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La speranza è la risonanza del bene

Fascicolo: giugno-luglio 2025

C’è confusione attorno alla speranza. Anche il linguaggio di tutti i giorni sembra averne smarrito la pregnanza, riducendola a un generico auspicio che le cose vadano per il verso giusto, in virtù di una qualche forma di buona sorte. Nel suo senso pieno, sperare è invece un’esperienza umana fondamentale, che permette a uomini e donne, a gruppi e comunità, e a società intere, di attraversare tempi di oscurità continuando a camminare verso un futuro di maggiore pienezza, anche quando non è garantito di poterlo raggiungere, liberandoci dal blocco generato dalla paura. Proprio l’analisi di questa esperienza, senza la quale la vita non sarebbe pienamente umana, ci consente di fare chiarezza sul significato autentico e sul valore della speranza per il nostro tempo.

 

Una forza che può trasformare la realtà

Il male si presenta quasi sempre sotto mentite spoglie: ha bisogno di nascondersi, in quanto è una forza contro la vita. Spesso si traveste da bene, come accade nella violenza politica, nel patriarcato o nel femminicidio, dove si maschera da giustizia, da protezione delle persone o dei valori. Per questo la sua risonanza dentro di noi è diversa da quella del bene. Certo, tutte le tradizioni spirituali, così come, in tempi più recenti, la psicanalisi, ci insegnano che il cuore umano non risuona necessariamente e automaticamente con il bene. Il male può attrarre, sedurre, affascinare. Ma rimane il fatto che la risonanza del bene ė più nitida.

La speranza è un riflesso di questa risonanza, che si radica in azioni, narrazioni ed elaborazioni. Testi, scritture e la testimonianza di profeti, santi ed eroi ci aiutano a sapere che il bene è capace di attraversare anche ciò che è inospitale all’umano. Il male e la morte non hanno l’ultima parola sulla vita. Dentro di noi conserviamo una memoria profonda, un sapere primordiale, una fiducia indistruttibile che ci permette di riconoscere il bene e far vibrare il cuore in sintonia con esso. Possiamo comprenderlo pensando al valore della bellezza nella nostra vita. Essa sfugge alle categorie morali e giuridiche e si colloca nell’ineffabile: questo la rende riconoscibile e ne fa oggetto di desiderio. Quando ci troviamo immersi nel brutto, non solo esteticamente, ma anche esistenzialmente, la bellezza ci attira e ci apre una via. Ci ricorda che è ancora possibile sperare. Senza questa risonanza, la speranza non potrebbe nascere. Per questo, è importante sottolineare che essa si radica in ciò che sappiamo già: il bene è più forte del male e la vita è più forte della morte.

Non si tratta di una certezza matematica o scientifica, ma di una sapienza della vita, di un “sapore dell’esistenza” che va oltre la logica e tocca la parte più profonda di noi. Con le parole di papa Francesco, essa è radicata nel profondo di ogni essere umano come una sete, un’aspirazione, «un anelito di pienezza, di vita realizzata, di un misurarsi con ciò che è grande, con ciò che riempie il cuore ed eleva lo spirito […]. La speranza è audace, sa guardare oltre la comodità personale […] per aprirsi a grandi ideali che rendono la vita più bella e dignitosa»1.

Al tempo stesso, la speranza si confronta con ciò che non conosciamo. Affronta una realtà spesso deludente, diversa da quella che ci aspettavamo, a volte persino perversa, che cerca di farci credere che il bene non esiste. La speranza è ciò che ci rende capaci di guardare oltre la realtà visibile. È capace di immaginare ciò che ancora non esiste, di vedere quello che non c’è, di convincere che il possibile ha sempre una porta aperta verso l’impossibile. Ed è proprio questo impossibile a rivelarsi come il vero spazio della vita. Come scrive l’antropologo francese René Girard: «L’apocalisse non annuncia la fine del mondo, ma fonda una speranza. Chi apre gli occhi sulla realtà non cade nella disperazione assoluta, ma ritrova un mondo dove le cose riacquistano senso. La speranza è possibile solo per chi osa pensare i pericoli del momento»2.

Pensiamo a un bambino che impara a camminare. È incerto, traballante, ma dentro di sé ha un istinto profondo, una memoria biologica che lo spinge a provare. È incoraggiato dal vedere gli adulti che ama – i genitori, i nonni – camminare con sicurezza. Si alza in piedi pieno di speranza di essere come loro. Lo sa e insieme non lo sa, e così si lancia verso ciò che non conosce. Ogni suo passo è un atto di affidamento a quel futuro che spera: solleva la gamba, si regge in equilibrio sull’altra e butta il piede in avanti nel vuoto, sperando di trovare una superficie solida su cui appoggiarsi. Non sa se quella iniziativa andrà a finire bene, ma agisce come se lo sapesse. Proprio per questo riesce a far accadere, ancora una volta, il miracolo del camminare.

Di tutto ciò ritroviamo traccia nella radice sanscrita della parola speranza: spa, che significa tendere verso una meta, sporgersi, sbilanciarsi, protendersi, proiettarsi al di là della situazione, con le sue ristrettezze e le sue urgenze. Sperare è dunque un movimento antropologico fondamentale che si collega addirittura con il pensiero: «Pensare è oltrepassare», scrive il filosofo tedesco Ernst Bloch in Il principio speranza. Senza speranza nessuna libertà è possibile, e nessun cambiamento. La speranza ci permette di guardare il male senza lasciarci inghiottire da esso. Detto altrimenti, la speranza è una porta che ci apre al cuore della realtà.

«Se uno sogna da solo, il suo rimane un sogno; se il sogno è fatto insieme ad altri, esso è già l’inizio della realtà».

Hélder Câmara

Personalissima, la speranza ha a che fare con il contesto circostante. A differenza del desiderio, ha una declinazione sociale. Si inscrive in un immaginario, in parole, in miti. Per questo è molto più rilevante e preziosa, anche se delicata: la speranza, infatti, ha bisogno di un “terzo”, di una figura autorevole – non nel senso del potere, ma dell’autorità autentica – che aiuta ad aprire quella porta e far intravedere la possibilità di qualcosa di nuovo.

Esistono autorità capaci di infondere la convinzione che qualcosa di buono possa ancora accadere. Quando questo avviene, la speranza diventa collettiva, capace di muovere l’azione sociale: politica, economica, umanitaria. La speranza, dunque, non è un sentimento privato. È una forza che può trasformare la realtà, individuale e collettiva, proprio perché mette in moto ciò che ancora non c’è.

 

Un tempo di disperazione

Perché, oggi, la depressione è così diffusa? Perché il suicidio è la seconda causa esterna di morte tra i giovani, dopo gli incidenti stradali, spesso legati all’abuso di alcol, droghe e velocità? Perché – e si tratta di un fatto clamoroso – nelle democrazie avanzate manca del tutto un’idea di futuro che non sia solo innovazione tecnica?

Questi anni sono segnati dal crollo della speranza che si era affermata alla fine del secolo scorso, dopo la fine delle ideologie e la caduta del muro di Berlino: un momento magico, quando per un attimo si stagliò nitidamente la speranza che, attraverso i commerci, gli scambi economici e la tecnologia, sarebbe stato possibile costruire un mondo unificato e pacificato, capace di offrire a tutti la prospettiva di accrescere le proprie possibilità di vita. Certo, si trattò di una speranza molto terrena, mondana, in un certo senso superficiale, ma che è stata potente nella sua fascinazione e ha accompagnato il mondo per alcuni decenni. Ben presto, però, questa speranza ha rivelato la propria fallacia. I grandi shock che si sono succeduti a livello globale, l’aumento delle disuguaglianze, le crisi sempre più serrate, ci conducono in una stagione completamente diversa, in cui prevalgono la rabbia, l’odio, la disperazione.

A confermare il tramonto della speranza ė l’ossessione contemporanea per la sicurezza, mantra collettivo che ha trovato nuove declinazioni nel tempo della pandemia. L’io individuale è impaurito di tutto e chiede sicurezza, in una duplice forma: quella delle istituzioni che usano la forza (la polizia o l’esercito) e quella del controllo tecnico della realtà. Il problema è che la domanda di sicurezza spegne la speranza, riducendo la vita a sopravvivenza biologica individuale. In questo modo, gli orizzonti si rimpiccioliscono fino a coincidere con le bolle protettive accuratamente sigillate in cui si infilano gli individui che si dichiarano liberi. Ma così si soffoca! Cercare sicurezza è rincorrere il mito del “rischio zero”. Ma senza rischiare non si vive e senza speranza non si rischia. Solo chi spera può rischiare, guardare in faccia la morte per amore della vita. Pensata come stato intermedio, come disequilibrio vitale che in realtà stabilizza la vita, la speranza è la linfa della vita.

Anche l’invasione delle macchine digitali, che diventano sempre più pervasive, riduce gli spazi della speranza. L’indebolimento della trascendenza, religiosa e politica, consegna il nostro futuro alla sola innovazione tecnologica, che alla fine sequestra l’idea stessa di speranza. In questo senso, possiamo ben dire che viviamo in un tempo “diabolico”, in cui la promessa dell’autorealizzazione individuale ci condanna a non credere più a nulla, facendoci sprofondare nelle sabbia mobili di un nichilismo da cui è difficile riemergere.

 

Speranza: virtù per il nostro tempo

Non lasciamoci però corteggiare da diffidenza, disillusione, disincanto, anche se tutto sembra più difficile, quasi impossibile. Se, nel corso dei secoli, l’umanità è riuscita a fare passi in avanti – senza con questo cadere in un’idea lineare di progresso totalmente falsa – è perché è stata capace di fare lo stesso movimento del bambino: alzarsi in piedi e muovere un passo, a prescindere dallo stato delle cose e dalla mancanza di sicurezza. Per fare un passo oltre la realtà così com’è, serve un movimento di autotrascendenza creativa che permette a ogni singola esistenza di essere generativa e alla storia umana di procedere, pur tra mille cadute, verso l’oltre.

«Non sapendo quando l’alba arriverà, apro ogni porta».

Emily Dickinson

Non c’è niente di retorico in tutto ciò. Anzi, dobbiamo arrabbiarci e resistere quando attorno alla speranza viene intrecciata una coroncina retorica. Per farlo, occorre «riscoprire la distinzione fra speranza e aspettativa. Speranza, nell’accezione più pregnante, indica una fede ottimistica nella bontà della natura, mentre aspettativa […] è contare su risultati programmati e controllati dall’uomo»3. In un mondo di aspettative, che nella maggior parte dei casi si rovesciano in delusioni, in cui crescono le ragioni di sconforto e disorientamento, abbiamo bisogno di riscoprire la virtù della speranza. La sua mancanza chiude il futuro, spegne la solidarietà. Seminare la disperazione, la sfiducia, la diffidenza è una strategia di dominio, a cui bisogna ribellarsi. Dare voce ai percorsi di speranza ci apre oltre noi stessi, verso il bene delle generazioni future.

«Non obbedire a chi ti dice di rinunziare all’impossibile!
L’impossibile solo rende possibile la vita dell’uomo».

Margherita Guidacci

La speranza è una promessa. Siamo esseri desideranti, che esistono nell’oltrepassarsi, al di là di ogni caduta. Oggi questa convinzione è più chiara, perché di questo superamento di sé abbiamo fatto esperienza nei giorni più drammatici della pandemia. Come scrive Thomas Merton in Nessun uomo è un’isola, «la perfetta speranza si acquista sull’orlo della disperazione». Allora si può respirare, con la fiducia di una pienezza che ci aspetta. Si chiama salvezza ed è ben diversa dalla sicurezza: riguarda la nostra integralità, non solo la sopravvivenza biologica, ma la dignità, la libertà, lo spirito che ci anima, il desiderio che ci muove, il senso del nostro esistere.

La speranza è una visione, cioè un desiderio che nel confronto con la ruvidezza della realtà comincia a prendere forma, anche se i suoi confini sono ancora indeterminati. Vanno immaginati nuovi modi di esprimere e dare forma alla spinta dell’essere umano a trascendersi, centrati sulla nostra capacità creativa e sulla nostra responsabilità nei confronti delle relazioni che allacciamo con il mondo. Si tratta di un desiderio generativo, capace di rinnovare le forme organizzative, istituzionali, culturali.

La speranza è una virtù, non un generico afflato emotivo. Per questo, esige il coraggio e la capacità di resistere e di combattere contro le difficoltà. La via della speranza è irta di sfide. Cambiare lo stato di fatto, lottare contro le ingiustizie, abbattere i muri sono tutti movimenti complessi che fioriscono solo grazie ad essa.

«La speranza non è la convinzione che ciò che stiamo facendo avrà successo. La speranza è la certezza che ciò che stiamo facendo ha un significato. Che abbia successo o meno. O abbiamo la speranza in noi, o non l’abbiamo; è una dimensione dell’anima, e non dipende da una particolare osservazione del mondo o da una stima della situazione. La speranza non è una predizione, ma un orientamento dello spirito e del cuore; trascende il mondo che viene immediatamente sperimentato, ed è ancorata da qualche parte al di là dei suoi orizzonti. Non è la convinzione che una cosa andrà a finire bene, ma la certezza che quella cosa ha un senso, indipendentemente da come andrà a finire».

Václav Havel

La speranza, infine, è una costruzione. Non è una collezione di buoni sentimenti, né è appannaggio delle anime belle. Non sfugge alla prova della realtà, ma richiede di coltivare un saper fare, un saper vivere, un saper pensare, insieme alla capacità di mediare e di risolvere i conflitti che inevitabilmente insorgono. La speranza non è per nulla uguale all’ottimismo.

Chi si muove sulla spinta della speranza, sa che non è nel compimento dell’opera la prima e fondamentale ricompensa, ma nel processo cui si dà inizio, e nel cammino che, camminando, si apre. Per il tempo che viene, paradossalmente aiutati da un caos che spacca le certezze e sovverte le abitudini, prepariamoci a scrivere una pagina nuova della storia comune, dentro un avvenire che non è già scritto: sostenuti dalla speranza, apriamo i nostri orizzonti e facciamo voti di vastità.

 

Note

 

1 Francesco, lettera enciclica Fratelli tutti, 2020, n. 55.

2 Girard R., Portando Clausewitz all’estremo, Adelphi, Milano 2008, 17.

3 Illich I., Descolarizzare la società, Mondadori, Milano 1972.

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