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Il Global Compact sull'immigrazione, al di là delle polemiche

La Camera dei Deputati ieri ha approvato una mozione che impegna il Governo italiano a non sottoscrivere il Global Compact sull'immigrazione, un documento frutto di oltre due anni di negoziati internazionali e che nel dicembre 2018, a Marrakesh, è stato adottato da numerosi Paesi.
Come spesso avviene su queste materie, il documento, il cui titolo completo è Patto globale per una migrazione sicura, ordinata e regolare (GCM) non è conosciuto nei dettagli ma viene strumentalizzato a seconda delle convenienze politiche. Per approfondire contenuti e obiettivi di questo processo, che ha visto un importante coinvolgimento del Vaticano, nel numero di febbraio Aggiornamenti Sociali ha intervistato Fabio Baggio, missionario scalabriniano, sottosegretario della Sezione Migranti e Rifugiati del Dicastero vaticano per il Servizio dello Sviluppo Umano Integrale. Pubblichiamo di seguito alcuni passaggi dell'intervista (realizzata da Paolo Foglizzo), disponibile in versione integrale a questo link.


Malgrado un ampio processo di preparazione, all’approssimarsi del vertice di Marrakech in alcuni Paesi si è acceso un animato dibattito sui contenuti del GCM, in particolare su possibili limitazioni della sovranità dei singoli Stati in materia di politica migratoria. Che impressione ha avuto sul clima generale e sul contributo dei singoli Stati al processo globale? 

Non vi nascondo che mi ha stupito l’acceso dibattito intorno al GCM che si è sviluppato negli ultimi due mesi del 2018. Nel periodo precedente, segnato da intense consultazioni e negoziati, i mass media non hanno dato molto rilievo al processo in corso e, da quanto mi risulta, non sono stati aperti tavoli di lavoro con i vari attori politici e sociali. Sarà stato, probabilmente, per la natura non vincolante del Patto, dichiarata a scanso di equivoci sin dal principio.

L’entrata repentina e roboante del GCM nel dibattito politico di alcuni Paesi è stata anche caratterizzata da una serie di interpretazioni inesatte e fuorvianti del testo. Si è detto, ad esempio, che l’accordo limitava la sovranità nazionale in materia migratoria, obbligando gli Stati ad accogliere i migranti. Ma il GCM ribadisce in modo chiaro «il diritto sovrano degli Stati a determinare le loro politiche nazionali sulla migrazione e la loro prerogativa a governare la migrazione all’interno della loro giurisdizione, in conformità con la legge internazionale» (GCM, n. 15c). Si è anche detto che esso equipara migranti regolari e irregolari, quando in realtà esso attesta chiaramente che «all’interno della loro giurisdizione sovrana, gli Stati possono operare distinzioni tra status migratorio regolare e irregolare, anche al momento di determinare le misure legislative e politiche per l’attuazione del Patto globale, prendendo in considerazione le diverse realtà, politiche e priorità nazionali e i requisiti per l’ingresso, la residenza e il lavoro, in conformità alla legge internazionale» (ivi).

La natura non vincolante del Patto non obbliga gli Stati che lo adottano a metterne in pratica i dettami. Si tratta, fondamentalmente, della dichiarazione di condivisione di un approccio globale, del quale ogni Stato è libero di scegliere quali elementi applicare ed eventualmente integrare nella propria legislazione. 


Considerando gli aspetti che ha appena richiamato, ci aiuta a capire meglio la finalità e l’utilità del Patto? 

Diversamente da un trattato o da una convenzione internazionale, il GCM si configura come un quadro cooperativo non giuridicamente vincolante, che fissa alcuni principi, obiettivi e impegni per gli Stati che siano intenzionati a metterli in pratica. Nonostante questo limite giuridico, il documento è espressione di un encomiabile lavoro di riflessione comune, che ha “obbligato” gli Stati a confrontarsi su questioni ritenute da sempre di esclusiva competenza nazionale. Grazie al GCM, la componente internazionale entra in modo prepotente nella formulazione delle politiche migratorie che intendono regolare flussi transnazionali. La “vetrina” delle Nazioni Unite assegna ai principi, obiettivi e azioni contenuti nel GCM un valore sovranazionale e nessuno Stato potrà fingere ignoranza o confusione rispetto alle norme concordate attraverso un processo multilaterale.

Il Patto costituisce perciò un punto di riferimento super partes al quale gli Stati possono riferirsi per governare più efficacemente la migrazione attraverso la cooperazione internazionale. L’introduzione di buone pratiche, che in alcuni Paesi sono già operative, a livello tanto bilaterale quanto regionale, dà maggiore concretezza alle raccomandazioni. Nel rispetto della sua natura non vincolante, il GCM stabilisce comunque lo standard minimo di quanto va fatto per una governance globale delle migrazioni a vantaggio di tutti gli attori coinvolti.

Infine il GCM, in quanto documento elaborato e adottato dalle Nazioni Unite, entra a pieno diritto nel patrimonio legislativo internazionale, a cui le istanze legislative e giuridiche di tutti i singoli Stati possono fare riferimento nella formulazione di politiche e leggi, nella interpretazione di controversie internazionali e nella giustificazione di verdetti.  (...)


Alcuni Stati, tra cui l’Italia, hanno scelto di non votare o astenersi dall’adozione del GCM. Dal vostro punto di vista, dopo aver attivamente partecipato alle varie fasi negoziali, che valutazione date di queste scelte? 

Vorrei ricordare quanto ha dichiarato il cardinal Parolin a questo proposito: «Mentre alcuni Stati hanno deciso di non partecipare al processo o a questa conferenza intergovernativa, la Santa Sede è convinta che le immense sfide che la migrazione pone vengono affrontate meglio attraverso processi multilaterali piuttosto che con politiche isolazioniste». Ovviamente ogni Stato è libero di scegliere le proprie politiche in ambito migratorio, come del resto in tutti gli altri ambiti, sempre nel rispetto degli impegni presi a livello regionale e internazionale. Bisogna però aggiungere che quando si tratta di questioni che vanno oltre i confini nazionali e toccano gli interessi dell’umanità intera, il nostro mondo come casa comune, gli Stati sono chiamati a confrontarsi tra loro per ricercare soluzioni e impegni comuni. 

Ancora una volta le parole di papa Francesco, rivolte il 7 gennaio scorso al Corpo diplomatico accreditato presso la Santa Sede, ci sono di aiuto: «[È] evidente come i rapporti in seno alla comunità internazionale, e il sistema multilaterale nel suo complesso, stiano attraversando momenti di difficoltà, con il riemergere di tendenze nazionalistiche, che minano la vocazione delle Organizzazioni internazionali a essere spazio di dialogo e di incontro per tutti i Paesi». Per questo è necessario sostenere con ogni mezzo i processi di dialogo tra Stati in ambito multilaterale e parimenti il lavoro delle Nazioni Unite, richiamando i principi e valori fondamentali che sono i pilastri delle nostre civiltà. Come dice papa Francesco: «Il Patto sulle migrazioni costituisce un importante passo avanti per la comunità internazionale che, nell’ambito delle Nazioni Unite, affronta per la prima volta a livello multilaterale il tema in un documento di rilievo».

La Sezione M&R è già impegnata a sostenere la Chiesa, anche nei Paesi che hanno optato di non aderire al GCM, nell’attuazione dei quattro verbi di papa Francesco e dei 20 Punti di azione, assicurando un’attenzione privilegiata ai migranti più vulnerabili, abitanti delle periferie esistenziali del mondo. La meta finale è la garanzia di uno sviluppo umano integrale per tutti, migranti e autoctoni, senza che nessuno ne rimanga escluso.


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28 febbraio 2019
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