, ognuno di noi che siamo al contempo persone la cui dignità e umanità sono il bene ultimo da tutelare, cittadini con poteri e responsabilità e fruitori che possono decidere come utilizzare queste nuove tecnologie. È evidente che questi soggetti hanno di volta in volta ruoli, informazioni e poteri diversi, così come è chiaro che non tutti o non tutti allo stesso tempo sono chiamati a partecipare ai processi decisionali richiesti dall’introduzione dell’IA: una cosa è considerarne l’impatto sui processi di apprendimento scolastico, altra le applicazioni militari.

Consapevole di questa varietà, Magnifica humanitas richiama a più riprese a una responsabilità condivisa. Non è certo un caso, pertanto, che una delle parole più ricorrenti nel testo sia «insieme» (44 occorrenze). Non vi è in questo nessuna svalutazione della responsabilità del singolo. Contro la tentazione di «pensare che i problemi siano troppo grandi e noi troppo piccoli, e che dunque le nostre scelte non spostino nulla», il testo è chiaro: «Nessuno è senza responsabilità. Ognuno dispone di un proprio ambito di azione, e lì – non altrove – è chiamato a scegliere se alimentare la logica della forza (anche solo con indifferenza, cinismo, menzogna, odio), oppure custodire la logica della pace (con verità, sobrietà, prossimità, cura)» (MH, n. 212). Tuttavia, Leone XIV riconosce che mettendo insieme idee ed energie, conoscenze ed esperienze dei vari soggetti coinvolti, l’innovazione tecnologica può essere orientata in una direzione che non solo preservi l’umanità, ma le permetta di fiorire.

L’insistenza sull’avverbio “insieme” ci riporta a quella centralità del “noi” che per la Magnifica humanitas è un criterio di giudizio rispetto agli usi attuali e agli sviluppi futuri dell’IA e una maniera di esprimere quella magnifica umanità che costituisce il valore irrinunciabile da custodire in questa epoca di convulsi cambiamenti, che accelerano i processi di frammentazione sociale, alimentano l’individualismo e dietro la promessa di una personalizzazione finiscono per omologare. Questo “noi” va di volta in volta esplicitato e delimitato quando si tratta di definire chi deve prendere le decisioni, in modo che non diventi un paravento per nascondere le responsabilità. Ma deve anche conservare la sua dimensione universale, che coincide con l’intera umanità, quando si considerano gli impatti di quelle decisioni: siamo in gioco tutti, a prescindere dal luogo in cui viviamo e dal posto che occupiamo nella società. In ogni caso, è un “noi” plurale, composto da soggetti diversi portatori di interessi e punti di vista altrettanto diversi, comuni cittadini e grandi imprese, associazioni di quartiere e Stati. La prima e cruciale scelta da compiere rispetto al futuro dell’IA riguarda proprio il posto che occupa questo “noi”. Mantenerlo al centro significa costruire dispositivi di regolazione dell’IA capaci di ascoltare la pluralità delle voci e di interrogarsi su chi è stato incluso o escluso dai processi decisionali. Altrimenti, come l’enciclica dice chiaramente, la spirale della concentrazione del potere metterà le scelte nelle mani di pochi, che decideranno in funzione dei propri interessi. In fondo, la domanda che l’enciclica ci pone non è tanto se usare o meno l’IA, ma con chi pensiamo il suo sviluppo, per quali fini, e quale umanità vogliamo che essa contribuisca a costruire.

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