Il Nibbio

regia di Alessandro Tonda
Italia 2025, drammatico, 109 minuti
Scheda di: 
Fascicolo: giugno-luglio 2025

Ci sono episodi della nostra storia che dopo un po’ di clamore mediatico finiscono nel dimenticatoio, scalzati dal susseguirsi di eventi e vicende che inevitabilmente richiamano la nostra attenzione su quanto accade nell’oggi più immediato. Ma ci sono accadimenti che invece non dovrebbero essere scordati, non solo per il fatto in sé ma per il valore in certo modo premonitore di un futuro inquietante che emerge solo rileggendoli a distanza di tempo. È il caso del rapimento della giornalista de Il Manifesto Giuliana Sgrena, avvenuto per mano di un commando sunnita nella Baghdad del 2005, la capitale irachena occupata dalle forze dell’esercito statunitense, e della sua liberazione grazie all’impegno profuso da Nicola Calipari, alto dirigente del SISMI, nome in codice Nibbio.

Il regista, Alessandro Tonda, riesce a mettere in scena la vicenda in modo solido e chiaro, ricostruendo i fatti che vanno dal rapimento della giornalista alla sua liberazione grazie alla sapiente ed equilibrata azione diplomatica di Calipari, che per “portare a casa il risultato” deve non solo destreggiarsi tra le complicazioni della negoziazione con i rapitori, ma anche con il fuoco amico delle interferenze patrie, che rischiano più volte di far saltare la trattativa.

Ciò che più risalta è il ritratto di Calipari, non solo dal punto di vista istituzionale, ma anche nella sua umanità di padre e marito, che illumina tutto il film facendocelo sentire particolarmente vicino. Potremmo dire quasi paradossalmente, dato il ruolo che ricopriva e il mestiere che faceva, che Calipari fosse un uomo di pace, una pace che perseguiva con insistenza atraverso il dialogo, anche nelle situazioni più spinose, e che si riassume in questa sua frase: «Io considero ogni sequestro come un episodio di guerra, e tutte le volte cerco due cose: liberare l’ostaggio e fare un passetto che ci avvicini alla fine della guerra». È qui condensata la lezione e l’eredità di Calipari, da custodire in questi tempi in cui i venti di guerra sembrano soffiare impetuosi: le guerre sono qualcosa che ci si deve impegnare a far finire. E no, non è semplice farlo, ci si deve mettere in gioco, intercedere, mettersi in mezzo, consapevoli che costruire la pace è un processo fatto di piccoli passi, che molto spesso calpestano i piedi di chi ha interessi non trasparenti.

La capacità del Nibbio di ascoltare, dialogare e mediare portano alla liberazione di Giuliana Sgrena, che viene rilasciata nella notte di Baghdad e recuperata dallo stesso Calipari. Ma mentre la loro auto sta per arrivare all’aeroporto, dove un aereo li attendeva per tornare in Italia, un commando statunitense, appostato da ore su quella strada, in attesa del transito fantomatico di non si capisce bene #film quale alta autorità nemica, spara a bruciapelo sui fari dell’auto. Calipari muore sul colpo mentre compie fino all’ultimo il suo dovere, proteggere l’ostaggio. E alla fine, nessuno, nonostante le evidenti responsabilità, ha pagato, e ancora oggi l’uccisione del Nibbio è senza colpevoli, perché, sembra suggerire tra le righe la regia, chi è più forte e influente alla fine sembra non poter essere in alcun modo toccato.

Quel che è certo è che un mondo con più Calipari e meno prepotenza sarebbe certamente un posto più sicuro dove vivere.

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