Matteo Messina Denaro è una persona onesta, leale ai princìpi che imparò fin da giovanissimo a stretto contatto con il padre Francesco. Ha letto sui giornali le storie di mafia, i suoi personaggi, le cose terribili che sono state fatte. Lui, un uomo legato alla famiglia, alle sorelle, in special modo a Rosalia, detta “Fragolone”, è un signore sicuro di sé, sicuro di aver scritto la storia, come testimoniano alcune frasi che si appuntava: «Ho cambiato il mondo»; «Si resta soli quando si è diventati mito» (p. 209). L’uomo nato a Castelvetrano, in provincia di Trapani, è scomparso il 25 settembre 2023 a L’Aquila, ma i funerali non sono stati celebrati: ormai i “parrini” non sono più veri ministri di Dio, si sono immischiati a fare politica, ad agire nel territorio come se fossero loro a comandare, come scriveva nel maggio del 2013 (pp. 174-175).
Entrare nella prospettiva di Matteo Messina Denaro, nel mondo di questo sessantenne siciliano amante del lusso e della vita, nel “bosco” dove si voleva nascondere come un albero, in mezzo alla gente: ecco la missione del procuratore capo di Palermo Maurizio De Lucia e del giornalista Salvatore Palazzolo nel loro libro La cattura. Entrare nella “verità” che l’ultimo ricercato per le stragi del 1993 e diversi efferati omicidi avvenuti a cavallo tra gli anni ’80 e ’90, uomo di fiducia di Salvatore Riina, prima, e Bernardo Provenzano, poi, riesce a raccontare una volta catturato il 16 gennaio 2023, nel quartiere San Lorenzo di Palermo. Per farlo ricorrono anche ai testi scritti da Messina Denaro, che possono sorprendere. Vi sono messaggi accorati, affettuosi, di premura. C’è spazio perfino per qualche condivisione intima sull’essere genitore o amante o filosofo, cose che non ci immaginiamo di trovare sulla bocca o sulla penna di chi ha ucciso, estorto, fatto esplodere.
I due AA. descrivono con dovizia di particolari questo momento storico, frutto di decenni di lavoro, il cui esito è stato incerto fino all’ultimo minuto per i timori delle fughe di notizie da parte di alcune talpe (alle volte davvero insospettabili!). E tra i ricordi personali c’è lo spazio per richiamare la storia dell’Italia, il racconto di che cosa sia stata la mafia tra gli anni ’80 e ’90 del secolo scorso e dopo, nei decenni di latitanza dei boss, che continuavano a comandare e dirigere gli affari dal proprio nascondiglio attraverso i pizzini, i foglietti (alle volte lettere), che fidati postini facevano girare.
Il libro ripercorre dunque un evento puntuale, la cattura del latitante, gli eventi che lo precedono, dalle intercettazioni ai preparativi, e il quadro generale di quanto sappiamo della mafia tra Palermo, Trapani e Agrigento. Perché ciò che sappiamo rimane sempre troppo poco: molti sono i misteri irrisolti, le persone coinvolte ancora non scoperte, i beni intestati a prestanomi. La mafia non è più forte come un tempo, mette in guardia De Lucia, ma non è ancora scomparsa (p. 213). La “borghesia mafiosa” ancora permette (quando proprio non cerca) a questa subcultura di prosperare. «Com’è possibile, infatti, che ancora oggi dei professionisti si prestino a favorire mafiosi che si sono macchiati di delitti efferati?» (p. 140) ci si domanda. E le risposte sono assai complesse: entra in gioco il fattore di sangue, di soldi, ma anche di identità e di “valori”. C’è pure l’immagine della “mafia buona”, opposta alla stagione stragista, che puoi chiamare quando serve un favore. Ci si affida a uno “stato” più vicino, magari quando lo Stato sembra assente.
Questo libro alle volte è difficile da leggere per la complessità di quanto racconta: ci sono troppi nomi, le linee temporali si intrecciano, pezzi diversi di Sicilia si mescolano. È solo un assaggio di quanto hanno vissuto i magistrati e le Forze dell’Ordine, alla ricerca della verità e della giustizia. Il racconto e la lettura di tutti questi fatti sono un dovere per ciascun cittadino: riconoscere il vocabolario dei mafiosi ci rende attenti e immuni dalle lusinghe e dalle sopraffazioni che escono dai confini isolani e che cercano soldi e potere. Sempre.