Ci sono episodi della nostra storia
che dopo un po’ di clamore
mediatico finiscono nel dimenticatoio,
scalzati dal susseguirsi di
eventi e vicende che inevitabilmente
richiamano la nostra attenzione
su quanto accade nell’oggi
più immediato. Ma ci sono accadimenti
che invece non dovrebbero
essere scordati, non solo per il
fatto in sé ma per il valore in certo
modo premonitore di un futuro
inquietante che emerge solo rileggendoli
a distanza di tempo. È il
caso del rapimento della giornalista
de Il Manifesto Giuliana Sgrena,
avvenuto per mano di un commando
sunnita nella Baghdad del
2005, la capitale irachena occupata
dalle forze dell’esercito statunitense,
e della sua liberazione grazie
all’impegno profuso da Nicola Calipari,
alto dirigente del SISMI, nome
in codice Nibbio.
Il regista, Alessandro Tonda,
riesce a mettere in scena la
vicenda in modo solido e chiaro,
ricostruendo i fatti che vanno dal
rapimento della giornalista alla sua
liberazione grazie alla sapiente ed
equilibrata azione diplomatica di
Calipari, che per “portare a casa il
risultato” deve non solo destreggiarsi
tra le complicazioni della negoziazione
con i rapitori, ma anche
con il fuoco amico delle interferenze
patrie, che rischiano più volte di
far saltare la trattativa.
Ciò che più risalta è il ritratto
di Calipari, non solo dal punto di
vista istituzionale, ma anche nella
sua umanità di padre e marito,
che illumina tutto il film facendocelo
sentire particolarmente
vicino. Potremmo dire quasi
paradossalmente, dato il ruolo che
ricopriva e il mestiere che faceva,
che Calipari fosse un uomo di
pace, una pace che perseguiva
con insistenza atraverso il dialogo,
anche nelle situazioni più spinose,
e che si riassume in questa sua
frase: «Io considero ogni sequestro
come un episodio di guerra, e tutte
le volte cerco due cose: liberare
l’ostaggio e fare un passetto che
ci avvicini alla fine della guerra».
È qui condensata la lezione e
l’eredità di Calipari, da custodire in
questi tempi in cui i venti di guerra
sembrano soffiare impetuosi: le
guerre sono qualcosa che ci si deve
impegnare a far finire. E no, non
è semplice farlo, ci si deve mettere in gioco, intercedere, mettersi in
mezzo, consapevoli che costruire
la pace è un processo fatto di
piccoli passi, che molto spesso
calpestano i piedi di chi ha interessi
non trasparenti.
La capacità del Nibbio di ascoltare,
dialogare e mediare portano
alla liberazione di Giuliana Sgrena,
che viene rilasciata nella notte
di Baghdad e recuperata dallo
stesso Calipari. Ma mentre la loro
auto sta per arrivare all’aeroporto,
dove un aereo li attendeva per
tornare in Italia, un commando
statunitense, appostato da ore su
quella strada, in attesa del transito
fantomatico di non si capisce bene
#film
quale alta autorità nemica, spara a
bruciapelo sui fari dell’auto. Calipari
muore sul colpo mentre compie
fino all’ultimo il suo dovere,
proteggere l’ostaggio. E alla fine,
nessuno, nonostante le evidenti
responsabilità, ha pagato, e ancora
oggi l’uccisione del Nibbio è senza
colpevoli, perché, sembra suggerire
tra le righe la regia, chi è più
forte e influente alla fine sembra
non poter essere in alcun modo
toccato.
Quel che è certo è che un mondo
con più Calipari e meno prepotenza
sarebbe certamente un
posto più sicuro dove vivere.