Le bugie delle mappe. Gli otto miti della geografia che capovolgono la storia
Paul Richardson
Marsilio, Venezia 2025, pp. 240
Le mappe geografiche che siamo
abituati a guardare possono
ingannarci? Quanto siamo prigio
nieri di certe rappresentazioni del
mondo? Sono questi alcuni degli
interrogativi che il geografo britannico Paul Richardson affronta
nel suo libro Le bugie delle mappe.
In particolare, si sofferma su otto
miti che hanno attraversato i secoli
e continuano a essere diffusi, condizionando alla fine la percezione
che abbiamo degli assetti mondiali
e delle dinamiche politiche, economiche e sociali. L’A. si propone di rimettere in
discussione immaginari, basati su
letture di parte o imprecise, che si
sono cristallizzati nel tempo. Un
intento ambizioso che non è portato avanti per una «mera curiosità
intellettuale o come forma di esercizio mentale, ma perché soltanto
riconoscendoli [i miti] per quello
che sono potremo comprendere la
realtà delle ingiustizie, delle divisioni e delle catastrofi ambientali
che abbiamo di fronte» (p. 11).
Il primo dei miti esaminato è forse quello più sorprendente, perché riguarda i continenti in cui è suddiviso il mondo. Si tratta di un dato così comune da non essere mai indagato, ma dietro la
sua apparente evidenza si cela un
processo di costruzione culturale,
che non trova una corrispondenza
altrettanto chiara a livello geografico, dato che i confini dei continenti si sarebbero potuti «tracciare
pressoché ovunque» (p. 40). Di
fatto, i confini che oggi conosciamo rispecchiano assetti di potere
che abbiamo ereditato dal passato, sancendo un ruolo centrale
dell’Europa che non corrisponde
più alla realtà.
Meno inattesi sono altri miti
esplorati dall’A., ma non per questo meno significativi. È il caso,
ad esempio, di quello dei confini che si pretende corrispondano a
effettive distinzioni tra i popoli,
ma che in numerosi casi sono
l’esito di azioni di forza o di negoziati politici che hanno tenuto
poco o per nulla conto sia
delle comunità sia dei
luoghi. Altre due nozioni, oggi molto
in voga, che sono
rilette in mo
do critico sono
quelle di nazione
e sovranità, ben
più complesse di
quanto si pensi in
prima battuta e la cui
comprensione è mutata nel corso dei secoli. Una
parte è poi dedicata al tema dello
sviluppo e della sua misurazione,
in cui si ritrovano considerazioni
già più note, riguardo ad esempio
all’insufficienza di una visione di
benessere fondata sul PIL.
Nell’ultima parte del libro,
l’attenzione si concentra su alcuni
miti “regionali”, in particolare
l’espansionismo russo, la politica internazionale cinese e il progetto della Nuova via della seta, e infine la radicata e coloniale visione
dell’Africa come un’unica realtà, una terra ricca di risorse, ma
arretrata politicamente e
culturalmente.
La lettura de Le
bugie delle mappe
offre molti spunti,
sapendo intrecciare storia, geopolitica e cultura,
alternando singoli
episodi e riflessioni
di fondo, muovendosi con intelligenza
tra il passato più o meno
lontano e il nostro presente.
A causa dell’ampiezza dei temi
affrontati, alcuni passaggi sono
inevitabilmente meno approfonditi
o alcuni aspetti solo accennati, ma
il volume ha un pregio di fondo:
aiuta il lettore a cambiare il proprio sguardo e a riconoscere che
le mappe di ieri al pari di quelle di
oggi non sono strumenti neutrali.
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