Ci sono situazioni in cui promuovere il bene comune diventa un peso opprimente, ad
esempio quando viene il momento di pagare le tasse. Da sempre infatti il
contributo economico alla collettività, reso attraverso il sistema fiscale o in
obbedienza a prescrizioni etiche, magari motivate religiosamente, che impongono
ai più abbienti di soccorrere i più indigenti (è il caso del dovere di
elemosina che accomuna tante religioni), è avvertito come un’ingerenza, come
una mano altrui indebitamente infilata nel proprio portafogli. Perché
condividere con estranei un guadagno frutto del proprio lavoro, del proprio
commercio, della propria attività artigianale, professionale, imprenditoriale?
Perché ci deve essere una collettività, civile o religiosa, che impone in
qualche modo di contribuire a un bene comune che si finisce per percepire
sempre per l’altrui vantaggio e mai per il proprio? Per questo da sempre si
studia come “evadere” tale “obbligo”.
Siamo soliti definire questo tentativo con la categoria della
frode, che è utilizzata anche per l’inganno ai danni della propria controparte
in affari: ad esempio quando si consegna all’acquirente una cosa diversa, per
qualità o quantità, da quella pattuita, o si dichiara il falso rispetto
all’origine e alla qualità di ciò che si vuol vendere. Il tutto con un solo scopo:
guadagnare, avere di più, naturalmente a spese di qualcun altro.
Così, condanniamo senz’altro la disonestà di questi
comportamenti, ma tendiamo talvolta a giustificarne le motivazioni. Per evitare
questa ambivalenza, l’ebraico medioevale propone le parole geneivat da’at
per indicare la “frode”. Tale interessante espressione può essere tradotta con
latrocinio della mente, della conoscenza. Non nel senso di furto di quella che
oggi chiameremmo proprietà intellettuale, ma di raggiro della buona fede e della
conoscenza reciproca. Nel parlare di frode si fa cioè riferimento alla
manipolazione della relazione interpersonale a proprio vantaggio: per questo la
geneivat da’at è considerata dai rabbini il peggior caso di furto
possibile, perché afferisce alla persona più che ai beni. Il valore alla base
dell’interpretazione e della condanna della frode è quello relazionale (in
senso sociale e religioso) ben più che il riferimento al rispetto della norma.
Questa visione trova le sue radici nella Bibbia.
Il profeta AmosAmos è il primo profeta di cui ci siano pervenuti i testi. La
sua predicazione ha luogo nel regno di Israele durante l’VIII sec. a.C.,
immediatamente prima dell’invasione assira: il momento forse più ricco e
florido del regno (il cui territorio comprendeva l’area centro-settentrionale
dell’attuale Israele, parte del Libano e della Giordania), tanto da far
immaginare ai suoi governanti di poter tenere testa all’Assiria in piena
espansione territoriale. Questo costerà la distruzione del regno e la deportazione
del suo popolo, quando gli assiri, scendendo verso sud, ne conquisteranno
completamente il territorio. L’imminente distruzione della capitale, Samaria, e l’esilio
dell’intera popolazione sono evocati dal profeta in un momento storico di
prosperità e di sviluppo dell’economia e delle relazioni commerciali e
politiche. La reazione alle infauste profezie è evidentemente di derisione e
incredulità: come poteva voltare le spalle al popolo un Dio che si stava
mostrando così benevolo? La ricchezza e il benessere non sono forse segno della
benedizione di Dio? Chi avesse visitato il regno di Israele avrebbe senz’altro
ammirato la ricchezza delle città e le loro raffinate architetture, in modo
particolare nella capitale: gli scavi archeologici ci mostrano oggi che nuove
abitazioni lussuose erano state costruite poco prima dell’invasione assira.
Inoltre l’aspetto della campagna dava l’impressione di fertilità e di ordine,
con scambi commerciali facili e abbondanti, favoriti dalla rete stradale
nazionale e internazionale. Così il turista dell’epoca di Amos avrebbe
senz’altro apprezzato il lusso delle grandi famiglie, i movimenti di capitale e
la varietà delle proposte culturali.
Amos 8, 1-8
1Ecco
ciò che mi fece vedere il Signore Dio: era un canestro di frutta matura. Egli
domandò: «Che cosa vedi, Amos?». 2 Io risposi: «Un canestro di
frutta matura». Il Signore mi disse: «È maturata la fine per il mio popolo,
Israele; non gli perdonerò più. 3 In quel giorno i canti del tempio
diventeranno lamenti. Oracolo del Signore Dio. Numerosi i cadaveri, gettati
dovunque. Silenzio! 4 Ascoltate questo, voi che calpestate il povero
e sterminate gli umili del paese, 5 voi che dite: «Quando sarà
passato il novilunio e si potrà vendere il grano? E il sabato, perché si possa
smerciare il frumento, diminuendo l’efa e aumentando il siclo e usando bilance
false, 6 per comprare con denaro gli indigenti e il povero per un
paio di sandali? Venderemo anche lo scarto del grano». 7 Il Signore
lo giura per il vanto di Giacobbe: certo non dimenticherò mai tutte le loro
opere. 8 Non trema forse per questo la terra, sono in lutto tutti i
suoi abitanti, si solleva tutta come il Nilo, si agita e si riabbassa come il
Nilo d’Egitto?
Ma il profeta, nel brano proposto nel riquadro, suggerisce di
leggere questo benessere sulla base dell’immagine del canestro di frutta
matura. Un’immagine forte e ricca di suggestione: sappiamo bene quanto
rapidamente e rovinosamente un canestro di frutta matura, invitante e
succulenta, possa trasformarsi in un maleodorante cesto di frutta marcia.
Amos offre una visione non “turistica”, ma “profetica” del
suo tempo. Vede “con lo sguardo di Dio” e, da questa prospettiva, riconosce e
mette in risalto la povertà della maggioranza del popolo rispetto alla bellezza
artistica, al lusso e alla ricchezza culturale delle dimore degli “operatori
finanziari” (come li chiameremmo oggi). Due sono gli ambiti della sua critica:
l’infedeltà religiosa alla relazione con il Dio della storia del popolo per una
miriade di “devozioni” cultuali a divinità familiari o per derive di
religiosità sincretistiche e popolari nei santuari, e il sempre maggiore divario tra ricchi e
poveri, particolarmente evidente in ambito urbano. In particolare, smaschera la
ricchezza come il risultato di un commercio basato sulla frode.
Il comportamento fraudolento non è condannato in quanto
violazione di una norma, ma nei suoi due versanti relazionali. La relazione con
Dio, che si concretizza nelle feste religiose, è vista dagli operatori
economici come perdita di tempo per gli affari. Il sabato e la festività
agricola del novilunio, in cui si offrivano le primizie dei frutti della terra
e del bestiame per ricordare il carattere di dono che caratterizza ogni
ricchezza, non sono visti come il tempo dell’equilibrio, della pace e
dell’armonia con Dio, con il mondo e con i propri simili, ma come il divieto di
fare affari e di guadagnare. Se ne aspetta con ansia la fine per poter vendere
grano e smerciare frumento. Ma di più: l’opportunità di guadagnare
conduce a calpestare anche le regole universali di equità commerciale: diminuendo
le misure e usando bilance false. Persino ciò che andrebbe buttato
diventa oggetto di commercio per un maggiore guadagno, dato che il grido è: venderemo
anche lo scarto del grano. A farne le spese sono i poveri e gli
ultimi.
La situazione descritta da Amos è l’antitesi alla corretta
relazione del popolo con Dio e tra i membri del popolo. La frode in questo
brano è un dimenticarsi dell’opera di Dio e della solidarietà tra gli
uomini. Ecco perché evoca l’immagine di un Dio che non si dimentica dell’opera
del regno del Nord e ne saprà tirare le conseguenze. Il profeta reagisce alla
mentalità di chi ritiene il proprio benessere un dato acquisito e il segno di
una benedizione di Dio, che lo pone in qualche modo al di sopra delle regole,
sia in campo più propriamente religioso e cultuale, sia in quello civile e
politico (ad esempio nell’uso del potere). Quella di ritenersi esonerato dal
rispetto delle regole che valgono per i più, e dunque legittimato a utilizzare
per il proprio tornaconto posizioni di potere e risorse pubbliche, è una
tentazione antica di chi ha successo, ma la cronaca ci mostra quanto sia ancora
attuale.
Dunque nel testo biblico la valutazione della frode
commerciale non riposa su criteri deontologici, ma sull’impatto che essa ha
sulla condizione dei poveri. L’economia e i comportamenti economici “giusti”
o “malvagi” – si ricordi che nella Bibbia ebraica il contrario della
giustizia non è l’ingiustizia ma la malvagità! – non si misurano con criteri
elaborati dagli operatori economici (com’è il caso dei nostri codici di
condotta), ma dall’andamento delle relazioni con Dio e tra le persone.
L’amministratore disonesto
Luca
12, 16-21; già analizzata in Aggiornamenti Sociali, 9/10 [2012]
706-710), o alle riflessioni di Gesù conseguenti al rifiuto della sequela da
parte dell’uomo ricco (Marco 10, 17-31), o alla positiva valutazione
della ricchezza di Giuseppe di Arimatea (Matteo 27, 57-61) o di Barnaba
(Atti 4, 36-37), o a tutti i passi dedicati alla condivisione della
ricchezza all’interno della comunità o tramite l’elemosina.
Luca 16, 1-9
1 Diceva
anche ai discepoli: «Un uomo ricco aveva un amministratore, e questi fu
accusato dinanzi a lui di sperperare i suoi averi. 2 Lo chiamò e gli
disse: “Che cosa sento dire di te? Rendi conto della tua amministrazione,
perché non potrai più amministrare”. 3 L’amministratore disse tra
sé: “Che farò, ora che il mio padrone mi toglie l’amministrazione? Zappare, non
ne ho la forza, mendicare, mi vergogno. 4 So io che cosa farò
perché, quando sarò stato allontanato dall’amministrazione, ci sia qualcuno che
mi accolga in casa sua”. 5 Chiamò uno per uno i debitori del suo
padrone e disse al primo: “Tu quanto devi al mio padrone?”. 6 Quello
rispose: “Cento barili d’olio”. Gli disse: “Prendi la tua ricevuta, siediti
subito e scrivi cinquanta”. 7 Poi disse a un altro: “Tu quanto
devi?”. Rispose: “Cento misure di grano”. Gli disse: “Prendi la tua ricevuta e
scrivi ottanta”. 8 Il padrone lodò quell’amministratore disonesto,
perché aveva agito con scaltrezza. I figli di questo mondo, infatti, verso i
loro pari sono più scaltri dei figli della luce. 9 Ebbene, io vi
dico: fatevi amici con la ricchezza disonesta, perché, quando questa verrà a
mancare, essi vi accolgano nelle dimore eterne.
Sul tema della ricchezza,
anzi più specificamente della frode, c’è nel Vangelo anche un passo che spesso
suscita qualche imbarazzo: la parabola dell’amministratore disonesto. Si ha
quasi l’impressione che la frode sia oggetto di lode: Il padrone lodò
quell’amministratore disonesto, perché aveva agito con scaltrezza (v. 8).
La traduzione italiana purtroppo favorisce un travisamento del senso del testo:
infatti, la connotazione comunemente negativa del termine scaltrezza non
rende ragione della parola greca usata nell’originale, che andrebbe tradotta
piuttosto con saggezza, avvedutezza, corretto discernimento. In
effetti lo stesso termine greco è tradotto diversamente in altre occorrenze: saggio
per l’uomo che costruisce la sua casa sulla roccia (Matteo 7, 24), sagge
per le vergini che portano con sé una scorta di olio per le loro lampade (Matteo
25, 2.4.8.9), prudente per il buon amministratore dei beni del padrone (Luca
12, 42).
Tuttavia, anche dopo questa considerazione, rimane una
sensazione di sconcerto dinanzi a questa parabola. Collocarla nella realtà
economica e sociale dell’epoca di Gesù aiuta a comprenderla meglio. Siamo di
fronte a un fattore che non svolge onestamente il proprio incarico di gestire
una tenuta agricola. Ora, al tempo di Gesù, gli amministratori delle proprietà
agrarie non ricevevano una retribuzione, ma lecitamente trattenevano parte del
guadagno prodotto dai campi: non è in fondo una situazione molto diversa da
quella dei manager e degli amministratori delegati delle grandi imprese, il cui
reddito è legato alla performance delle società che amministrano. Quando gli
amministratori trattenevano una cifra spropositata, per la trascuratezza di un
padrone che viveva lontano (la letteratura antica è ricchissima di esempi),
oppure per il tentativo di derubarlo, come pare nella parabola, si poteva
parlare di disonestà. Quindi, una volta scoperta la sua mala gestione, lo
stratagemma di questo manager è diminuire l’ammontare dei crediti vantati
dall’azienda. In realtà, altro non fa che “investire” la parte di guadagno che
gli sarebbe spettata per “comprarsi” l’amicizia dei debitori; in altre parole,
mette le relazioni al di sopra delle ricchezze: altrimenti avrebbe potuto
riscuotere l’intero importo dovuto e poi “sparire con la cassa”! Tuttavia,
anche senza conoscere il funzionamento del sistema economico che pone in una
luce meno negativa questo comportamento, è chiaro che la parabola spinge
all’estremo limite ermeneutico l’importanza delle giuste relazioni, senza le quali
ogni ricchezza è definita come disonesta dal versetto finale. Persino la
disonestà dell’amministratore passa in secondo piano di fronte alla sua
capacità di trasformare i beni in strumenti di costruzione di relazioni di amicizia.
È dunque questa la priorità
proposta dal messaggio evangelico: non è mai lecito – e non è mai “buono”, nel
senso che non fa bene – fare del proprio io e del proprio interesse il fine
assoluto dell’agire; è questa la radice che porta a concepire, mettere in atto
e magari cercare di giustificare inganni e comportamenti fraudolenti, nei
confronti di altri, della collettività o dello Stato; oppure a far prevalere la
brama di guadagno sulla correttezza dei rapporti con i dipendenti (si pensi ai
tanti casi di sfruttamento, dal lavoro nero all’abuso del precariato) o su una
gestione del tempo che lasci adeguato spazio al riposo e alla gratuità delle
relazioni (si pensi a un commercio indirizzato verso orari di apertura sempre
più lunghi e l’abolizione dei giorni di chiusura).
La Bibbia propone sempre una dinamica che dà priorità
alla realizzazione della giustizia relazionale: ogni frode, truffa, inganno o
evasione fiscale ne è una lesione. L’Antico Testamento colloca il riferimento
alla giustizia nel contesto dell’appartenenza al popolo di Dio, di cui ogni
israelita aveva un’esperienza concreta e forte anche a livello identitario.
Oggi questo senso di popolo si può probabilmente tradurre con il riferimento al
bene comune, anche se questo introduce un elevato livello di mediazione e di astrazione.
Come dunque rendere nuovamente percepibile la dinamica relazionale così
presente nel testo biblico? Forse – lo proponiamo almeno come suggestione –
lavorare sulla categoria di responsabilità sociale delle azioni economiche nei
confronti della comunità concreta di riferimento (in particolare dei più
disagiati e vulnerabili) potrebbe condurci ad apprezzarne meglio la valenza
sociale.