
Nell’epilogo, il giornalista del
quotidiano El Mundo Rodrigo
Terrasa racconta com’è nato
L’abisso dell’oblio. Lo spunto di
partenza è stato l’inchiesta giornalistica
che aveva realizzato nel
2013 sulla morte di José Celda. Si
imbatté nella storia di quest’uomo
perché la figlia ottantenne Pepica
fu l’ultima persona in Spagna ad
avere accesso alle sovvenzioni
previste dalla legge sulla memoria
storica del Governo socialista
Zapatero, per finanziare la riesumazione
delle vittime della Guerra
civile spagnola (1936-1939), prima
che fosse abrogata dal Governo
del popolare Rajoy. Il padre era un fu arrestato con l’accusa di aver
commesso diversi omicidi e, dopo
un processo di pochi minuti, fu
condannato a morte. Dopo undici
mesi di prigionia fu fucilato dai
franchisti insieme ad altri undici
uomini vicino al cimitero di Paterna,
regione di Valencia, e sepolto
in una fossa comune, 532 giorni
dopo la fine della guerra civile.
Approfondendo la vicenda di
José, Terrasa venne a conoscenza
della storia di un altro uomo: si
chiamava Leoncio Badía ed era anche lui un repubblicano. Scampato
alla morte grazie all’amicizia
con un sacerdote, fu costretto a
lavorare come becchino nel cimitero
di Paterna, dove – come disse
il sindaco franchista della cittadina
– avrebbe seppellito i suoi. Si stima
che in quel cimitero siano state
sepolte in 135 fosse comuni più di
2mila persone, uccise dalle autorità
franchiste negli anni immediatamente
successivi la fine della Guerra
civile. Non accettando di dare
una sepoltura anonima, Leoncio
collaborò in segreto con le vedove
dei fucilati, perché la loro memoria
non andasse perduta. In particolare,
nascose in modo meticoloso
sotto i cadaveri delle bottigliette
di vetro con dentro un foglio su
cui aveva scritto la data dell’esecuzione
e il loro nome, indicato dai
parenti.
Le storie di queste due persone
e dei loro familiari, soprattutto le
madri, le mogli, le sorelle sono al
centro del graphic novel scritto da
Terrasa e disegnato da Paco Roca.
La narrazione ci porta dal presente
della Spagna a un passato con cui
non sono stati fino in fondo i conti,
visto che circa 20mila persone
sepolte in fosse comuni non sono
state riesumate e di altre 80mila,
la maggioranza repubblicani, non
si sa neanche dove siano stati
sepolti.

In L’abisso dell’oblio si affronta
perciò sia il tema del lutto per
le persone care che sono state
violentemente strappate via,
richiamando la vicenda di Patroclo
ed Ettore come riferimento di
umanità, sia i passi necessari per
la riconciliazione di un Paese con
le pagine più oscure del proprio
passato. Come un ritornello più
volte ritorna la frase «tirare fuori»:
tirare fuori i corpi dalle fosse per
poterli seppellire degnamente,
ma anche tirare fuori le storie di
dolore e di solidarietà a lungo
consegnate a un silenzio, che è
come una seconda morte, perché «è solo quando ci ricordano che
noi esistiamo».
Chi non si è tirato indietro sono
stati sicuramente Terrasa
e Roca. Quest’ultimo,
conosciuto e
apprezzato fumettista
spagnolo,
non è certo la
prima volta che
si confronta con
il passato. Nel
graphic novel La
casa aveva approfondito
il tema della
perdita del padre dal
punto dei visti dei figli e
in Ritorno all’Eden aveva raccontato
la Spagna del dopoguerra
attraverso la storia della propria
famiglia. In entrambi i casi aveva
scelto un formato orizzontale,
che gli ha permesso di
mettere il suo stile di
disegno essenziale
a servizio di una
narrazione che
fluisse secondo
i ritmi lenti
di storie che si
dipanano nel
tempo. Tutti
questi elementi
si ritrovano ora in
L’abisso dell’oblio, in
una storia che non è più
l’autobiografia di una persona o
di una famiglia, ma di un popolo.
