ArticoloPunti di vista

Come può un territorio vincere le Olimpiadi?

A vent’anni da Torino 2006

Fascicolo: febbraio 2026

Con Milano Cortina 2026, Olimpiadi e Paralimpiadi ritornano in Italia vent’anni dopo la XX edizione di Torino 2006. Ci sarà modo di confrontare i due eventi sul piano dei risultati sportivi, della partecipazione di pubblico tanto sui campi di gara quanto sui mezzi di comunicazione (consapevoli che in questi due decenni è radicalmente cambiato il modo di fruire gli eventi sportivi, attraverso i molteplici canali televisivi e soprattutto attraverso i social), del bilancio economico e dell’impatto ambientale, sociale e territoriale. Auspicando il meglio per Milano Cortina 2026, resta il fatto che tutti i grandi eventi sono effimeri per definizione; perciò è necessario interrogarci su che cosa succederà ai territori e alle comunità coinvolti quando si saranno spenti i riflettori e su come si gestirà un’eredità che, a differenza di quanto accade con i normali lasciti testamentari, non si potrà rifiutare, anche nelle sue eventuali implicazioni negative.

Pur nella diversità dei contesti spaziotemporali, che cosa ci può insegnare l’esperienza di Torino 2006? Per rispondere a questa domanda faremo tesoro della riflessione maturata nel lavoro del gruppo di ricerca OMERO, che nel 2000 ha cominciato a studiare i Giochi olimpici, in particolare l’edizione torinese, ben prima della sua realizzazione, e continua a osservare il postevento da diverse prospettive. Questa scelta costituisce un’eccezione: di solito le Olimpiadi o altri grandi eventi sono infatti approfonditi a livello di ricerca o raccontati giornalisticamente in precedenza e immediatamente dopo la realizzazione, ma non a distanza di tempo dalla conclusione.

Per il gruppo di ricerca OMERO la domanda fondamentale, al centro anche di un convegno internazionale tenutosi a Torino nel 2000, è stata fin dall’inizio: «Come può una città vincere o perdere le Olimpiadi?» (Guala e Bobbio 2002). Il presupposto è che per i territori coinvolti non si tratta solo di organizzare un’edizione di successo, ma di saper inserire la grande trasformazione materiale e immateriale connessa con l’evento ospitato nelle dinamiche ordinarie, usando questa occasione per imprimere un’accelerazione, magari una svolta, in una direzione desiderata. Appariva già in modo chiaro negli studi a livello internazionale sulle Olimpiadi e sui grandi eventi che l’eredità va programmata in una visione strategica, altrimenti si corre il rischio di essere “usati” dall’evento, che ha bisogno di uno spazio, di un palcoscenico per la propria manifestazione. L’eredità ha una componente materiale e una immateriale, riguarda trasformazioni di lungo periodo e va considerata su una pluralità di dimensioni: infrastrutturale, economica e in particolare turistica, sociale, di capacità di governance, di immagine, ambientale e più in generale territoriale.

OMERO (Olympics and Mega-Events Research Observatory)

 

Il gruppo di ricerca OMERO (Olympics and Mega-Events Research Observatory) nasce formalmente nel 2003, raccogliendo il lavoro di riflessione che ricercatori e ricercatrici di diverse discipline dell’Università e del Politecnico di Torino stavano conducendo in vista delle Olimpiadi di Torino 2006. Hanno fatto parte del nucleo storico Luigi Bobbio, Piervincenzo Bondonio, Egidio Dansero, Chito Guala, Alfredo Mela, Sergio Scamuzzi e Anna Segre, con la collaborazione di molti giovani studiose e studiosi. Nel 2012, OMERO diviene Centro interdipartimentale dell’Università di Torino su Urban & Event Studies. Nel corso di questi anni, OMERO ha collaborato strettamente con altri centri di ricerca che si sono occupati di Torino 2006, come l’IRES Piemonte, il Comitato Giorgio Rota e il gruppo di ricerca SITI (Sistemi territoriali per l’innovazione) del Politecnico di Torino, che ha studiato Torino 2006 applicando per la prima volta in Italia la valutazione ambientale strategica (cfr in particolare Gambino, Mondini e Peano 2005). Per una sintesi di questo lavoro cfr Della Sala e Dansero (2024). Alcune pubblicazioni di OMERO sono disponibili su <www.omero-urban.it/archivio> (cfr Risorse).

L’eredità olimpica a Torino

Torino 2006, come poche altre edizioni in precedenza, è stata una Olimpiade plurilocalizzata e bicefala: una parte urbana metropolitana in una città che ha iniziato a riscoprire e ridefinire le proprie relazioni con le Alpi grazie all’evento; una parte montana, con i poli di Bardonecchia e Sestriere (entrambi i Comuni fanno parte della Città metropolitana di Torino), insieme ad altre località; infine non vanno dimenticate le “terre di mezzo”, ovvero i territori attraversati ma non direttamente coinvolti. Le considerazioni generali sull’eredità vanno distinte tenendo conto di questa articolazione territoriale.

Nel caso di Torino, buona parte dell’eredità materiale, se non tutta, in particolare gli interventi sugli edifici e le infrastrutture necessari per la realizzazione dell’evento, è stata correttamente programmata per tempo. Anzi, le Olimpiadi sono servite per riammodernare strutture lascito di precedenti grandi eventi: dal Palavela, costruito in occasione di Italia ’61, l’Esposizione internazionale del lavoro organizzata nel centenario dell’Unità d’Italia, allo Stadio comunale poi divenuto Olimpico e ora Grande Torino, eredità dei giochi del Littoriale fascista degli anni ’30. Inoltre, hanno dato una fondamentale accelerazione ai lavori della metropolitana, prevista prima e indipendentemente dalle Olimpiadi e inaugurata a ridosso dell’inizio delle gare. L’evento olimpico ha richiesto di aumentare la ricettività turistica e la disponibilità di grandi contenitori, come il palazzetto sportivo Oval e soprattutto il PalaIsozaki, dal nome dell’archistar che l’ha progettato, come è solitamente conosciuto il Palasport olimpico (ora Inalpi Arena). Questi interventi hanno migliorato decisamente la capacità di Torino di ospitare eventi sportivi o di altro tipo che richiamano un numeroso pubblico e hanno valorizzato l’incremento di capitale fisso: oltre a essere stata scelta come capitale europea dello sport nel 2015, Torino ha ospitato l’edizione 2019 degli European Master Games (un evento sportivo internazionale per atleti amatoriali over 30), i campionati mondiali di varie discipline (pallacanestro, pallavolo, scherma, ecc.), l’Eurovision Song Contest nel 2022, e dal 2021 è il palcoscenico delle ATP Finals di tennis.

Sul piano turistico, il paventato “effetto intermezzo”, registrato in occasione di altre Olimpiadi, con un improvviso e rapido innalzamento dell’afflusso turistico destinato nel giro di pochi anni a ritornare ai livelli precedenti all’evento, non si è verificato; anzi, la città è decisamente decollata, affermandosi progressivamente e stabilmente come meta turistica, beneficiando dello straordinario effetto immagine assicurato dalle Olimpiadi.

 

Luci e ombre per le aree montane

Se nel caso di Torino (e in parte anche di Pinerolo, grazie al completamento del collegamento autostradale che la unisce al capoluogo regionale) le luci prevalgono decisamente sulle ombre, diverso è il discorso per le aree montane.

Le Olimpiadi sono state un’occasione straordinaria di ammodernamento e potenziamento delle strutture legate agli sport invernali, in particolare allo sci, e della ricettività turistica, recuperando edifici sottoutilizzati o dismessi per i villaggi olimpici, con un forte effetto sulle dinamiche immobiliari, che in particolare a Sestriere hanno visto un forte e persino eccessivo incremento dell’area urbanizzata. Anche le vallate olimpiche hanno beneficiato del ritorno in termini di immagine e di attrattività turistica assicurato dall’evento sportivo, ma su di esse, come su tutto l’arco alpino, pesano le incognite legate ai cambiamenti climatici, con la riduzione dell’innevamento naturale e l’incremento delle temperature medie invernali che richiedono una diversificazione rispetto alle prospettive del solo turismo invernale (cfr Bossi 2026).

Le ombre riguardano soprattutto alcuni impianti, in particolare i trampolini di Pragelato per il salto con gli sci (e le strutture connesse, come lo stadio di fondo o l’hotel ai piedi dei trampolini) e la pista di bob a Cesana Pariol, di cui è stata da poco annunciata la demolizione, prevista per l’estate 2026. Entrambi gli impianti sono stati utilizzati per i Giochi o poco più, a fronte di costi elevatissimi di realizzazione e manutenzione, che hanno gravato pesantemente sui conti della Fondazione 20 marzo 2006, che aveva il compito di gestire buona parte del patrimonio delle infrastrutture olimpiche, come messo in evidenza da un recente rapporto della Corte dei conti1. Anche a causa di questi eventi la Fondazione è stata recentemente messa in liquidazione.

Fondazione 20 marzo 2006

 

La Fondazione 20 marzo 2006, conosciuta anche come Torino Olympic Park (TOP), è stata costituita nel settembre 2006 dalla Regione Piemonte, dal Comune di Torino, dall’allora Provincia di Torino (ora Città metropolitana) e dal CONI al termine delle Olimpiadi e Paralimpiadi del 2006. Il nome rinvia al giorno successivo alla conclusione delle Paralimpiadi e ne indica simbolicamente il compito principale: raccogliere e valorizzare l’eredità materiale e immateriale dell’edizione torinese dei Giochi olimpici; cfr <https://torinolympicpark.org>.

Nella letteratura olimpica questi impianti sono i cosiddetti elefanti bianchi, strutture che dopo poco tempo si rivelano inutili a fronte di elevatissimi investimenti per la loro costruzione, insostenibili costi di gestione e un problematico impatto ambientale e paesaggistico. Eppure, già nella fase di preparazione dei Giochi era abbastanza chiaro che l’utilizzo successivo sarebbe stato arduo in assenza di una strategia nazionale che non si limitasse a promesse poi non mantenute. Per quanto riguarda il bob, si era deciso di realizzare una pista in Italia invece di utilizzare quella esistente ad Albertville, in Francia, costruita per le Olimpiadi del 1992, sostenendo l’idea che “essendo le Olimpiadi in Italia, la pista deve essere italiana”. Per quanto riguarda i trampolini, oltre alle strutture di gara, si era optato per costruire anche quelle dedicate agli allenamenti, con l’intento di trasformare Pragelato in un centro federale per l’avviamento al salto dei giovani atleti. In entrambi i casi, però, non sono stati mantenuti gli impegni per integrare questi impianti nei circuiti internazionali, presi dalle istituzioni sportive e politiche nazionali, dal CONI, alla Federazione italiana sport invernali (FISI), al Governo.

 

I passi fatti e quelli auspicabili

In conclusione, due punti appaiono particolarmente rilevanti per le loro ricadute nel tempo. In primo luogo, sul piano della governance Torino 2006 è stata una prova riuscita di lavoro collettivo tra i diversi territori e livelli di governo coinvolti, in grado di organizzare un evento di sicuro successo sul piano sportivo e di immagine, rispettando tempi e budget (Mancini e Papini 2021). Anche se quella che dovrebbe essere la “normalità” non fa notizia, è bene sottolineare che Torino 2006 ha dimostrato che si può organizzare un evento di questa complessità senza incappare in scandali e illeciti, come attestato dai severi controlli della magistratura e dei media, a differenza di quanto è purtroppo accaduto per altri grandi eventi, non solo in Italia. L’esperienza di Torino 2006 ha fatto crescere e diffondere competenze individuali e collettive, oltre a far maturare una fiducia nel saper organizzare eventi di grande complessità, che è stata alla base sia di tutta la successiva straordinaria stagione di eventi ospitata dal capoluogo piemontese, sia del formarsi di un insieme di esperti e professionisti che sono stati coinvolti per Expo Milano 2015, Milano Cortina 2026 e tanti altri eventi in Italia e all’estero.

In secondo luogo, Torino 2006 è stata un’occasione straordinaria, ma colta solo in minima parte, per ripensare i rapporti con la montagna, seguendo l’intuizione avuta dall’allora vicepresidente del Comitato organizzatore (noto anche con l’acronimo TOROC, dall’inglese Torino Organising Committee), il compianto Rinaldo Bontempi, e sostenuta da un gruppo di esperti che avrebbero poi dato vita all’associazione Dislivelli. Come si interrogava il giornalista e scrittore Enrico Camanni (2003), uno dei cofondatori di Dislivelli: perché Torino, storica metropoli alpina e sede olimpica, non è diventata un polo di riferimento culturale e politico per le Alpi “cintura d’Europa”, pur affacciandosi su circa un terzo dell’arco alpino ed essendo posta sull’asse di due arterie transalpine cruciali come il Fréjus e il Monte Bianco? Perché non è stata sfruttata l’occasione olimpica per rilanciare l’immagine alpina di Torino e del Piemonte, valorizzando territori, legami con la montagna e minoranze locali, promuovendo una visione europea sul futuro della regione alpina?

Associazione Dislivelli

 

L’associazione Dislivelli (<www.dislivelli.eu>), nata nel 2009 a Torino, ha lo scopo di favorire l’incontro e la collaborazione di competenze multidisciplinari diverse nell’attività di studio, documentazione, ricerca, formazione e informazione sulle terre alte. I ricercatori universitari e i giornalisti specializzati che ne fanno parte si propongono di favorire una visione innovativa della montagna e delle sue risorse, con la costruzione di reti tra ricercatori, amministratori e operatori, la creazione di servizi socioeconomici integrati, la proposta di interventi sociali, tecnologici e culturali capaci di futuro.

Non si può negare che gli investimenti olimpici in infrastrutture e servizi abbiano migliorato non solo le prestazioni delle grandi stazioni sciistiche, ma anche la qualità di vita nelle valli, grazie a collegamenti più efficienti con Torino e le città pedemontane. Il potenziamento di queste connessioni ha favorito l’interscambio città-montagna e ridotto le differenze socioculturali, promuovendo nuove forme di ibridazione tra abitudini, stili di vita e immagini collettive. La tradizionale opposizione tra città e montagna si è andata riducendo e i vecchi confini geografici tra le due realtà tendono oggi a trasformarsi in una fascia di transizione tra due sistemi territoriali sempre meno diversi e separati. Tuttavia, appare ancora lontana la prospettiva, auspicata dal gruppo OMERO, di una loro integrazione in un unico sistema territoriale metromontano, portatore di risorse e di valori tra loro complementari, basato su una rete di scambi reciprocamente vantaggiosi, orientati al superamento degli squilibri ancora forti nelle dotazioni ambientali, nello sviluppo economico, nell’occupazione e nell’accesso ai servizi (Dematteis et al. 2017).

Le ambizioni di integrazione territoriale che potevano legarsi alle Olimpiadi del 2006 sono andate poco al di là dell’immagine di “Torino e le sue montagne e vallate olimpiche”, bloccando anche una possibile collaborazione delle montagne torinesi con Milano Cortina 2026 che non coinvolgesse Torino (che tra l’altro si era proposta come candidatura per il 2026 alternativa a Milano Cortina), nonostante ci fosse la possibilità di riutilizzare diversi impianti delle località olimpiche dell’Alta Val di Susa. Sotto il profilo della rilettura delle relazioni città-montagna Milano Cortina 2026, con il territorio più vasto mai coinvolto da un’olimpiade invernale, ha ambizioni decisamente più basse, accentuando ancor di più quella natura duale (tra metropoli e località turistiche di montagna) dell’evento già affermata con Torino 2006. Si sente ancor di più la latenza di una politica nazionale, e magari europea, dei grandi eventi, che sappia guardare a logiche di cooperazione e integrazione, in un più ampio disegno strategico di sviluppo territoriale alla scala della macroregione alpina, in questo caso, al posto di sterili strategie di competizione tra località che si rivelano giochi a somma zero, anzi negativa, considerando i costi di costruzione, gestione ed eventuale smantellamento di impianti abbandonati.

 

1 Corte dei conti (Sezione regionale di controllo per il Piemonte), Deliberazione n. 68/2025/SRCPIE/VSG Fondazione XX marzo 2006 “Torino 2006” e referto Opere olimpiche Torino 2006, 7 maggio 2025, in <www.corteconti.it>.

 

Risorse

 

Bondonio P. – Dansero E. et al. (edd.) (2007), A Giochi fatti. Le eredità di Torino 2006, Carocci, Roma.

Bondonio P. – Dansero E. – Mela A. (edd.) (2006), Olimpiadi oltre il 2006. Torino 2006: secondo rapporto sui territori olimpici, Carocci, Roma.

Bondonio P. – Guala C. (edd.) (2012), Gran Torino. Eventi, turismo, cultura, economia, Carocci, Roma.

Bossi M. (ed.) (2026), «Oltre le Olimpiadi: la montagna in cerca di nuovi scenari», in Aggiornamenti Sociali, 1, 8-30.

Camanni E. (2003), «Oltre la sfida dei Giochi Olimpici Invernali del 2006», in Bontempi R. et al., Torino Città delle Alpi, TOROC, Torino; ora disponibile in <www.enricocamanni.it>.

Caratti di Valfrei P. – Lanzetta D. (2006), Sviluppo e tutela dell’ambiente attraverso i grandi eventi. Il caso delle Olimpiadi Torino 2006, il Mulino, Bologna.

Dansero E. – Segre A. (2002), «I XX Giochi olimpici invernali di “Torino 2006”. Breviario minimo», in Bollettino della Società geografica italiana, 4, 853-859.

Della Sala V. – Dansero E. (edd.) (2024), Turin’s Olympic Legacy. The 2006 Winter Games and the Piedmont Region, Palgrave, Londra.

Dematteis G. et al. (2017), L’interscambio montagna città. Il caso della Città Metropolitana di Torino, FrancoAngeli, Milano.

Gambino R. – Mondini G. – Peano A. (edd.) (2005), Le Olimpiadi per il territorio. Monitoraggio territoriale del Programma olimpico di Torino 2006, Il Sole 24 ore, Milano.

Guala C. (2015), Mega Eventi. Immagini e legacy dalle Olimpiadi alle Expo, Carocci, Roma.

Guala C. – Bobbio L. (edd.) (2002), Olimpiadi e grandi eventi. Verso Torino 2006. Come una città può vincere o perdere le Olimpiadi, Carocci, Roma.

Mancini A.L. – Pacini G. (2021), All that glitters is not gold. The economic impact of the Turin Winter Olympics, Temi di discussione n. 1355, Banca d’Italia, Roma, in <www.bancaditalia.it>.

Segre A. – Scamuzzi S. (edd.) (2004), Aspettando le Olimpiadi. Torino 2006: primo rapporto sui territori olimpici, Carocci, Roma.

Ultimo numero
Leggi anche...

Rivista

Visualizza

Annate

Sito

Visualizza