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Scheda di: 

First man

di Damien Chazelle
Universal Pictures, Stati Uniti 2018, Drammatico, Durata: 141 minuti
Fascicolo: 

Per essere i primi a tagliare un nuovo traguardo bisogna guardare al futuro rimanendo saldamente ancorati al ricordo del passato. Per realizzare un’impresa che nessuno ha mai compiuto, per fare una scoperta originale o per dare inizio a qualcosa di davvero inedito non ci si può semplicemente improvvisare futuristi. Che lo si voglia o no, che se ne sia coscienti o meno, la consapevolezza di ciò che è e la memoria di ciò che è già stato sono per l’essere umano due ingredienti senza i quali non è possibile generare alcuna novità positiva. È questa la filosofia che trasuda dal ritratto di Neil Armstrong tracciato da First man, film diretto da Damien Chazelle e ispirato all’omonima biografia del primo uomo che mise piede sulla Luna (James R. Hansen, 2005), interpretato per l’occasione da Ryan Gosling.

È la storia di un ingegnere aereonautico della NASA dalle straordinarie capacità, che non intraprende la conquista del suolo lunare con i soli strumenti futuristici della tecnica, poiché egli non considera la Luna soltanto come l’ennesimo traguardo da raggiungere. Armstrong, infatti, guarda al più romantico dei satelliti con la speranza con cui si contempla una “terra promessa”; la speranza di coloro che non immaginano il proprio futuro come un’utopia, ma come quella realtà dove è possibile ritrovare la semplicità del proprio presente, finalmente guarito dalle sue profonde ferite. Per lui, infatti, la Luna rappresenta l’ultimo orizzonte oltre il quale spingersi, con uno sforzo sovrumano, nel tentativo di trovare riparo dal dolore inesprimibile causatogli dalla prematura scomparsa della piccola figlia Karen.

Il suo anelito esplorativo, pertanto, è espressione di un modo di rapportarsi con la complessità di ciò che accade nella sua vita, più che un ingenuo e ottimistico slancio verso il futuro. Seppur dirette verso il medesimo obiettivo, quindi, la corsa alla Luna di Neil e quella dei suoi colleghi della NASA non sono identiche. La pellicola offre infatti un’immagine controversa dell’agenzia spaziale americana, animata quasi esclusivamente da una cieca e bellicosa ricerca del progresso a ogni costo, all’interno di una competizione con l’Unione Sovietica la cui urgenza non permetteva ai responsabili dei progetti Gemini e Apollo di farsi troppi scrupoli riguardo ai rischi che una tale impresa poteva comportare per gli astronauti che vi prendevano parte.

Chazelle mostra così che l’entusiasmo per la ricerca scientifica, se stimolato dal solo desiderio di potere, conduce fatalmente a svalutare il peso delle conseguenze delle proprie azioni, poiché la fame di potere fa sì che spesso, in ogni impresa che comporti dei rischi, la naturale imprevedibilità del caso venga alimentata anche con la “benzina” dell’irresponsabilità. Durante i test eseguiti in preparazione della vera e propria missione lunare, infatti, molti dei colleghi di Neil restano vittime di tragici incidenti (alcuni dei quali certamente evitabili), in circostanze banali e grottesche che spingono lo spettatore a interrogarsi, insieme agli altri personaggi del film, se sia accettabile morire in quel modo e, per di più, mentre si sta facendo il proprio lavoro.

Tuttavia, nonostante la consapevolezza degli enormi pericoli da lui stesso corsi rimbalzando sull’atmosfera a bordo di navicelle che allo spettatore sembrano “tenute insieme con il nastro adesivo”, Neil non si sottrae mai alla propria missione. Non lo fa perché, come lascia intendere durante il suo primo colloquio con i direttori del progetto Gemini, il fine della ricerca della conoscenza, così come quello della vita stessa, trascende tanto la sua utilità immediata quanto i suoi eventuali incidenti di percorso. Il suo autentico scopo – dice Neil – non è «l’esplorazione fine a se stessa», ma «l’osservazione di cose di cui forse avremmo dovuto accorgerci molto tempo fa, ma che non abbiamo avuto occasione di vedere fino a oggi». L’avventura scientifica, in sostanza, è per lui un modo di rispondere alla necessità umana di cambiare periodicamente il proprio punto di vista su tutto ciò che consideriamo ovvio e scontato, e di contemplare la vita da una prospettiva che rinnovi la nostra percezione della sua unicità e preziosità.

Di fronte a questa concezione della scienza come “radicale cambiamento di prospettiva sul mondo” lo spettatore è perciò invitato a riposizionarsi anche rispetto a tutte quelle obiezioni che spesso, da un punto di vista sociopolitico, sono state mosse (talora anche acriticamente) contro il finanziamento dell’esplorazione spaziale e della ricerca in ambito tecnologico, accusando sommariamente queste pratiche di essere più dannose che utili. Tali obiezioni traggono forza, di solito, dall’innegabile fatto che il vero movente della ricerca scientifica è coinciso spesso, nella storia, con la volontà di ottenere la supremazia militare sul mondo, come avvenne per molti Stati durante le due guerre mondiali, o, come ci mostra il film, per gli Stati Uniti e per l’Unione Sovietica durante la Guerra fredda e quella del Vietnam.

Da una parte, quindi, se si affronta la questione dal punto di vista della tutela dei diritti umani, è difficile non provare almeno una iniziale e spontanea simpatia per l’intellettuale Kurt Vonnegut, che compare nella pellicola grazie all’integrazione nel montaggio di un filmato di repertorio, in cui si chiede come mai dovremmo colonizzare la Luna quando i sobborghi della città di New York sono ben lungi dall’essere davvero abitabili. O ancora, è difficile non provare una certa solidarietà quando il film mostra un gruppo di afroamericani che protestano per la propria condizione di emarginazione e miseria con le parole e l’ironia del canto rivoluzionario di Gil Scott Heron (1970): «No hot water, no toilets, no lights: but Whitey’s on the Moon!», mentre ingenti risorse economiche sono investite in un’impresa tecno-scientifica i cui guadagni, in termini di vantaggi per la popolazione, sono tutt’altro che evidenti.

D’altra parte, però, è chiaro che senza la ricerca scientifica (persino senza quella orientata all’esplorazione spaziale) non sarebbe mai stato possibile illuminare la faccia più oscura delle cause delle sofferenze contemporanee dell’umanità, spesso riconducibili a questioni complesse e di portata globale come, ad esempio, quella ecologica, cui si fa indirettamente riferimento anche nel film nel momento in cui Neil sottolinea quanto l’atmosfera terrestre osservata dallo spazio appaia fragile e sottile. First Man mette in risalto così l’altrettanto rivoluzionario desiderio di alcuni uomini di scienza di sfidare le proprie percezioni, sforzandosi di gettare il proprio sguardo oltre le contingenze presenti e verso il futuro, senza dimenticare né la concretezza dei problemi attuali né il tesoro di ricchezza rappresentato dalla nostra esperienza passata, al fine di cercare soluzioni alla sofferenza dell’umanità a partire da un punto di osservazione integrale sul mondo, che abbracci tutta la complessità della realtà.

Ma l’ossessione per il passato, la memoria della figlia defunta e il dolore sofferto divengono ben presto, per Neil, un motivo di intimistico autoripiegamento. Il film ci conduce infatti sempre più in profondità dentro l’animo di Neil, il quale più ascende esteriormente verso il futuro e verso la Luna più precipita interiormente verso la quasi totale alienazione emotiva, che lo allontana anni luce dai suoi altri due figli. Se i suoi colleghi si ammalano di ottimismo, lui si ammala di nostalgia. Giunti alla fine della prima strada non vi è che smarrimento, mentre alla fine della seconda ci si ritrova nuovamente intrappolati nel proprio passato. In entrambi i casi la corsa verso il futuro smette di essere un’occasione per allargare i propri orizzonti e diventa soltanto un espediente per fuggire da se stessi, in esilio dal proprio difficile presente.

Ma, a dimostrazione del fatto che sia possibile, secondo il regista, abitare questa tensione tra passato e futuro evitando che l’uno finisca per collassare nell’altro, troviamo nel film la figura di Janet, moglie di Neil, interpretata da una dolcissima e al contempo determinata Claire Foy. È proprio la relazione con lei a rappresentare quel terreno di incontro tra passato e futuro su cui Neil potrà ricostruire il suo modo di stare nel presente. Si potrebbe persino dire, servendosi di un’analogia biblica, che ella è una figura profetica. Da un lato, infatti, con il suo amore tenace, paziente, incondizionato e fedele nella gioia come nel dolore, Janet esorta il marito (e attraverso di lui l’intera comunità scientifica che la NASA rappresenta) a liberarsi dalla schiavitù di quella rigida logica positivistica che esalta ogni successo e demonizza ogni fallimento, negando il valore del presente, all’interno di una visione del mondo e della ricerca scientifica fondata sul progresso a ogni costo.

Dall’altro lato la sua capacità di riconoscere la libertà del marito, fino ad accettare che le sue personali scelte possano condurlo verso un futuro dove lei non potrebbe mai seguirlo, permette a Neil di riconciliarsi con il suo passato seguendo i propri tempi, riconvertendo infine il suo rapporto con la memoria della figlia Karen da ossessione a dolce ricordo. È proprio da questo ricordo che la narrazione filmica fa scaturire figurativamente la forza necessaria all’astronauta a ritornare definitivamente con i piedi per terra, recuperando la consapevolezza della propria condizione umana e mortale, e facendo finalmente pace con quel pianeta blu la cui superficie curva assomiglia a un sorriso quando viene osservata dallo spazio.

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