ArticoloRallentare

A che ritmo viviamo?

Fascicolo: novembre 2025

La scritta “rallentare” campeggia in un cartello stradale, usurato dal tempo, all’ingresso della comunità di famiglie e gesuiti di Villapizzone a Milano. Quell’indicazione, in passato rivolta agli automobilisti, è risuonata come un invito e una provocazione per la Redazione di Aggiornamenti Sociali, quando abbiamo varcato il cancello della comunità, nel 2023, per una giornata di verifica e programmazione. Quello spunto ha rappresentato il primo passo di un percorso di confronto e riflessione, che si è poi concretizzato nell’organizzazione di “Rallentare – Festival dei ritmi sostenibili”, insieme alla Fondazione Culturale San Fedele e altri partner sabato 4 ottobre 2025.

È possibile nella nostra società rallentare senza che questa scelta sia vissuta come una fuga, anche solo temporanea? In che modo si può essere pienamente inseriti nelle dinamiche odierne, riuscendo a viverle con un ritmo diverso, sostenibile? Di quali strumenti disponiamo perché i ritmi della nostra quotidianità non vadano a scapito della cura di noi stessi, degli altri, della creazione? Questi interrogativi ci hanno accompagnato nella preparazione di Rallentare e hanno trovato spazio nei dialoghi, laboratori ed eventi artistici inseriti nel programma (cfr <https://rallentare.org>). Durante il Festival abbiamo toccato con mano quanto sia sentito questo tema e constatato la ricchezza di riflessioni ed esperienze esistenti. Continueremo a rielaborare questo patrimonio di idee e buone pratiche sulla Rivista e sui nostri canali formativi e informativi.

 

 

In queste pagine, pubblichiamo alcuni spunti proposti dall’economista Elsa Fornero, dal climatologo Luca Mercalli e dall’urbanista Elena Granata nel dialogo “A che ritmo viviamo?” (la registrazione video integrale di questo evento è disponibile su <www.play2000.it>).

«Metà dei lavoratori stressati, produttività a rischio»: così era titolato un articolo de Il Sole 24 Ore del 1º ottobre 2025. Persino un economista come me trova esagerato questo titolo. Il motivo della preoccupazione non può essere la mancata crescita della produttività a causa dello stress di metà dei lavoratori, ma bisogna riconoscere che c’è qualcosa che non va nel nostro modo di organizzare la società e l’economia. Ed ecco una ragione che ci porta ad affermare che “abbiamo bisogno di rallentare”.

Tuttavia, quante volte abbiamo sentito che siamo un Paese troppo poco dinamico? C’è qualcosa che stride. Ci sentiamo stressati perché corriamo troppo, ma come Paese siamo statici e refrattari al cambiamento. Forse, però, è proprio il fatto di essere troppo veloci, di volere tutto subito, che causa le difficoltà sociali che viviamo. Per questo rallentare potrebbe contribuire a dare una risposta.

Da un punto di vista economico, l’essere dinamici è associato alla crescita. Da tempo si parla di decrescita felice, ma abbiamo scoperto che questa non è una strada facile da percorrere. Poi si è iniziato a parlare di crescita sostenibile, che va declinata su più piani, da quello ambientale, sociale e fisico a quello anche economico. A questo proposito, l’economia ci ricorda una cosa semplicissima: non esistono pasti gratis. Per ogni obiettivo che ci proponiamo, c’è una rinuncia che dobbiamo fare. Anche il rallentamento che auspichiamo non è gratuito e ha i suoi costi. Per questo ritengo che la parola chiave sia “equilibrio”, un giusto passo tra un frenetico avanzare e un deleterio accomodarci nell’esistente.

Elsa Fornero

 

Diamo tantissima importanza alle leggi umane, quelle sociali che regolano i rapporti tra gli esseri umani o quelle economiche. Sono frutto di un lungo cammino, iniziato circa diecimila anni fa. La caratteristica delle leggi umane è che sono soggettive, temporanee, negoziabili. Le abbiamo inventate noi, possono essere giuste o sbagliate, cambiare nel tempo, possono essere violate, e in alcuni casi questo porta a delle conseguenze repressive. In questa visione manca però una parte importante: le leggi fisiche, che sono invarianti e universali. Da quattordici miliardi di anni, la termodinamica, la fluidodinamica, la meccanica quantistica, e così via, valgono su tutta la Terra, per le circa otto milioni di specie viventi che i biologi stimano esistenti. Nel Cantico delle creature san Francesco scrive «Laudato si’, mi’ Signore, per sora nostra matre terra, la quale ne sustenta et governa, et produce diversi fructi con coloriti flori et herba». Questo verso contiene una grandissima intuizione: san Francesco già ottocento anni fa aveva capito che le leggi fondamentali della natura governano su di noi. Al suo tempo era più facile capirlo perché bastava un’estate o siccitosa o troppo piovosa a provocare una carestia. Noi abbiamo dimenticato questa intuizione. Il sostentamento l’abbiamo fatto diventare rapacità: prendiamo quanto c’è, indipendentemente dagli altri. È il capitalismo estrattivo di tutto ciò che è commerciabile, dal petrolio agli alberi delle foreste, dai pesci negli oceani ai minerali. Abbiamo poi dimenticato chi governa, confidando nella tecnologia e nella sua capacità di risolvere tutti i problemi, in un’accelerazione che ignora i limiti. In Accelerazione e alienazione del 2015, il filosofo tedesco Hartmut Rosa sottolineava che l’essere umano non è progettato per questi ritmi. A questo si aggiunge un problema ambientale: l’accelerazione e l’alienazione avvengono anche nei confronti del nostro rapporto con il pianeta.

Se le leggi fisiche non sono negoziabili, non è così per quelle dell’economia. L’attuale sistema economico è stato concepito circa duecento anni fa ed è ovvio che se lo fermiamo avremo ripercussioni su tanti fronti, ma chi ci obbliga a mantenere questo tipo di economia? Dobbiamo fondare un’altra economia, nella quale la premessa del benessere non sia legata alla crescita e alla competitività. In tutti i fenomeni naturali la crescita non è mai infinita. Questo vale per le stelle e i pianeti, ma anche per gli esseri umani. Noi cresciamo molto nei primi vent’anni di vita, ma poi ci fermiamo. Ogni struttura naturale ha una curva dove c’è una parte di crescita rapida che serve per arrivare all’equilibrio. Se si costruisce un sistema, in questo caso l’economia, che per garantire la prosperità alle persone e alle generazioni future si fonda sulla crescita, per forza è destinato a collassare, come aveva affermato l’economista Kenneth Boulding nel 1966 e come si ritrova nel rapporto I limiti dello sviluppo (ed. or. The Limits of Growth) del 1972, realizzato dal Club di Roma.

Luca Mercalli

 

La città negli ultimi cent’anni ha interiorizzato il mito della velocità, della crescita, del progresso. L’incarnazione nella struttura urbana dell’idea che tutto debba essere veloce e sincopato, volto a produrre, a generare sempre qualcosa, ha dato esito alla città novecentesca, quella con cui ancora oggi noi facciamo i conti. È la “città macchina” inventata da Le Corbusier un secolo fa, quando sognava che tutti fossimo pezzi di una macchina che doveva funzionare perfettamente e che la nostra vita si svolgesse in luoghi diversi in base alle funzioni: lavoro, casa, tempo libero. Ma la nostra vita è una e quando si separa una dimensione dall’altra è veramente tragico. È anche la smart city, la città cosiddetta intelligente, che usa il digitale per velocizzarsi, dove la tecnologia come l’intelligenza artificiale potrebbe liberare tempo, che però è subito riempito da altre attività.

Ma perché le città devono crescere all’infinito? Perché ci siamo innamorati delle città da dieci-venti milioni di abitanti, pensando che quella fosse una proporzione sostenibile? Perché lasciamo che nelle nostre vite – come sosteneva l’intellettuale francese Paul Virilio – domini la dromocrazia (il governo della velocità)? Questo processo non è frutto del caso. Alla radice vi è un’ideologia capitalista consumista che ci vuole tutti accelerati, pezzi di un sistema e isolati al suo interno, che aborrisce la gratuità, il tempo libero, il rallentamento. Questo sistema crea una grande ingiustizia perché dimentica i rallentati. Chiamiamo così, rallentati, quanti sono lasciati indietro, espulsi dal sistema; lo sono i bambini, i vecchi, i malati, i carcerati, gli stanziali, i lavoratori della notte. Questi sono i rallentati che nessuno vuole vedere e che sono frutto della dromocrazia.

Saremo anche rallentati ma non siamo pacificati. Le questioni richiedono confronto e ingegno, contraddizione e contraddittori. Perché non siamo tutti d’accordo sulle vie di uscita da questo sistema in cui però siamo dentro tutti. Oggi abbiamo bisogno di immaginare la città mediana, la città del terzo tempo, per usare una metafora rugbistica. Nel rugby il terzo tempo è quello della festa dopo che le squadre hanno finito di giocare. È il momento della convivialità dopo la partita, al di là del confronto. Penso che oggi questo terzo tempo sia quello del relax, che non vuol dire obbligare le persone a fare qualcosa pianificato da altri, ma concedere loro di fare cose diverse da quelle che fanno nella routine. Il grado di civiltà di una città oggi andrebbe quantificato non soltanto con la capacità attrattiva e il PIL, ma in base al numero di attività che le persone possono fare insieme, gratuitamente, nello spazio pubblico. La città è il luogo dove sei cittadino in forza di ciò che puoi fare gratuitamente insieme agli altri. Ricordiamoci che la piazza è un’invenzione europea e che gli spazi aperti alla fruizione gratuita – penso ad esempio alle scuole nel pomeriggio – sono determinanti, perché la nostra democrazia non sia solo qualcosa di talmente virtuale da essere dimenticata.

Elena Granata

 

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