«Ghiaccio sottile»: quali prospettive geopolitiche in Ucraina?

In questi giorni, nei quali si assiste alla liberazione di Kharkiv da parte dell’esercito ucraino e alla richiesta formale di Finlandia e Svezia di aderire alla NATO, restano attuali le riflessioni esposte durante l’evento dello scorso 28 aprile, dal titolo “Ucraina: dopo le bombe?”, promosso dalla nostra Redazione in collaborazione con Caritas Ambrosiana, ACLI provinciali Milano, Monza e Brianza e Fondazione Culturale San Fedele. A intervenire sulle prospettive economiche e geopolitiche cui va incontro l’Ucraina e, per estensione, l’Europa, sono stati in quell’occasione Federico Fubini, vicedirettore del Corriere della Sera; Paolo Magri, vicepresidente di ISPI; e Paolo Foglizzo, redattore di Aggiornamenti Sociali.  

 

 

 

Ghiaccio sottile 

Ancor più che tre settimane fa si ha oggi la sensazione di muoversi sul «ghiaccio sottile», come già osservava Paolo Magri. Nonostante l’unità e la coesione di cui sono stati capaci i Paesi europei di fronte alla crisi bellica, infatti, non siamo ancora sicuri che, «avendo scelto l’onore, eviteremo una guerra più estesa», aggiungeva Magri parafrasando Churchill.

Da un lato, paiono aprirsi in queste ore nuovi spiragli di comunicazione fra le parti, fra cui figura anche, per la prima volta, un’interazione tra il Segretario americano alla Difesa, Lloyd Austin, e il suo omologo russo, Sergey Shoigu. Dall’altro, però, la decisione di Finlandia e Svezia di aderire alla NATO potrebbe generare ulteriori squilibri. 

È proprio questo, pertanto, il momento in cui chiedersi: come Europa, dove stiamo andando? A che cosa corrisponde, per l’Unione, una vittoria dell’Ucraina? Si tratta di domande senza rispondere alle quali sarà sempre più grande, sostiene Magri, il rischio di vedere gli interessi europei schiacciati da una progressiva sovrapposizione fra NATO e Unione Europea, con la seconda sempre più soggetta alla volubilità delle scelte politiche di Paesi ad essa esterni come Stati Uniti e Regno Unito.  

Il ruolo delle religioni

Quando potremo considerare davvero iniziata una nuova fase di dialogo? Finché una delle due parti continuerà a percepire chiaramente di essere in una posizione di forza è improbabile che accetti di scendere a patti con l’altra. Ciò accadrà solo «quando avranno la sensazione, allo stesso modo, di rischiare troppo in quello che stanno facendo militarmente – ha spiegato Paolo Magri. – Per questo serve un bilanciamento. Se una delle due parti ha “troppo vento in poppa” non si siederà mai a un negoziato». 

L’assunto migliore da cui partire per cominciare un serio negoziato che miri alla pace è, secondo il vicepresidente di ISPI, quello esposto più volte da papa Francesco: «In guerra non vince nessuno». «Proprio le religioni, d’altra parte – ha spiegato Paolo Foglizzo – possono svolgere un ruolo importante nel processo di ricostruzione dei canali di dialogo. Si tratta di una novità, perché nella storia il paradigma dominante è stato piuttosto quello di Kirill, e questo è valso anche per i cattolici».  

Tuttavia, i tempi sembrano maturi, almeno secondo l’enciclica Fratelli Tutti, affinché le religioni si pongano realmente a servizio della fraternità. Da un lato, ciò implica lo sforzo di rinunciare ai fondamentalismi e all’«abbraccio mortale» tra potere politico e potere spirituale. Ma, dall’altro, rappresenta una reale opportunità di fare la differenza tra la guerra e la pace, persino in una situazione complessa e delicata come quella attuale. 

18 maggio 2022
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