L’abisso dell’oblio

Paco Roca, Rodrigo Terrasa
Tunué, Latina 2024, pp. 295
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Nell’epilogo, il giornalista del quotidiano El Mundo Rodrigo Terrasa racconta com’è nato L’abisso dell’oblio. Lo spunto di partenza è stato l’inchiesta giornalistica che aveva realizzato nel 2013 sulla morte di José Celda. Si imbatté nella storia di quest’uomo perché la figlia ottantenne Pepica fu l’ultima persona in Spagna ad avere accesso alle sovvenzioni previste dalla legge sulla memoria storica del Governo socialista Zapatero, per finanziare la riesumazione delle vittime della Guerra civile spagnola (1936-1939), prima che fosse abrogata dal Governo del popolare Rajoy. Il padre era un fu arrestato con l’accusa di aver commesso diversi omicidi e, dopo un processo di pochi minuti, fu condannato a morte. Dopo undici mesi di prigionia fu fucilato dai franchisti insieme ad altri undici uomini vicino al cimitero di Paterna, regione di Valencia, e sepolto in una fossa comune, 532 giorni dopo la fine della guerra civile.

Approfondendo la vicenda di José, Terrasa venne a conoscenza della storia di un altro uomo: si chiamava Leoncio Badía ed era anche lui un repubblicano. Scampato alla morte grazie all’amicizia con un sacerdote, fu costretto a lavorare come becchino nel cimitero di Paterna, dove – come disse il sindaco franchista della cittadina – avrebbe seppellito i suoi. Si stima che in quel cimitero siano state sepolte in 135 fosse comuni più di 2mila persone, uccise dalle autorità franchiste negli anni immediatamente successivi la fine della Guerra civile. Non accettando di dare una sepoltura anonima, Leoncio collaborò in segreto con le vedove dei fucilati, perché la loro memoria non andasse perduta. In particolare, nascose in modo meticoloso sotto i cadaveri delle bottigliette di vetro con dentro un foglio su cui aveva scritto la data dell’esecuzione e il loro nome, indicato dai parenti.

Le storie di queste due persone e dei loro familiari, soprattutto le madri, le mogli, le sorelle sono al centro del graphic novel scritto da Terrasa e disegnato da Paco Roca. La narrazione ci porta dal presente della Spagna a un passato con cui non sono stati fino in fondo i conti, visto che circa 20mila persone sepolte in fosse comuni non sono state riesumate e di altre 80mila, la maggioranza repubblicani, non si sa neanche dove siano stati sepolti.

In L’abisso dell’oblio si affronta perciò sia il tema del lutto per le persone care che sono state violentemente strappate via, richiamando la vicenda di Patroclo ed Ettore come riferimento di umanità, sia i passi necessari per la riconciliazione di un Paese con le pagine più oscure del proprio passato. Come un ritornello più volte ritorna la frase «tirare fuori»: tirare fuori i corpi dalle fosse per poterli seppellire degnamente, ma anche tirare fuori le storie di dolore e di solidarietà a lungo consegnate a un silenzio, che è come una seconda morte, perché «è solo quando ci ricordano che noi esistiamo».

Chi non si è tirato indietro sono stati sicuramente Terrasa e Roca. Quest’ultimo, conosciuto e apprezzato fumettista spagnolo, non è certo la prima volta che si confronta con il passato. Nel graphic novel La casa aveva approfondito il tema della perdita del padre dal punto dei visti dei figli e in Ritorno all’Eden aveva raccontato la Spagna del dopoguerra attraverso la storia della propria famiglia. In entrambi i casi aveva scelto un formato orizzontale, che gli ha permesso di mettere il suo stile di disegno essenziale a servizio di una narrazione che fluisse secondo i ritmi lenti di storie che si dipanano nel tempo. Tutti questi elementi si ritrovano ora in L’abisso dell’oblio, in una storia che non è più l’autobiografia di una persona o di una famiglia, ma di un popolo.

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