Quando la redazione del giornale Politico ha individuato nel presidente statunitense Donald Trump il politico più potente sulla scena europea per il 2026 ha infranto una delle regole che aveva fedelmente seguito per anni: indicare una personalità che vive o lavora nel Vecchio continente. Nel motivare la scelta, i giornalisti hanno candidamente affermato di aver preso atto di una realtà ormai ineludibile: «L’ombra di Trump incombe così pesantemente sulle capitali europee che le sue decisioni – o le sue sfuriate – hanno ridefinito tutto, dai bilanci della difesa alla politica commerciale fino alla politica interna» (Politico, «28 Class of 2026: Donald Trump», in <www.politico.eu>). Questa constatazione, certamente fondata per l’Europa, può essere estesa anche ad altri Paesi del mondo. Quando si considerano le vicende di politica internazionale o interna che vedono il Presidente statunitense agire da vero e proprio mattatore, ciò che più colpisce è il suo modo di comprendere e interpretare il ruolo di leader di una potenza mondiale, in particolare per quanto riguarda la visione politica che ne orienta le scelte e la maniera di esercitare il potere che gli è stato affidato dal popolo.
Il protagonismo trumpiano
Se è certo che Trump ha un ruolo di primo piano sullo scacchiere mondiale, ben più difficile è ipotizzare in che direzione andrà la sua politica. Due esempi aiutano a rendersi conto di quanto le sue decisioni siano state ondivaghe e talora contraddittorie, spesso umorali e dettate da una visione di breve termine, in cui si tiene poco conto delle conseguenze.
Fin dall’inizio del secondo mandato, Trump ha fatto largo ricorso ai dazi, utilizzandoli come un’arma politica per costringere altri Paesi ad accettare le sue richieste, alle volte veri e propri diktat. L’efficacia di questa scelta, mediaticamente molto enfatizzata, non è però assodata, come conferma il continuo succedersi di annunci di dazi introdotti, modificati, revocati e poi di nuovo ristabiliti. Queste continue giravolte non sono innocue: causano profonda incertezza nel commercio internazionale, scossoni nei valori di Borsa, significative ripercussioni sul tessuto produttivo non solo all’estero ma anche negli Stati Uniti e, infine, aumenti del prezzo di vari prodotti a danno dei consumatori statunitensi.
Sempre a livello internazionale l’attenzione all’inizio del 2026 è stata monopolizzata dall’intervento militare statunitense nel Venezuela, con l’arresto di Nicolás Maduro, accusato di essere a capo di un’organizzazione criminale dedita al traffico di cocaina. Questa azione è stata «condotta senza l’autorizzazione del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, senza l’autorizzazione del Congresso, senza invocare la legittima difesa e senza nemmeno una plausibile giustificazione giuridica» (Hathaway O.A. – Shapiro S.J., «A World Without Rules. The Consequences of Trump’s Assault on International Law», in Foreign Affairs, 13 gennaio 2026), sancendo la profonda crisi dell’ordine internazionale nato dopo la Seconda guerra mondiale anche grazie agli Stati Uniti. Non si tratta di una vera sorpresa: in più occasioni Trump ha mostrato di volersi lasciare alle spalle questo patrimonio di valori, diritto e relazioni. Lo dimostra anche la National Security Strategy degli Stati Uniti (cfr l’infografica alle pp. 79-83), pubblicata il 4 dicembre 2025, scritta in un linguaggio a tratti spiazzante per i toni trionfalistici, inusuali per un testo ufficiale di un Governo, che propone il ritorno delle sfere di influenza nella scena internazionale e avalla il ricorso statunitense alla forza economica o militare quando ritenuto necessario per salvaguardare i propri interessi nazionali.
Ci sono, tuttavia, altri elementi da tenere in conto nella vicenda venezuelana. Più volte Trump ha fatto riferimento al petrolio del Paese e alla necessità per gli Stati Uniti di assicurarsene il controllo: sullo sfondo vi è l’obiettivo di raggiungere una posizione dominante in campo energetico, da far pesare nei rapporti internazionali, in particolare con la Cina. Ma questo proposito si scontra poi con la realtà, dato che le compagnie petrolifere statunitensi, di sicuro non ostili al Presidente, sono poco propense a seguire il suo invito a investire nel Paese sudamericano per gli elevati costi e i tempi lunghi necessari prima di averne un beneficio.
Inoltre, quanto sta accadendo in Venezuela mostra che Trump non è affatto interessato al futuro dei venezuelani. Da anni Maduro governava il suo Paese come un autocrate e con le sue politiche ha impoverito i suoi concittadini, ma il suo arresto non segna un cambio di regime o l’avvio di un processo di ritorno a una piena democrazia. Questo obiettivo non rientra nell’agenda trumpiana, che si è invece preoccupata di assicurarsi il sostegno di alcune figure chiave del regime chavista, ignorando espressamente l’opposizione e lasciando il Paese allo sbando.
Il senso autentico dell’agire politico
Altri esempi potrebbero essere richiamati, come la ripetuta pretesa – i cui sviluppi sono incerti nel momento in cui va in stampa questo numero – che la Groenlandia diventi parte degli Stati Uniti, usando toni minacciosi, prospettando nuovi dazi ed evocando persino lo spettro di un intervento militare in caso di resistenze da parte danese e degli altri Paesi europei. Questo non aggiunge molto a un quadro che tende a essere ripetitivo, ma non per questo diventa di facile lettura.
Quando i commentatori politici cercano di spiegare le logiche alla base delle decisioni di Trump spesso fanno ricorso a immagini. Così, si è evocato il suo passato di imprenditore attento ai profitti. Altri citano il gusto per l’azzardo del giocatore di poker, pronto a bluffare pur di vincere. Ma si potrebbe anche fare riferimento alla ricerca del colpo di scena e della spettacolarizzazione di chi ama stare al centro dell’attenzione mediatica. Oppure si potrebbe interpretare la sua azione politica, caotica e spesso imprevedibile, come segno di una salute mentale instabile o della disperata ricerca di un narciso quasi ottantenne di lasciare un segno nella storia.
C’è del vero in ognuna di queste chiavi interpretative: colgono un aspetto della personalità di Trump e portano alla luce alcune dinamiche ricorrenti. Soprattutto, però, ci parlano del modo di fare politica di un uomo che di fatto è pressoché impossibile annoverare tra i politici. Non basta, infatti, occupare un posto di potere, anche in forza di una elezione democratica, almeno per chi intende la politica come servizio. L’azione di chi ricopre un ruolo istituzionale diventa politica nel senso più alto del termine quando mira al bene dell’intera comunità.
Questo concetto talora rischia di essere considerato troppo teorico, etereo e dai contorni indefiniti. In realtà la sua concretizzazione non è così difficile e si realizza quando le posizioni sostenute, espressioni legittime di una parte politica, si inseriscono all’interno del quadro di principi e regole costituzionali che fondano la convivenza civile. L’idea di un potere scevro dai limiti e insofferente a controlli, più volte espressa da Trump, è in netta opposizione con questa impostazione (cfr Del Pero M., «Una leadership refrattaria ai controlli», in Aggiornamenti Sociali, 1 [2026] 38-45), al pari dell’affermazione che chi vince prende tutto, in una logica binaria che non contempla la ricerca di mediazioni con chi è portatore di visioni politiche diverse. Altro aspetto fondamentale in politica è la capacità di distinguere tra sfera pubblica e privata nell’esercizio del proprio ruolo, per non arricchirsi o cercare vantaggi per sé o per le persone vicine, approfittando delle informazioni di cui si dispone o della possibilità di prendere delle decisioni: su questo, i dubbi rispetto alla condotta di Trump sono numerosi (Editorial Board, «How Trump Has Pocketed $1,408,500,000», in The New York Times, 20 gennaio 2026).
La fragilità di chi ha un ruolo di potere
Quando l’ispirazione politica nel senso più autentico è debole in una persona che ricopre un ruolo di responsabilità, ciò che resta è il potere e il modo in cui viene inteso ed esercitato. Nel caso di Trump, tanti episodi ne mostrano una comprensione distorta e autoreferenziale, avulsa dalla storia democratica statunitense e staccata da quanto accade nelle strade o nei luoghi di lavoro sia del suo Paese sia all’estero. Assistiamo a un esercizio del potere spesso abusivo e ricattatorio, insofferente alle critiche e incurante delle conseguenze. Tutti questi elementi possono essere letti come una manifestazione di forza, in grado di imporsi su tutti e su tutto. Ma a guardare bene, in una siffatta concezione del potere si coglie una profonda fragilità, la stessa di Trump come persona, in continua ricerca di riconoscimenti, preoccupato soprattutto del proprio ego.
Prendere atto di questa dinamica può suscitare sconcerto, ma offre anche una via per non lasciarsene soggiogare. Se il presidente Trump ha la necessità di apparire forte per essere rassicurato, allora lusingarlo serve a ben poco, se non è addirittura controproducente, perché gli apprezzamenti ricevuti non saranno mai sufficienti e l’asticella si sposterà sempre più in alto, in una spirale all’infinito. Ben più efficace è invece ribadire attraverso parole e azioni la capacità di unire che deve avere una politica autentica in un sistema democratico, che non si sottrae al confronto con la realtà nella sua complessità per ritrarsi in una visione monolitica e partigiana.
Muoversi in questa direzione non è allora illusorio. Negli Stati Uniti sta già avvenendo all’interno della società civile, come nel caso dei cittadini che si mobilitano per evitare che ci siano abusi da parte degli agenti federali dell’ICE (Immigration and Customs Enforcement), o con le pronunce dei giudici, anche vicini al partito repubblicano, a salvaguardia dello Stato di diritto. Importanti sono state anche le prese di posizione di esponenti della Chiesa, tra cui la dichiarazione congiunta dei cardinali Blase J. Cupich, Robert McElroy e Joseph W. Tobin, che hanno sottolineato quanto sia distante la politica estera statunitense dai principi della dottrina sociale della Chiesa, ricordati di recente anche da Leone XIV. Anche a livello internazionale il clima sta mutando, come attesta il discorso pronunciato il 21 gennaio 2026 a Davos dal primo ministro canadese Mark Carney, che prende atto della frattura consumatasi negli assetti mondiali e prospetta una strategia che non rinuncia ad alcuni valori fondamentali, come la sovranità, l’integrità territoriale, il divieto dell’uso della forza al di fuori della Carta dell’ONU, il rispetto dei diritti umani. Dietro questi esempi, che possono moltiplicarsi dentro e fuori gli Stati Uniti, vi è il riconoscimento della fragilità di chi detiene il potere, camuffata alla meno peggio dal fare la voce grossa, e di un’alternativa possibile e forte proprio perché rinuncia a imporsi con la forza.