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Scheda di: 

BlacKkKlansman

Spike Lee
Universal Pictures, Stati Uniti 2018, Drammatico-Commedia, 136 minuti
Fascicolo: 

«Sì, amici. Siamo sotto attacco». Con questa battuta si apre BlacKkKlansman, film vincitore dell’Oscar 2019 per la migliore sceneggiatura non originale e diretto da Spike Lee, regista statunitense noto per il suo approccio diretto e audace ai temi sociali e razziali, in particolare la lotta dei neri d’America nella storia. La frase è inserita in un filmato educativo fittizio, in cui l’oratore – un estremamente convincente Alec Baldwin – mette in guardia sui pericoli dell’integrazione razziale. Il filmato fa la spola tra i commenti di Baldwin e alcuni estratti “esplicativi”, tra cui scene tratte dai film King Kong del 1933 e Birth of a Nation del 1915, che fu strumentalizzato dal Ku Klux Klan con funzione propagandistica. «È una cospirazione... ebrea... internazionale», conclude l’oratore, dopo aver elencato una serie di tratti criminali attribuiti ai neri e agli ebrei. Un elenco che suona familiare a chiunque conosca la retorica della presidenza di Donald Trump, rievocata non solo dalle espressioni utilizzate ma anche dall’inflessione quasi violentemente appassionata dell’oratore. Attraverso la sequenza iniziale, Lee persegue due obiettivi: richiamare il contesto sociopolitico in cui si colloca la vicenda, incredibilmente vera, di Ron Stallworth (interpretato da John David Washington); creare una connessione tra il passato rappresentato e il presente degli spettatori, un legame esplicitato anche dalla presenza di Baldwin, che di recente ha fatto una nota caricatura del presidente Trump nello show satirico Saturday Night Live.

Conclusa la scena d’apertura, siamo introdotti al nostro protagonista: Ron è un giovane afroamericano, che agli inizi degli anni ’70 si è trasferito nella cittadina di Colorado Springs e sogna di entrare a far parte del corpo di polizia locale. Una delle caratteristiche distintive di Ron, che emerge vividamente fin dal primo colloquio con i suoi superiori, è una sorta di naïveté e di mancata autoconsapevolezza sulla sua identità, che lo rendono impreparato a far fronte alle implicazioni del modo in cui essa potrebbe essere percepita. Pur essendo un uomo adulto con una formazione universitaria, Ron non sembra essere cosciente della sua “diversità” e dei conflitti che questa comporta negli Stati Uniti di quel periodo; al punto di rimanere interdetto quando i suoi superiori parlano del reale rischio che, in quanto primo poliziotto di colore nella storia della polizia locale, sia insultato, provocato e maltrattato dai suoi stessi colleghi. L’ingenuità di Ron deriva, in parte, dalla sua filosofia di vita, basata su un criterio di rispetto reciproco («Se loro mi trattano bene, io li tratto bene»). Per quanto apparentemente logica, questa filosofia simboleggia il carattere semplicistico della sua prospettiva: in quanto pioniere nel suo campo professionale, infatti, a Ron è proibito di reagire alle offese e alle provocazioni, non può, quindi, rispettare solo quelli che a loro volta gli mostrano rispetto.

Questo tratto di Ron non viene meno nel corso della storia, sottolineato dagli altri personaggi che fanno da specchio o contrapposizione. Il contraltare più lampante è incarnato da Patrice (Laura Harrier), giovane presidentessa del movimento studentesco locale e ferma sostenitrice della lotta per i diritti sociali degli afroamericani. Patrice ha una chiara consapevolezza della propria diversità e dei limiti che essa le impone; per questo, al contrario di Ron, non crede nella possibilità di un’integrazione pacifica tra bianchi e neri e nutre una sostanziale sfiducia nei confronti di tutti i poliziotti per aver assistito a frequenti casi di police brutality. Quando Ron, in un tentativo di corteggiamento, le chiede se si prenda mai una pausa dalla politica, Patrice gli risponde: «No. È un lavoro per la vita». Per lei, la lotta continua per i propri diritti non è una possibilità fra le altre, ma l’unica scelta immaginabile, mostrando una determinazione che può facilmente trasformarsi in rigidezza e incapacità di considerare alternative pacifiche.

La diversità di Ron si fa sempre più evidente nel corso del film. Lo testimonia l’incontro con Stokely Standiford Churchill Carmichael (anche detto Kwame Ture), attivista politico ed ex membro dei Black Panther nel corso di una riunione del movimento studentesco in cui si è infiltrato. Ron prova meraviglia e ammirazione ma, al contempo, un senso di disagio e di inadeguatezza nei confronti di coetanei pieni di entusiasmo e di passione, pronti a lottare per i propri diritti non seguendo la protesta pacifica di Martin Luther King, ma in modo militante e violento.

La convinzione che la violenza sia superflua rappresenta un punto fermo per Ron, che non vacilla nemmeno quando, con un espediente quasi comico nella sua banalità (l’aver risposto, sotto mentite spoglie, a un annuncio su un quotidiano), riesce a infiltrarsi nel Ku Klux Klan, creando un rapporto telefonico sorprendentemente saldo con David Duke (Topher Grace), all’epoca Gran Maestro del Ku Klux Klan e noto esponente del suprematismo bianco. Questo suo sguardo privilegiato sulla prospettiva del Klan – che Lee rappresenta in toni macchiettistici, come un gruppetto di esaltati senza una chiara percezione della realtà – non scalfisce la sua ingenuità e gli impedisce di intravedere il futuro che gli Stati Uniti vivranno a distanza di più di quarant’anni. «L’America non eleggerebbe mai (alla presidenza) qualcuno come David Duke», dice Ron con convinzione parlando con il suo superiore, il sergente Trapp; «Detto da un uomo nero, è piuttosto naïf», risponde il sergente.

Per portare a termine con successo la sua operazione di spionaggio, Ron deve trovare un “corpo” che lo rappresenti fisicamente presso il Klan e si rivolge al detective ebreo Philip “Flip” Zimmerman (Adam Driver). Costretto a negare la propria identità culturale e religiosa per accedere alle cerimonie più segrete del Klan, Flip realizza di non avere mai riflettuto troppo su che cosa essa significasse per lui finché non ha dovuto rinunciarvi. Ma, al contrario di Ron e Patrice, Flip può nascondere la propria identità per proteggersi dall’intolleranza e dalla discriminazione. Emerge qui una differenza fondamentale: «[…] Per te, è una crociata» – afferma Flip, nel corso di una discussione sui crescenti pericoli legati alla loro infiltrazione nel Klan – «Per me, è un incarico. Non è personale, né dovrebbe esserlo».

Spike Lee, candidato all’Oscar come miglior regista per BlacKkKlansman, racconta una storia più grande attraverso una vicenda che lo spettatore avverte come personale e intima, imperniata su personaggi interessanti, ricchi di sfumature e vividamente delineati, su entrambi i lati del conflitto. L’ironia, genuina e realistica, infonde al film un senso di leggerezza che però non va a scapito dell’importanza storica e umana degli eventi raccontati ma, anzi, contribuisce a creare un ritmo narrativo intenso. Il risultato è una pellicola che parte da tematiche molto specifiche, estremamente familiari presso gli spettatori afroamericani e rilevanti per l’attuale periodo storico, per far emergere interrogativi universali, che interessano tutti senza distinzioni di etnia: quando si parla di identità è lecito scendere a compromessi, o è forse più onesto fare una scelta di campo, per quanto difficile, e accettarne le conseguenze? L’impegno professionale di Ron gli guadagna il rispetto dei suoi colleghi, ma va anche tenuto in conto che egli è un uomo istruito, capace di parlare allo stesso modo «inglese e jive» (forma di slang, anche detto inglese afroamericano vernacolare). Questo “bilinguismo” è l’emblema della sua doppia identità, della sua capacità di adattarsi in modo camaleontico alla situazione sociale specifica. Ron rimane così sempre a cavallo tra due mondi: quello dei neri, dove Patrice e tutti gli altri lottano per le proprie vite, e quello dei bianchi, dove i suoi colleghi e amici vivono una tranquilla routine, prevalentemente rispettosi e solidali nei confronti degli afroamericani locali ma, inevitabilmente, incapaci di comprendere fino a fondo le reali difficoltà che essi devono contrastare.

Anche altre domande si pongono: fino a che punto è possibile optare per una prospettiva pacifica? E, in casi estremi come quelli raccontati, è legittimo considerare il pacifismo una prospettiva naïf e ormai “superata”? Ci sono delle eventualità in cui è realmente giustificato rispondere a violenza con violenza? Quali sono le conseguenze quando si sottovaluta un gruppo estremista come il Klan, basandosi solamente sul carattere mistico, invasato e quasi comicamente bigotto delle sue convinzioni? Il film opta per una risposta indiretta ma eloquente: una serie di riprese degli scontri di Charlottesville (Virginia), avvenuti il 12 agosto 2017, durante la manifestazione dei suprematisti bianchi contro la rimozione della statua del generale dell’esercito confederato Robert Lee, in cui perse la vita l’attivista Heather. In parallelo sono mostrati alcuni estratti del commento rilasciato dalla Casa Bianca, in cui Trump ha affermato che la colpa risiede “su entrambi i lati” del conflitto, non condannando i movimenti neofascisti che hanno visto una definitiva rinascita nel corso della sua presidenza.

Il messaggio è chiaro: la storia è un circolo senza fine, i cui eventi si ripetono, sempre uguali, a distanza di anni, secoli, a volte millenni. È enormemente rischioso minimizzare il potenziale negativo dell’intolleranza, della discriminazione e dell’ignoranza. Come il regista cerca di evidenziare anche attraverso la sua caratterizzazione (a tratti ridicola) del Ku Klux Klan, sarebbe semplice liquidare un gruppo di persone potenzialmente violente soltanto in base alla loro apparente inettitudine e disorganizzazione; semplice, ma un grande errore di giudizio. La storia ha dimostrato che, a prescindere dall’epoca, dalla situazione sociopolitica, dai progressi ottenuti nella lotta per i diritti umani, una rivitalizzazione di ideali violenti, discriminatori e apparentemente superati è sempre possibile. A fronte di questa certezza, abbiamo la prerogativa e la responsabilità di imparare dagli errori (nostri e altrui), in modo che simili circostanze non si ripetano.


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