Gas e potere. Geopolitica dell’energia dalla Guerra fredda a oggi
Leonardo Bellodi
Luiss, Roma 2022, pp. 112
Con il Green Deal l’Unione Europea
si è impegnata a raggiungere
la soglia dell’impatto climatico
zero attraverso una produzione
energetica in massima parte assicurata da fonti pulite. Si tratta di una
scelta meramente ecologica o alla
base vi sono anche interessi di sicurezza
degli Stati europei? Il saggio
ripercorre in poco più di cento pagine
lo sviluppo delle relazioni diplomatiche
e di approvvigionamento
energetico che i Paesi europei
hanno posto in essere negli ultimi
sessant’anni. L’affanno di un continente
povero di risorse energetiche
ha scandito l’agenda politica dei
suoi leader alla ricerca di partner affidabili.
Scopriamo un ruolo pionieristico
del nostro Paese nelle relazioni
con Mosca, che negli anni ’80
si estesero anche ad altri Paesi europei
con la creazione del gasdotto
eurosiberiano. L’A. sottolinea
che quest’ultimo è più
di un semplice accordo,
citando un detto
degli operatori del
settore: «I gasdotti
sono come i matrimoni,
ma più
vincolanti» (p. 9).
Gli Stati Uniti
non sono poi rimasti
a guardare gli alleati
europei stringere
questo patto col nemico.
Attraverso fonti di intelligence ne
scopriamo dunque le varie mosse,
nel costante tentativo di evitare
l’asse Mosca-Berlino. In modo
disincantato l’A. ci ricorda che, in
fondo, la NATO è nata «per tenere
i russi fuori, gli americani dentro, e
i tedeschi sotto» (p. 42).
La parola chiave della strategia
europea di sicurezza è “diversificazione”
delle fonti di approvvigionamento.
Proprio questo è stato il
tallone di Achille scoperto con la
guerra russo-ucraina. Altro punto
necessario per l’UE sarebbe quello
di agire come un attore unitario,
mentre Stati che pure sul piano
interno sono democratici, su quello
internazionale paiono agire in
un hobbesiano status di bellum
omnium contra omnes. Spostando
lo sguardo al Sud del mondo, scopriamo
che una parte consistente
del buon risultato della diversificazione
dovrà passare attraverso le
relazioni diplomatiche con gli Stati
africani. Tuttavia, per il conseguimento
della neutralità energetica
sarà invece necessario rivolgersi
alla Cina, che «ha in mano
più della metà della produzione
mondiale di
terre rare» e inoltre
«produce ben il
90% di materiali
semiconduttori
necessari a realizzare
le cellule per
i pannelli solari»
(pp. 93-94).
Il saggio, oltre a
dare numerose risposte
sui temi di politica
energetica, pone anche una domanda
non scontata: le relazioni
di politica energetica sono appannaggio
esclusivo degli Stati o singoli
cittadini e associazioni hanno
la possibilità di influire in maniera
significativa sulla sicurezza energetica
di un Paese? Osservare il caso
italiano più da vicino può dare elementi
interessanti al riguardo.
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