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Le religioni e il coraggio dell’alterità: la Dichiarazione congiunta di Abu Dhabi

Papa Francesco e il Grande Imam Ahamad al-Tayyib il 4 febbraio scorso hanno firmato insieme il Documento sulla fratellanza umana, un testo condiviso per andare oltre le inimicizie e le divisioni, favorire il dialogo interreligioso e costruire insieme la pace e una società più giusta.
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Il viaggio che dal 3 al 5 febbraio ha condotto papa Francesco ad Abu Dhabi – prima visita di un pontefice negli Emirati Arabi Uniti – ha avuto un culmine inatteso: insieme ad Ahamad al-Tayyib, Grande Imam di Al-Azhar, la moschea-università del Cairo, punto di riferimento dell’islam sunnita e quindi di un’ampia maggioranza dei quasi due miliardi di musulmani nel mondo, il Papa ha sottoscritto il Documento sulla fratellanza umana (disponibile in <www.vatican.va>). Entrambi erano stati invitati dalle autorità degli Emirati nel quadro delle celebrazioni dell’Anno della tolleranza e per benedire la prima pietra di una moschea e di una chiesa che saranno costruite l’una accanto all’altra. Inoltre, è stato loro consegnato il “Premio della Fratellanza Umana – da Dar Zayed”, istituito per «onorare tutti coloro che lavorano senza sosta e con onestà per unire la gente». Alla cerimonia della firma hanno assistito circa 500 leader religiosi non solo musulmani, come ad esempio il Segretario generale del Consiglio ecumenico delle Chiese (l’organizzazione che riunisce oltre 350 Chiese ortodosse e protestanti), esponenti ebraici e di altre religioni. Molti altri leader religiosi di tutto il mondo hanno manifestato il loro apprezzamento per l’iniziativa. Si è trattato quindi di un vero e proprio incontro interreligioso ai massimi livelli, svoltosi su iniziativa musulmana. Non è dunque solo la Santa Sede a farsi promotrice di occasioni di questo genere.

Come c’era da aspettarsi, non sono mancate resistenze, critiche e grida allo scandalo: chi ha accusato l’Imam di doppiezza e inaffidabilità, chi rimprovera il Papa di condurre il suo gregge nel precipizio, chi teme l’instaurarsi di un universalismo religioso relativista o sincretista. Anche i credenti di ciascuna delle due religioni che hanno patito violenze da parte di esponenti dell’altra faticano a entrare nella prospettiva della riconciliazione e della fraternità. Eppure, da qualunque prospettiva li si guardi, è impossibile non riconoscere la valenza profondamente innovativa dell’evento e del Documento: si tratta di qualcosa che va al di là delle aspettative, che suscita domande e interrogativi, che mette in discussione stereotipi e pregiudizi tanto diffusi quanto radicati dal punto di vista religioso e ancor di più culturale. Strade che si ritenevano impossibili o troppo pericolose si rivelano invece percorribili, e questo ci obbliga a ridefinire le nostre mappe mentali. D’altro canto bisogna ricordare che l’iniziativa non viene dal nulla, ma si radica in un percorso ormai molto lungo di incontri e di dialogo tra i leader religiosi anche di massimo livello. La stessa redazione del Documento è il frutto di un anno di lavoro e di confronto tra le équipe del Papa e dell’Imam.

Ora che l’evento ha avuto luogo e il Documento è stato sottoscritto, grazie anche all’ampia copertura mediatica a essere interpellati non sono solo addetti ai lavori e leader religiosi, ma tutti i credenti e gli abitanti del mondo. Anzi, è proprio questo l’intento profondo che li anima. Al momento di apporre la sua firma, papa Francesco ha promesso che anche la Chiesa cattolica si impegnerà per «diffondere i principi di questa Dichiarazione a tutti i livelli regionali e internazionali», in modo da «tradurli in politiche, decisioni, testi legislativi, programmi di studio e materiali di comunicazione». Proprio la capacità di produrre conseguenze concrete rappresenterà la verifica di quanto quell’evento è stato davvero storico. Se non accadrà, questo metterà in dubbio la credibilità dei due leader che lo hanno firmato e di tutti i credenti nel cui nome lo hanno fatto: è finita l’epoca delle grandi dichiarazioni a cui non seguono fatti.

In questa linea, cominceremo qui ad affrontare i contenuti del Documento, anche se un editoriale non può certo esaurirli. Lo faremo nella prospettiva propria della nostra Rivista, senza che questo rappresenti una forzatura: come conferma autorevolmente il testo sottoscritto ad Abu Dhabi, il dialogo interreligioso, prima che una questione speculativa o dogmatica, è oggi innanzi tutto una vera e propria urgenza sociale. Riguarda infatti la convivenza pacifica, la pace e la concordia sociale; riguarda le tante vittime dell’ingiustizia e della violenza, cioè i poveri, i miseri, gli orfani, le vedove, i rifugiati e i torturati nel cui nome Francesco e Ahamad al-Tayyib prendono la parola. Il dialogo fra i credenti delle diverse religioni è oggi un passaggio indispensabile per unire tutta la famiglia umana (cfr Laudato si’, n. 13) – la motivazione del premio che i due leader hanno ricevuto negli Emirati –, cioè per collaborare alla costruzione di un soggetto collettivo capace di articolare al proprio interno le differenze senza schiacciarle nell’omologazione né opporle in un conflitto insanabile (cfr Evangelii gaudium, nn. 220 s.) o in uno scontro di civiltà. Solo un soggetto collettivo di questo genere sarà in grado di assumere le sfide globali della costruzione della pace, della promozione della giustizia e della cura della casa comune.

Una narrazione condivisa

Il Documento sulla fratellanza umana si pone, per il modo stesso in cui è stato elaborato e si presenta, come un primo passo fondamentale in questa direzione. Non è infatti soltanto la testimonianza di un incontro, anche se questa cornice relazionale ha una importanza che non può essere sottovalutata; non è nemmeno una parola scambiata, cioè rivolta dall’uno all’altro, anche se entrambi al momento della firma hanno pronunciato parole di grande intensità. Si tratta invece di un testo condiviso, cioè di una medesima parola che i due leader sentono di rivolgere insieme ai loro fedeli e al mondo intero per dare risposta ad alcuni interrogativi di fondo che così papa Francesco ha formulato nel suo intervento: «come custodirci a vicenda nell’unica famiglia umana? Come alimentare una fratellanza non teorica, che si traduca in autentica fraternità? Come far prevalere l’inclusione dell’altro sull’esclusione in nome della propria appartenenza? Come, insomma, le religioni possono essere canali di fratellanza anziché barriere di separazione?».

In altre parole, firmando questa dichiarazione congiunta, i due leader offrono ai loro fedeli una narrazione condivisa. Questa consente di sentirsi parte della stessa storia, di percepirsi confrontati dalle stesse domande, dalle stesse inquietudini e preoccupazioni, di interrogarsi insieme sui valori da difendere per promuovere una vita comune accogliente per tutti, di elaborare una diagnosi comune sui problemi che affliggono il nostro mondo. In una narrazione condivisa l’altro smette di essere nemico per diventare fratello, e le due religioni cessano di lottare per affermarsi come l’unica prospettiva sul mondo e si scoprono alleate per costruire la pace.

Si tratta di un passaggio di capitale importanza: dal punto di vista dell’immaginario sociale, infatti, le narrazioni condivise rappresentano la base su cui le comunità (religiose, culturali, nazionali, ecc.) elaborano la propria identità e l’orizzonte anche valoriale al cui interno si cercano e si valutano le soluzioni ai problemi. La cura con cui la propaganda di tutti i regimi costruisce l’idea del nemico e l’energia che queste operazioni scatenano ci dice quanto grande sia la potenza delle narrazioni a livello sociale. Offrire una narrazione condivisa ai credenti di religioni che si sono a lungo combattute, che per secoli hanno affermato la propria identità attraverso la reciproca opposizione, o addirittura il dominio dell’una sull’altra, invita i fedeli di entrambe a entrare in un diverso orizzonte mentale. Detta da ciascuno dei due, ma separatamente anziché insieme, un’affermazione come «l’estremismo religioso e nazionale e l’intolleranza hanno prodotto nel mondo, sia in Occidente sia in Oriente, ciò che potrebbe essere chiamato i segnali di una “terza guerra mondiale a pezzi”» avrebbe una potenza enormemente inferiore.

Proporre una narrazione condivisa significa ovviamente anche denunciare tutte quelle che invece suscitano odio e violenza, tanto nei confronti dei migranti che arrivano in Occidente, in particolare quelli musulmani, quanto per i cristiani che vivono in Oriente. È in nome dell’autenticità dell’esperienza religiosa che i due leader dichiarano fermamente «che le religioni non incitano mai alla guerra e non sollecitano sentimenti di odio, ostilità, estremismo, né invitano alla violenza o allo spargimento di sangue», ricordandolo innanzi tutto a quelli tra i propri fedeli che non ne sono troppo convinti (e ce ne sono da entrambe le parti). Mostrano così la grande potenza che le religioni rivestono come fermento critico di ogni cultura, a partire da quelle che i loro stessi fedeli condividono. Per procedere in direzione della pace e della concordia occorre allora fare un passo in avanti e in profondità nella pratica della propria fede, non un passo indietro come vorrebbe la prospettiva che si è imposta in particolare in Occidente nell’epoca della modernità, secondo cui le religioni sono un fattore di divisione che va tenuto fuori dallo spazio pubblico per evitare conflitti particolarmente distruttivi.

Credenti che abitano lo stesso mondo

Ripercorriamo ora rapidamente il Documento, evidenziando alcuni degli elementi salienti di questa narrazione condivisa. Il primo lo rintracciamo nella Prefazione, che racconta la genesi del testo. Questo nasce dall’esperienza di condividere, tra credenti e in quanto credenti, «le gioie, le tristezze e i problemi del mondo contemporaneo», con un evidente quanto significativo rinvio all’incipit della Gaudium et spes. L’approccio è dunque quello della condivisione spirituale nella lettura dei segni dei tempi, non dell’analisi tecnica, della strategia politica o della diplomazia.

Un secondo elemento riguarda l’assunzione completa e consapevole della prospettiva religiosa con la sua specificità: Francesco e Ahamad al-Tayyib prendono la parola e si rivolgono al mondo esercitando la loro responsabilità di leader religiosi, non come influenti attori politici o vertici di organizzazioni internazionali filantropiche o agenzie di sviluppo. Mettendo così in gioco la pienezza del proprio ruolo possono farsi garanti della narrazione condivisa nei confronti delle tradizioni a cui appartengono. La fratellanza che propongono ha infatti un fondamento squisitamente teologico nella fede in «Dio che ha creato tutti gli esseri umani uguali nei diritti, nei doveri e nella dignità, e li ha chiamati a convivere come fratelli tra di loro, per popolare la terra e diffondere in essa i valori del bene, della carità e della pace».

Un terzo elemento della narrazione condivisa, che salta immediatamente all’occhio, è la riflessione sul ruolo di pace che le religioni sono chiamate ad avere nel mondo, in ragione del fatto che il loro obiettivo è «quello di credere in Dio, di onorarlo», riconoscendolo come «il Creatore che ci ha plasmati con la Sua Sapienza divina e ci ha concesso il dono della vita per custodirlo». Quindi tutto ciò che minaccia il dono della vita anziché custodirlo, «come i genocidi, gli atti terroristici, gli spostamenti forzati, il traffico di organi umani, l’aborto e l’eutanasia e le politiche che sostengono tutto questo» non è compatibile con una autentica professione della religione. Per questo è pressante la richiesta «di cessare di strumentalizzare le religioni per incitare all’odio, alla violenza, all’estremismo e al fanatismo cieco e di smettere di usare il nome di Dio per giustificare atti di omicidio, di esilio, di terrorismo e di oppressione».

Responsabili nella libertà

C’è senza dubbio il rischio che queste affermazioni possano essere lette come un tentativo di autogiustificazione delle religioni, un modo per evitare di assumere la propria parte di responsabilità per lo stato del mondo. Che non si tratti però di un esercizio retorico lo testimoniano la portata e la concretezza dei punti che il Documento propone all’attenzione dei suoi destinatari: essi toccano in profondità la concezione del rapporto tra le religioni e della relazione con la politica e la società, e al tempo stesso permettono a ciascuno di andare in profondità nella comprensione della propria fede. Ne menzioniamo qui solo alcuni, rinviando alla lettura del testo integrale del Documento per una visione più completa.

Un primo elemento di grande pregnanza è l’atteggiamento nei confronti del pluralismo religioso, che non è subìto come dato di fatto ineliminabile o come resa a un processo di secolarizzazione, ma valorizzato come dono di Dio e come base per fondare la libertà religiosa. Afferma così il Documento: «Il pluralismo e le diversità di religione, di colore, di sesso, di razza e di lingua sono una sapiente volontà divina, con la quale Dio ha creato gli esseri umani. Questa Sapienza divina è l’origine da cui deriva il diritto alla libertà di credo e alla libertà di essere diversi. Per questo si condanna il fatto di costringere la gente ad aderire a una certa religione o a una certa cultura, come pure di imporre uno stile di civiltà che gli altri non accettano». L’assunzione del pluralismo include anche coloro che non professano alcuna religione: proprio nelle parole conclusive, infatti, il Documento invita alla riconciliazione sia tra credenti di diverse religioni, sia tra credenti e non credenti.

Ne consegue la necessità di superare la logica della contrapposizione amico-nemico nei rapporti tra le religioni. Lo ha affermato esplicitamente il Papa nel suo discorso, dicendo: «Ciascun credo è chiamato a superare il divario tra amici e nemici, per assumere la prospettiva del Cielo, che abbraccia gli uomini senza privilegi e discriminazioni»; dal canto suo, l’Imam ha ricordato come cristianesimo e islam non possano che vedersi all’interno di una storia comune: «Mi rivolgo ai fratelli musulmani in Oriente dicendo loro: accogliete a braccia aperte i vostri fratelli cristiani, perché sono i nostri partner nella patria, sono i nostri fratelli che, ci dice il Corano, sono i più vicini a noi».

Questo stesso passo è invocato anche a livello culturale e politico, in particolare in riferimento alla costruzione di un diverso rapporto tra Oriente e Occidente. Non solo è giunto il momento che smettano di combattersi, ma la loro relazione «è un’indiscutibile reciproca necessità, che non può essere sostituita e nemmeno trascurata, affinché entrambi possano arricchirsi a vicenda della civiltà dell’altro, attraverso lo scambio e il dialogo delle culture», e dunque senza alcuna rivendicazione di superiorità. Affermare la propria identità non richiede la contrapposizione: al concetto di fratellanza viene così restituito il registro dell’alterità.

La costruzione di questo nuovo rapporto ha precise conseguenze, in primo luogo nel campo della politica internazionale, con il ripetuto richiamo al ruolo del diritto internazionale e dei suoi diversi strumenti, in particolare le convenzioni che tutelano la libertà religiosa e i diritti dei più poveri. Questo vale con una forza e una concretezza ancora maggiori a livello politico e sociale in tutti quei contesti in cui i fedeli delle diverse religioni si trovano a vivere gomito a gomito. Non basta la garanzia formale della libertà di culto, per quanto fondamentale, se questa non si traduce in possibilità reali di partecipazione a tutte le dinamiche sociali su un piano di effettiva parità e con la possibilità di recare il proprio contributo e di esercitare la propria responsabilità di cittadini. Questo vale in Oriente, dove i cristiani devono poter uscire dalla condizione di minoranza per essere – lo ha affermato nel suo discorso l’Imam – «cittadini con piena cittadinanza, diritti e doveri». E vale in Occidente, dove ancora l’Imam ha invitato i musulmani a inserirsi nel tessuto sociale rispettando le leggi in modo da ottenere da queste, e non dalla violenza, una effettiva tutela della propria libertà anche religiosa, assumendo così la propria parte di responsabilità per la sicurezza collettiva.

Percorsi di credibilità: esperienze e linguaggi

La portata del Documento sulla fratellanza umana ha senza dubbio bisogno di essere ancora approfondita da una molteplicità di punti di vista: teologico, filosofico, spirituale, sociale, politico, culturale, ecc. Ma il percorso fatto fin qui ci consente già di identificare la concretezza delle azioni locali come elemento cruciale. In altre parole – e questo è vero in particolare nel contesto del pluralismo che il Documento assume –, la credibilità di un testo e ancor di più quella dei due leader che lo hanno sottoscritto e quindi delle religioni che rappresentano, dipende non dall’abilità retorica con cui si esprimono, ma dall’efficacia delle loro parole, cioè da quanto saranno in grado di incidere nella direzione del cambiamento. Attraverso il Documento, le tradizioni religiose – le due che lo hanno prodotto, ma in qualche modo anche tutte le altre – si propongono come strumenti di pace anziché di conflitto. E proprio in quanto religioni, non come semplici fonti di ispirazione umanistica. Dopo averlo dichiarato, devono mostrare al mondo che davvero è così. Alle religioni non basta più offrire un quadro di riferimento complessivo e globale: questo quadro deve mantenersi in connessione con le pratiche e le esperienze locali. Il dialogo interreligioso smette così di essere questione da addetti ai lavori, per diventare pratica di collaborazione nell’affrontare i problemi come partner, anche quelli su cui più forte è la tentazione di proseguire nell’opposizione reciproca (in Europa è evidentemente il caso delle questioni migratorie, con tutte le loro sfaccettature giuridiche, politiche e sociali). L’articolazione tra la prospettiva globale espressa dall’Imam e dal Papa e le pratiche degli attori locali è di massima importanza, poiché costituisce una nuova fase del dibattito sull’etica e sul ruolo delle religioni nello spazio pubblico, senza che queste debbano mettere tra parentesi le loro specificità più profonde.

In vista di questo obiettivo il linguaggio rappresenta un elemento fondamentale, e anche da questo punto di vista il Documento segna un primo passo e indica la direzione in cui proseguire. In ciascuna delle espressioni del testo, infatti, le due tradizioni religiose che lo hanno elaborato possono riconoscersi pienamente, anche se ciascuna lo farà in un modo che le sarà peculiare. Un esempio aiuta a comprendere questo modo di usare il linguaggio a cui non siamo abituati, tanto che alla prima lettura il Documento suona inevitabilmente poco familiare: capiamo che ci possiamo riconoscere nella sua formulazione, anche se non è probabilmente quella che più naturalmente ci sarebbe venuta in mente. È questo il portato del fatto che si tratta di una narrazione condivisa. Così, per un appartenente alla Chiesa cattolica, il riferimento alla Sapienza divina che sta alla base della creazione del mondo non potrà non evocare la profondità dei rapporti intratrinitari, con tutto ciò che ne consegue. Evidentemente non sarà questa la risonanza per un musulmano, che non per questo sarà meno provocato dalla stessa frase a scavare nelle profondità della sua fede alla ricerca delle radici della libertà religiosa. In altre parole, il Documento ci mostra che non esistono solo il linguaggio tendenzialmente minimalista del politically correct, che annacqua le identità per piallare le differenze, o quello identitario più o meno militante, che invece le esalta fino alla chiusura e all’incomunicabilità. Nessuno dei due è in grado di fornire la base per un autentico dialogo; serve invece un linguaggio che stimoli ogni tradizione ad andare in profondità di se stessa, senza rinunce o potature, e che al tempo stesso le aiuti a procedere in una direzione condivisa. Grazie al Documento, Francesco e Ahamad al-Tayyib aprono una pista e ci invitano a compiere lo sforzo di camminare in questa direzione.

Anche in questo percorso sarà necessario procedere in modo autenticamente religioso. Ci sembra questo il senso del forte richiamo alla necessità della preghiera che papa Francesco ha voluto inserire nel suo discorso. La preghiera, che ciascuno farà «secondo la propria tradizione», non è infatti una rinuncia alle proprie responsabilità, ma l’apertura di uno spazio di incontro con l’Alterità più radicale, quella di Dio stesso, nel cuore di ciascun credente. Sarà questo spazio a diventare la scuola per il rapporto con ogni altra alterità nelle dinamiche interpersonali così come nella vita politica e sociale, e soprattutto a fornire i criteri di verifica della bontà della direzione in cui si cammina. Il ruolo delle religioni come catalizzatori di dialogo e di concordia nella società non può fare a meno di questa radice autenticamente mistica.


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