Le bugie delle mappe. Gli otto miti della geografia che capovolgono la storia

Paul Richardson
Marsilio, Venezia 2025, pp. 240
Scheda di: 
Fascicolo: gennaio 2026
Le mappe geografiche che siamo abituati a guardare possono ingannarci? Quanto siamo prigio nieri di certe rappresentazioni del mondo? Sono questi alcuni degli interrogativi che il geografo britannico Paul Richardson affronta nel suo libro Le bugie delle mappe. In particolare, si sofferma su otto miti che hanno attraversato i secoli e continuano a essere diffusi, condizionando alla fine la percezione che abbiamo degli assetti mondiali e delle dinamiche politiche, economiche e sociali. L’A. si propone di rimettere in discussione immaginari, basati su letture di parte o imprecise, che si sono cristallizzati nel tempo. Un intento ambizioso che non è portato avanti per una «mera curiosità intellettuale o come forma di esercizio mentale, ma perché soltanto riconoscendoli [i miti] per quello che sono potremo comprendere la realtà delle ingiustizie, delle divisioni e delle catastrofi ambientali che abbiamo di fronte» (p. 11). Il primo dei miti esaminato è forse quello più sorprendente, perché riguarda i continenti in cui è suddiviso il mondo. Si tratta di un dato così comune da non essere mai indagato, ma dietro la sua apparente evidenza si cela un processo di costruzione culturale, che non trova una corrispondenza altrettanto chiara a livello geografico, dato che i confini dei continenti si sarebbero potuti «tracciare pressoché ovunque» (p. 40). Di fatto, i confini che oggi conosciamo rispecchiano assetti di potere che abbiamo ereditato dal passato, sancendo un ruolo centrale dell’Europa che non corrisponde più alla realtà. Meno inattesi sono altri miti esplorati dall’A., ma non per questo meno significativi. È il caso, ad esempio, di quello dei confini che si pretende corrispondano a effettive distinzioni tra i popoli, ma che in numerosi casi sono l’esito di azioni di forza o di negoziati politici che hanno tenuto poco o per nulla conto sia delle comunità sia dei luoghi. Altre due nozioni, oggi molto in voga, che sono rilette in mo do critico sono quelle di nazione e sovranità, ben più complesse di quanto si pensi in prima battuta e la cui comprensione è mutata nel corso dei secoli. Una parte è poi dedicata al tema dello sviluppo e della sua misurazione, in cui si ritrovano considerazioni già più note, riguardo ad esempio all’insufficienza di una visione di benessere fondata sul PIL. Nell’ultima parte del libro, l’attenzione si concentra su alcuni miti “regionali”, in particolare l’espansionismo russo, la politica internazionale cinese e il progetto della Nuova via della seta, e infine la radicata e coloniale visione dell’Africa come un’unica realtà, una terra ricca di risorse, ma arretrata politicamente e culturalmente. La lettura de Le bugie delle mappe offre molti spunti, sapendo intrecciare storia, geopolitica e cultura, alternando singoli episodi e riflessioni di fondo, muovendosi con intelligenza tra il passato più o meno lontano e il nostro presente. A causa dell’ampiezza dei temi affrontati, alcuni passaggi sono inevitabilmente meno approfonditi o alcuni aspetti solo accennati, ma il volume ha un pregio di fondo: aiuta il lettore a cambiare il proprio sguardo e a riconoscere che le mappe di ieri al pari di quelle di oggi non sono strumenti neutrali.
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