Quale ruolo possono ancora
avere i credenti all’interno delle
moderne democrazie? Come rinnovare
una tradizione d’impegno e
di testimonianza che affonda le sue
radici nel Vangelo e che – come un
fiume carsico – ha contraddistinto
nel tempo il laicato cattolico, sia in
Italia sia nel resto del mondo?
Non vi è dubbio che tra i temi
importanti che oggi toccano da vicino
la coscienza dei cristiani ci sia
quello riguardante l’agire politico e
le modalità con cui esercitare questo
compito, in vista del mantenimento
della pace fra i popoli
e le nazioni e della
realizzazione del bene
comune possibile in
un dato momento
storico e in una precisa
circostanza.
Il volume Dare
un’anima alla politica
di don Bruno Bignami
– presbitero cremonese
e attualmente direttore
dell’Ufficio nazionale per i problemi
sociali e il lavoro della CEI – cerca
di rispondere a queste domande,
provando a riscrivere le coordinate
del legame tra spiritualità e politica.
L’A. indica fin dall’inizio quale sia
l’intento del volume: «Serve il coraggio
di darsi un’anima. Manca una
spiritualità politica […] Questo libro
prova a gettare la legna della spiritualità sul fuoco della politica, nel
tentativo di riscaldare un ambiente
gelido e talvolta inospitale» (p. 13).
Il libro è diviso in due parti: una
più fondativa, che «affronta il tema
della spiritualità politica alla luce
della tradizione cristiana e del paradigma
della fraternità; la
seconda presenta alcune
figure di politici
che concretamente
hanno vissuto un
profondo radicamento
nella
fede» (p. 14).
Richiamando
la tradizione del
pensiero sociale
della Chiesa, dalla
Rerum novarum di Leone
XIII fino alla Fratelli tutti
di Francesco, l’A. mostra come il
rinnovamento della politica debba
passare attraverso la conversione
al paradigma della fraternità.
La politica, afferma l’A., non può
ridursi a una questione tecnica o
economica, ma deve essere intrisa
di tenerezza e deve essere capace
di “fare tempo” assieme agli altri, condividendo spazi, dedicando
momenti nell’arco della giornata,
donando una parte di se stessi. Attraverso
la politica ci si può prendere
cura delle persone, facendo
scelte che abbiano impatto sulla
loro esistenza e che sappiano intessere
legami fraterni e solidali.
Il primo passo è pertanto un cambio
di prospettiva, in modo che il
credente assuma su di sé lo sguardo
di Dio sulla storia; solo così, ogni
azione ritrova lo stile e la direzione
di un impegno pieno di speranza e
innervato dalla carità e dalla fraternità.
Lo sguardo che è richiesto al
cristiano è sicuramente impegnativo,
perché Dio vede e ascolta il grido
del povero e della creazione, facendo
sua la condizione dell’oppresso.
Tra i testimoni presi in considerazione,
l’A. si sofferma su Tina Anselmi
e Maria Eletta Martini, su Giorgio
La Pira, Giuseppe Dossetti e David
Sassoli, dalle cui esperienze «emerge
la spiritualità della croce, non delle
crociate» (p. 9) e una testimonianza
chiara di quando spiritualità e politica
camminano insieme. In questo
senso, la fede cristiana offre una
prospettiva privilegiata, non perché
fornisce soluzioni pronte all’uso ai
problemi politici del momento, ma
perché aiuta a mantenere viva l’attenzione
sui principi fondamentali
della dignità umana, della giustizia,
della ricerca del bene comune.
La logica dell’eucarestia porta a
pensarsi al servizio delle relazioni e
a prendersi cura della qualità di vita
sociale, senza preoccuparsi sempre
del solo “fare” pragmatico, ma
avendo a cuore il condividere, l’appassionarsi,
lo stare assieme agli altri
per cercare di disegnare un futuro
migliore per tutti.
Questo è l’auspicio dell’A., che
dall’alto della sua esperienza pastorale
e del servizio che ricopre,
convoca i cristiani alla partecipazione
attiva, paragonando la loro funzione
all’immagine biblica del lievito: non
preoccupato della propria visibilità e
centralità, ma capace di far fermentare
la pasta, segno di una presenza
e di una partecipazione mediate, serene
e ferme, pacifiche ed efficaci.