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Il DNA dell’Azione cattolica. Risorse spirituali di laici impegnati

L’Azione cattolica italiana è stata un’indiscussa protagonista della vita ecclesiale e sociale del Paese e il suo ruolo, pur profondamente cambiato, può essere ancora essenziale per la costruzione della nostra società.
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Dalla sua creazione, l’Azione cattolica (AC) è stata protagonista della vita ecclesiale, civile e politica del nostro Paese. In che modo essa ha attuato il suo mandato, adeguandolo via via ai mutamenti della società, soprattutto in seguito al Concilio? Come può, oggi, l’AC essere un catalizzatore di impegno ecclesiale e sociale dei cristiani, nell’attuale scenario politico e in un contesto di crescente indifferenza religiosa?


Scrivere dell’Azione cattolica italiana a 150 anni dalla sua fondazione significa ripercorrere la storia religiosa e civile del nostro Paese, le sue vicende positive e negative, le esistenze delle persone che hanno costruito, passo dopo passo, buona parte dell’Italia e della Chiesa che oggi conosciamo e abitiamo.

Proprio perché così lunga e radicata, la storia dell’Azione cattolica (AC) pone anche al nostro tempo e alla nostra quotidianità domande importanti che possono servire a comprendere e interpretare l’evolversi della società italiana, i suoi comportamenti e i suoi sistemi di valori, il rapporto esistente fra i “modelli” diffusi dalla pastorale e l’incidenza che hanno sul tessuto sociale. In che modo l’Azione cattolica è riuscita nel suo compito di evangelizzazione in 150 anni di storia? A che punto sono le prospettive aperte dal Vaticano II al laicato e, al suo interno, a quello organizzato? Ha ancora senso oggi associarsi? Quale futuro aspetta l’AC in un contesto sempre più secolarizzato e indifferente rispetto al messaggio evangelico?

Il presente testo proverà a far emergere, lungo 150 anni di vita, alcuni aspetti originali dell’AC, mettendo in evidenza il suo carattere nazionale e popolare, il ruolo svolto nell’emancipazione femminile in Italia, la vocazione all’impegno politico e alla formazione di laici preparati al servizio della Chiesa; questa analisi farà anche emergere la sua continuità nell’ispirazione religiosa di fondo e la rilevanza culturale della sua dimensione educativa e formativa.

Un’associazione nazionale, popolare e diocesana

Tra le caratteristiche più rilevanti che possiamo riscontrare nella storia dell’AC vi è il carattere popolare e diocesano, nel senso di una realtà profondamente radicata nel tessuto ecclesiale e civile del Paese, presente ancora oggi nella quasi totalità delle 226 diocesi e in moltissime parrocchie del nostro territorio. L’aggettivo «italiana» poi, posto fin da subito come distintivo dell’associazione, non è da considerare come qualcosa di scontato. Nella seconda metà dell’Ottocento, infatti, la risoluzione della “Questione romana” era ancora di là da venire, mentre molti cattolici si identificavano ormai pienamente nel nascente Stato unitario. Circa il radicamento sociale, dal 1867, anno in cui due giovani – il viterbese Mario Fani e il bolognese Giovanni Acquaderni – posero le basi per la nascita del primo nucleo dell’AC, denominato la Società della gioventù cattolica italiana, essa ha raggiunto ampie fasce di popolazione, grazie a una proposta pedagogica che ha saputo articolare l’appartenenza ecclesiale, la formazione spirituale personale e l’impegno concreto per trasformare il presente.

Con l’espressione “Questione romana” si indica il conflitto sorto prima
tra la Santa Sede e il movimento per l’indipendenza e l’unità d’Italia, poi
tra la Santa Sede e lo Stato unitario per la sovranità su Roma.
La sistemazione giuridica dei rapporti tra l’Italia e la Santa Sede si realizzò,
durante il fascismo, con la firma l’11 febbraio 1929 dei Patti lateranensi.

La costituzione dell’associazione, redatta a partire dalla seconda metà del 1867, venne ufficialmente approvata il 2 maggio 1868 da papa Pio IX con il Breve apostolico Dum filii Belial. Qualche anno dopo, nel 1874, si tenne a Venezia il primo congresso dei cattolici italiani: veniva quindi a svilupparsi in forme sempre più compiute e organizzate il laicato cattolico italiano. Da quell’incontro prenderanno ufficialmente vita l’Opera dei Congressi e i Comitati cattolici: AC e Movimento cattolico in senso lato coincideranno per un cinquantennio.

Per Movimento cattolico in Italia si intendono tutte le forme associative
create dai laici cattolici nell’Italia unita a partire dal 1861. Fino al 1919
le associazioni cattoliche furono attive sul fronte sociale e culturale;
dal 1919 anche su quello politico.

L’associazione cresce rapidamente e nel giro di pochi anni si diffonde nelle parrocchie di tutta Italia, dove agisce a livello locale, come altre realtà che nascono in quel periodo; nello stesso tempo, però, ne allarga gli orizzonti grazie alla rete di collegamento nazionale; essa, inoltre, si pone come fattore di innovazione per l’ampiezza dei programmi formativi e per il ruolo inedito del laicato, dal quale nasce l’iniziativa di riunirsi, con il sostegno dell’autorità ecclesiastica.

Sono ancora gli anni del non expedit, cioè del divieto per i cattolici di partecipare attivamente alla vita politica del Paese, ma l’impegno e la formazione dell’AC verso gli aderenti toccano necessariamente anche aspetti che travalicano la consolidata dimensione pastorale e sacramentale.

Figura chiave nel passaggio fra Ottocento e Novecento è Giuseppe Toniolo, professore di Economia politica all’Università di Pisa. Uomo di pensiero e di azione allo stesso tempo, ha avuto un ruolo fondamentale per il Movimento cattolico, dedicando la propria esistenza a valorizzare lo studio e la ricerca scientifica come attività al servizio della società e del bene comune. Egli è comunemente riconosciuto come un precursore dell’Università cattolica del Sacro Cuore, oltre che ispiratore del movimento cooperativo e delle casse rurali nei vari territori del Paese.

Il ruolo delle donne

Un’ulteriore caratteristica importante dell’AC riguarda l’impegno e il coinvolgimento delle donne nelle attività dell’associazione; sotto questo punto di vista essa è stata anticipatrice di conquiste successive, contribuendo a trasformare la prevalente visione patriarcale e maschilista, in un momento nel quale le donne italiane avevano poco spazio nella vita pubblica. Grazie al contributo della milanese Armida Barelli nasce nel 1919 la Gioventù femminile, mentre già da circa dieci anni era sorta dal concorso di più persone l’Unione donne, due nuovi rami all’interno dell’AC. Nella Gioventù femminile la giovane cristiana è chiamata a maturare la propria vocazione personale che porterà a vivere con maggiore consapevolezza il proprio ruolo di moglie, madre o consacrata o anche di donna partecipe della vita della Chiesa e della società civile in forme nuove, tanto che le attività filantropiche, alla quale erano di solito indirizzate le ragazze cattoliche, non appaiono più come l’unica forma possibile di impegno nel mondo; si aprono invece ulteriori possibilità, legate all’istruzione e al coinvolgimento nelle dinamiche sociali.

Le donne di AC imparano a relazionarsi con le autorità civili e religiose, superando il ruolo subalterno che la cultura dell’epoca attribuiva loro; inoltre vengono volutamente interpellati tutti i ceti sociali, dalle contadine alle ragazze borghesi di città. Le donne cattoliche cresciute in seno alla Gioventù femminile sono sollecitate a leggere e a scrivere – l’analfabetismo femminile in Italia a quei tempi arrivava a toccare quote superiori al 50% – anche per stare aggiornate con quanto l’associazione proponeva e con i testi della Barelli; vivono una vita di fede intessuta non più soltanto di devozioni, ma ricca di letture impegnative. Per molte giovani l’esperienza dell’AC ha rappresentato un modo nuovo di essere parte della Chiesa, vissuto su un piano di parità con gli associati uomini, con la possibilità di prendere la parola.

Da questo punto di vista, anche grazie all’impegno originario della Barelli e della Gioventù femminile, l’AC continua ancora oggi a essere un ambito in cui la differenza di genere viene valorizzata e dove le donne possono trovare ampio spazio d’azione e di impegno; a questo proposito, ricordiamo che in AC gli incarichi, a qualunque livello (diocesano, regionale, nazionale), sono ricoperti nei settori di appartenenza in maniera condivisa da un uomo e da una donna.

Azione cattolica e impegno politico

Fin dal principio, i laici e le laiche di AC hanno compreso che un genuino ed efficace apostolato non avrebbe potuto escludere le realtà temporali e la politica dal proprio raggio di azione. Partendo da una robusta formazione e dallo studio delle problematiche sociali – è di fine Ottocento l’inizio ufficiale del corpus della dottrina sociale della Chiesa con l’enciclica Rerum novarum –, i soci di AC non sono mai rimasti rinchiusi nelle sacrestie e si sono interessati delle sorti del proprio Paese e dei propri territori.

Il loro impegno, nella maggior parte dei casi, è stato contraddistinto da una sana e costruttiva laicità, dalla consapevolezza che piano politico e piano religioso devono essere necessariamente distinti e autonomi. Momento fondamentale fu la nascita nel 1919 del Partito popolare italiano (PPI), aconfessionale ma ispirato cristianamente, che segnò formalmente la fine del non expedit e la possibilità per i laici cattolici di intervenire direttamente in politica. Anche se destinata a durare pochi anni, questa esperienza pose l’AC di fronte a una concezione laica della politica. La firma dei Patti lateranensi nel 1929, poi, chiuse definitivamente la “Questione romana”.

Come ebbe a dire don Luigi Sturzo, «il Partito popolare italiano è stato promosso da coloro che vissero l’Azione cattolica, ma è nato come un partito non cattolico, aconfessionale, come un partito a forte contenuto democratico e che si ispira alle idealità cristiane, ma che non prende la religione come elemento di differenziazione politica» (Sturzo 1956, 26). La nascita del PPI ebbe l’effetto di contribuire a mettere a fuoco la finalità specifica del Movimento cattolico, distinguendo il piano religioso da quello politico: il fatto che d’ora in avanti esistesse uno strumento sostanzialmente autonomo per l’impegno politico, infatti, fece sì che l’AC potesse svolgere il proprio ruolo originario e costitutivo, assicurando una formazione globale religiosa, culturale e sociale agli associati.

Durante il ventennio fascista i cattolici italiani dell’area dei popolari e di altre aree distanti dal fascismo, esclusi forzatamente dall’agone politico, trovarono all’interno dei circoli e delle sezioni dell’AC non chiusi dal regime un luogo per continuare a formare la coscienza e si prepararono insieme ad altre forze liberali e democratiche per offrire all’Italia, al momento della caduta della dittatura, un’alternativa di governo democratica. Con la fine della Seconda guerra mondiale, con la ricostruzione morale e materiale del Paese cominciò un periodo intensissimo, dove i cattolici, tra i quali molti aderenti all’AC, furono protagonisti a vari livelli nell’elaborazione della nuova Carta costituzionale e nella definizione della forma istituzionale del nuovo Stato, che nasceva dalle ceneri della dittatura e della sconfitta nel conflitto mondiale. Benedetto XVI, nel suo messaggio al presidente Napolitano in occasione del 150° anniversario dell’Unità politica d’Italia (2011), ha ben descritto il ruolo assunto dai laici e dalle laiche di AC al momento della ricostruzione: «L’apporto fondamentale dei cattolici italiani alla elaborazione della Costituzione repubblicana del 1947 è ben noto. Se il testo costituzionale fu il positivo frutto di un incontro e di una collaborazione tra diverse tradizioni di pensiero, non c’è alcun dubbio che solo i costituenti cattolici si presentarono allo storico appuntamento con un preciso progetto sulla legge fondamentale del nuovo Stato italiano; un progetto maturato all’interno dell’Azione cattolica, in particolare della FUCI e del Movimento laureati, e dell’Università cattolica del Sacro Cuore, ed oggetto di riflessione e di elaborazione nel Codice di Camaldoli del 1945 e nella XIX Settimana sociale dei cattolici italiani dello stesso anno, dedicata al tema “Costituzione e Costituente”. Da lì prese l’avvio un impegno molto significativo dei cattolici italiani nella politica, nell’attività sindacale, nelle istituzioni pubbliche, nelle realtà economiche, nelle espressioni della società civile, offrendo così un contributo assai rilevante alla crescita del Paese, con dimostrazione di assoluta fedeltà allo Stato e di dedizione al bene comune e collocando l’Italia in proiezione europea». Successivamente, la scelta di partecipare lealmente alle istituzioni democratiche espose alcuni membri dell’AC, come Aldo Moro e Vittorio Bachelet, a diventare bersaglio dei gruppi terroristici.

La Federazione universitaria cattolica italiana è una federazione di gruppi
di studentesse e studenti universitari cattolici. È stata fra le realtà più
importanti per la formazione degli intellettuali cattolici italiani del Novecento
e ancora oggi è attiva nella formazione alla politica e alla responsabilità
civile ed ecclesiale delle coscienze degli studenti universitari.

Il Movimento laureati nasce sulla scia della FUCI per accogliere
coloro che, terminata l’esperienza universitaria, desideravano proseguire
il cammino formativo nella loro nuova vita professionale. Il Movimento
divenne un importante luogo di incontro e di riflessione per i cattolici
impegnati nella vita intellettuale. Dal 1980 ha assunto la denominazione
Movimento ecclesiale di impegno culturale (MEIC).

Recependo gli insegnamenti del magistero della Chiesa, l’AC ha scelto di “fare politica” senza intervenire direttamente in quanto soggetto ecclesiale ma attraverso la formazione dei soci, i quali, ciascuno secondo la propria coscienza e nella propria responsabilità, si impegnano per il bene comune. Questa opzione negli anni successivi al Concilio fu definita con l’espressione “scelta religiosa”, proprio per rimarcare la novità rispetto a posizioni precedenti di pieno coinvolgimento nelle vicende stesse della Democrazia cristiana, in quella linea definita del collateralismo. Caratteristico di questo modo di fare politica, inaugurato negli anni di Paolo VI, del Presidente nazionale Vittorio Bachelet e dell’assistente generale Franco Costa, è lo stile della “mediazione culturale”, intendendo per essa, come scrisse Lazzati, «non la diminuzione, bensì la pienezza di cultura autentica, in cui non si perde affatto la propria identità di cristiani, ma si sia capaci di capire i valori umani e di vedere come essi si possono realizzare gradualmente. […] Mediazione culturale significa avere la forza di non perdere la fiducia di arrivare al fine, ma di lavorare poco a poco, per guadagnare giorno per giorno un passettino: questo significa far maturare il seme!» (Martini e Lazzati 2011, 48).

Oggi, a distanza di più di cinquant’anni, durante i quali è venuta meno la Democrazia cristiana, sono nati nuovi soggetti partitici ed è avvenuto un forte mutamento culturale del mondo cattolico italiano, anche la scelta religiosa va reinterpretata. Il problema non è più evitare il collateralismo con un soggetto che non esiste e nemmeno di farsi custodi in astratto di “valori non negoziabili”, ma trovare le modalità per dare un apporto alla politica in senso lato nella logica dell’attenzione alle grandi questioni che toccano tutta la società, oggi multiculturale e multietnica: povertà, disuguaglianze, attenzione agli strati sociali più emarginati, custodia della vita di tutti nelle sue varie fasi, vigilanza sulle regole della democrazia. È un nuovo posizionamento, che l’attuale presidente nazionale Matteo Truffelli ha definito “uno stare sotto le parti”. Non sopra, quasi neutrali, non con una contro l’altra, ma sotto, vicino a chi è più debole, per dare voce a chi non ha voce e perché questa voce venga colta dentro i luoghi della politica. È la via della cura delle alleanze politiche e prepartitiche con persone formate, capaci di spendersi con competenza per ricucire il tessuto relazionale del Paese e perseguire il bene comune che, per sua natura, chiede di essere perseguito “in comune”, cioè insieme. A coloro che oggi chiedono con insistenza che l’AC prenda posizione su tante e varie tematiche, Truffelli risponde indicando la via del generare processi più che occupare spazi, e afferma nel suo recente testo: «all’Associazione spetta il compito, non meno impegnativo e complesso, di favorire lo sviluppo di quei percorsi di discernimento, di dialogo e confronto di cui avvertiamo tanto la necessità, innescandoli quando occorre, accompagnandoli e sostenendoli sempre, alimentandoli con idee e criteri di giudizio, pur avendo la consapevolezza di non poterne predeterminare l’esito» (Truffelli 2018, 59). In tutto questo, può tornare d’attualità e d’esempio l’impegno di tanti cattolici che dal Secondo dopoguerra hanno saputo costruire una società italiana ed europea solidale, credendo nel sogno di un’umanità più giusta e fraterna.

Dopo il Vaticano II: la corresponsabilità dei laici nella Chiesa

Anticipatrice di molte delle intuizioni e delle idee circa il ruolo dei laici che trovarono spazio nell’assemblea conciliare, l’esperienza associativa popolarmente molto diffusa ha favorito l’acquisizione nella Chiesa dell’importanza della soggettività dei laici, cioè di tutti i battezzati, come singoli e in forma associata.

La peculiare relazione tra l’AC e la gerarchia per il raggiungimento dei fini apostolici della Chiesa ha offerto un modello di riferimento per pensare alle caratteristiche di ecclesialità delle diverse forme di laicato associato che negli anni precedenti e successivi al Concilio avevano iniziato ad arricchire il panorama ecclesiale.

Il contributo dato dall’AC alla riflessione ecclesiologica sul laicato è anche stato motivo di una sua crisi profonda: il battezzato non necessitava più di una appartenenza specifica per vivere una piena cittadinanza ecclesiale; aiutando altri “a sentirsi di casa nella Chiesa”, l’AC aveva perso il ruolo di unica o principale realtà di riferimento. Queste acquisizioni, sommate ai mutamenti culturali del ’68, causarono il tracollo del numero degli associati, che passarono dagli oltre tre milioni di prima del Concilio a circa un milione sotto la presidenza Bachelet e con il nuovo Statuto del 19691.

Nel 1977 la Conferenza episcopale italiana chiese all’AC di declinare la sua scelta religiosa in senso pastorale, importante, ad esempio, per il contributo alla formazione delle coscienze, il rinnovamento della catechesi e l’avvio dei consigli pastorali. Da allora è seguita una lunga stagione di impegno culturale e politico in senso lato, prevalentemente pastorale, dei soci proprio nei settori più attenti alla formazione nel vasto reticolo parrocchiale e diocesano. Il riassorbimento nell’impegno pastorale, unito ad altri fattori di indebolimento dei legami associativi, ha condotto da una crisi numerica a una crisi di identità e a una necessaria riappropriazione della propria specificità come laicato associato, certo molto popolare ma non genericamente omologabile a qualsiasi esperienza di Chiesa, caratterizzato proprio, come ebbe a dire papa Benedetto XVI, da un peculiare carisma della comunione, capace di coltivare i legami dentro la Chiesa locale e tra la Chiesa locale e quella universale.

Il riposizionamento dell’AC nella Chiesa è andato di pari passo, in modo non sempre lineare, con il confronto con i movimenti e con altre associazioni ecclesiali, tanto da far emergere man mano il suo prezioso e specifico contributo alla costruzione di una Chiesa pluriforme – oggi diremmo sinodale – da parte di una associazione per sua natura in stretta relazione con la dimensione apostolica della Chiesa locale. L’AC è stata inoltre invitata dai pontefici a essere ancora oggi presente nelle parrocchie, per essere fattore di spinta e trasformazione missionaria, grazie alla maturità dei suoi soci laici, adulti maturi dentro i contesti della quotidianità, non paghi di svolgere compiti di Chiesa in chiesa, ma attenti a una evangelizzazione a largo raggio (papa Francesco 2017).

Sfide per l’oggi e per il futuro

Nel mondo contemporaneo, più frammentato e secolarizzato di quello di cinquanta anni fa, la Chiesa può continuare a proporre il Vangelo e a dare ragione della sua speranza in proporzione alla maturità di fede di giovani e adulti, alle scelte singole e coraggiose delle persone di essere veramente “discepoli missionari” e alla capacità di dialogo e misericordia. La trasmissione della fede alle nuove generazioni può passare attraverso un ripensamento in senso generativo delle prassi che il passato ci ha consegnato e che oggi richiedono disponibilità a lasciarsi convertire alla novità del Vangelo oltre schemi e consuetudini.

Sperimentare nuove strade e nuovi percorsi, come indica il Vaticano II – senza però tradire le proprie radici e la propria ragione d’essere – è il compito nuovo che attende nei prossimi decenni anche l’AC, il futuro della quale probabilmente si giocherà sulla sua capacità di suscitare e favorire percorsi di crescita personale, religiosa e civile fondati su un senso di appartenenza ecclesiale in un contesto completamente mutato. Al tempo stesso, dovrà dare ai propri associati l’esperienza di essere Chiesa in dialogo con le questioni del nostro tempo, confrontandosi in modo costruttivo con i cambiamenti culturali e sociali.

I versanti sui quali si gioca il futuro sono molteplici. Ne indichiamo almeno tre, particolarmente coerenti con le dimensioni costitutive dell’AC. In primo luogo, l’AC deve rappresentare una realtà capace di formare alle condizioni di oggi coscienze credenti adulte, con una forte interiorità e un senso ecclesiale maturo. Secondariamente, essa è chiamata a porsi non solo come somma di fedeli ma come una realtà di laicato associato, capace di proporsi come soggetto per edificare con altri una Chiesa sinodale. Infine, l’AC sente la sfida di essere, in un contesto di trasformazione epocale, fermento e lievito nella storia di tutti, grazie alla ricerca della santità nella vita quotidiana.


Note

1 Nel 2018 l’AC contava circa 300mila soci, suddivisi in Azione cattolica dei ragazzi (ACR), giovanissimi, giovani e adulti. Numerosi e difficili da quantificare sono, poi, i sostenitori o simpatizzanti, che partecipano alle attività proposte dall’AC.


Risorse

Agnes M. (1985), L’Azione Cattolica in Italia. Storia, identità e missione, Sangermano, Cassino.

Benedetto XVI (2011), Messaggio al Presidente della Repubblica italiana Giorgio Napolitano in occasione dei 150 anni dell’Unità politica d’Italia, 17 marzo, in <www.vatican.va>.

Leone XIII (1891), Enciclica Rerum novarum, in <www.vatican.va>.

Martini C.M. – Lazzati G. (2011), In politica da cristiani. Coscienza contemplativa e azione civile, In Dialogo, Milano.

Papa Francesco (2017), Discorso ai partecipanti al Congresso del Forum Internazionale dell’Azione Cattolica (FIAC), 27 aprile, in <www.vatican.va>.

Preziosi E. (1996), Obbedienti in piedi. La vicenda dell’Azione Cattolica in Italia, SEI,
Torino.

Sturzo L. (1956), Il Partito Popolare Italiano, I, Zanichelli, Bologna.

Truffelli M. (2018), La P maiuscola. Fare politica sotto le parti, AVE, Roma.

 


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