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Ground Zero, oltre i conflitti

Gli attentati dell’11 settembre 2001 suscitarono forti reazioni: la scoperta della propria debolezza, la volontà di difendere libertà e democrazia, la necessità di garantire sicurezza. La traduzione operativa di quelle intenzioni sul presupposto della supremazia unilaterale degli USA ha determinato l’evoluzione dello scenario politico americano e internazionale nel decennio successivo. Oggi l’Occidente è a rischio di implodere sotto le contraddizioni del suo modello economico e le pressioni della finanza speculativa. Ora come allora urge trovare forme di governance internazionale capaci di promuovere il bene comune globale al di là degli egoismi nazionali

Le Torri gemelle di New York che crollano colpite da due aerei usati come bombe - l'immagine simbolo dell'11 settembre - restano indelebili nei nostri occhi: un evento entrato nella memoria collettiva dell'intera umanità e nei libri di storia, che ha cambiato non solo le relazioni internazionali, la geopolitica, la politica estera ma anche le vite di ciascuno, il modo di guardare gli altri, di viaggiare, di concepire la convivenza tra i popoli. La ricorrenza dell'anniversario ci ripropone oggi quelle immagini, in un contesto segnato dalla grave crisi - economica, politica, di slancio verso il futuro - in cui si dibattono gli Stati Uniti e l'intero Occidente. È questa la prospettiva da cui rileggere quegli eventi, le scelte corrette e gli errori che ne sono conseguiti, alla ricerca di indicazioni per reimpostare la nostra traiettoria storica in un mondo sempre più intrecciato di cui essere parte.

1. Settembre 2001: l'attacco al World Trade Center

Dei fatti dell'11 settembre 2001 siamo stati tutti spettatori: quattro aerei decollati da differenti aeroporti della costa orientale degli Stati Uniti vengono dirottati da 19 membri dell'organizzazione terroristica al-Qaida e fatti schiantare, con un attacco suicida, contro simboli economici e politici del Paese: le Torri gemelle del World Trade Center di New York, il Pentagono a Washington. Solo il quarto aereo, grazie all'intervento dei passeggeri, precipita prima di raggiungere il proprio bersaglio, probabilmente il palazzo del Congresso. Il bilancio finale è di quasi 3mila morti tra civili, forze dell'ordine, pompieri e i dirottatori stessi.
L'attentato suscitò emozioni fortissime, come ricorda l'allora presidente americano George W. Bush, interpretando i primi sentimenti dei suoi connazionali: «Il 12 settembre, la gente, dopo essersi ripresa dallo shock iniziale, ha capito che quella che stavamo affrontando era una guerra diversa. Era una nuova realtà. Una delle cose che sono cambiate dopo l'11/9 è la convinzione di essere un Paese protetto dagli oceani. In passato i conflitti erano avvenuti in luoghi remoti e noi ci sentivamo decisamente al sicuro. Era evidente che lo shock subìto fosse profondo. La gente aveva paura di andare al lavoro, di uscire di casa. Le compagnie aeree erano bloccate e le banche chiuse. La nostra società sotto certi aspetti era ferma. La cosa più importante da fare era riprendersi dagli attacchi» («Il mio 11 settembre ora dopo ora», in la Repubblica, 25 agosto 2011).
L'analisi delle reazioni dell'America all'indomani degli attentati fa emergere tre aspetti significativi. Innanzitutto la scoperta della propria fragilità, geografica ma non solo: gli americani si sono sentiti minacciati, indifesi, pervasi dal terrore di un nemico invisibile che può colpire in ogni momento, usando armi del tutto imprevedibili. Poi il moto di orgoglio che evidenzia la necessità di difendere i valori di libertà, democrazia e tolleranza, messi in discussione da un attacco violento e sanguinario, e che fa nascere una determinazione a combattere i terroristi che non è mai diminuita negli anni successivi. Infine, la ricerca di strumenti di protezione dei cittadini, dalle misure di sicurezza che tanto hanno inciso sulla vita quotidiana alla ridefinizione delle loro garanzie di libertà.
Tutto l'Occidente condivise le reazioni americane, così come ebbe modo di sperimentare il terrore degli attacchi (Madrid, 11 marzo 2004, e Londra, 7 luglio 2005). In Italia, il direttore del Corriere della Sera, Ferruccio de Bortoli, intitolava l'editoriale del 12 settembre: «Siamo tutti americani», riassumendo efficacemente i sentimenti di tutti: siamo paralizzati, increduli, partecipi, solidali a quanto accaduto al popolo americano. E aggiunge: «L'unica superpotenza rimasta si scopre, nell'era di Internet e della multimedialità create dalla propria tecnologia, debole e frastornata». Come obiettivo dell'attacco e nel suo modo di reagirvi, l'America assurge a rappresentante dell'Occidente nel suo insieme.
Scoprirsi deboli, reagire, affermare la vitalità dei valori fondanti della propria nazione, proteggersi sono reazioni immediate, ma che richiedono di tradursi in scelte, in leggi, in misure politiche, un'operazione che non è mai automatica o univoca. A distanza di dieci anni ricordare l'11/9 significa anche interrogarsi sull'adeguatezza dei mezzi impiegati nella reazione al fine che essi si proponevano e riconoscere dove si sono insinuate altre logiche o altre priorità.
Racconta Philip Stephens, opinionista politico del quotidiano londinese Financial Times, di aver sentito presentare da un alto funzionario statunitense a un gruppo di europei in visita a Washington nel 2003 i presupposti che reggevano le politiche americane di reazione all'11/9: gli USA avrebbero affermato la supremazia globale derivante dalla vittoria nella guerra fredda e la sicurezza dell'Occidente sarebbe stata ristabilita tramite una guerra lunga una generazione contro i jihadisti islamici. Un terzo presupposto era stato poi aggiunto dall'amministrazione Bush: il Medio Oriente sarebbe stato rimodellato a immagine della democrazia liberale occidentale. E commenta: «Tutto ciò prometteva una permanente egemonia degli USA, promulgava la dottrina della guerra preventiva e metteva da parte i limiti del multilateralismo. Non importava ciò che pensavano gli altri. Gli USA potevano agire unilateralmente» («No, 9/11 did not change the world», in Financial Times, 1 settembre 2011, nostra trad.).
Ecco dichiarata la traduzione politica, tutt'altro che scontata, delle reazioni all'11 settembre: affermazione della supremazia degli Stati Uniti in una prospettiva unilaterale, identificazione dell'Occidente con i paladini della libertà e del mondo arabo-musulmano, senza molti distinguo, con i nemici della democrazia, uso della guerra come strumento di diffusione della democrazia. È certamente comprensibile, ma non privo di problemi e conseguenze, scagliarsi contro il nemico «esterno», «straniero», senza chiedersi che cosa non vada in casa propria e nelle relazioni internazionali. Questi presupposti, a cui si aggiungono gli interessi economici, hanno determinato le decisioni successive, a partire dalle guerre in Afghanistan e Iraq.

2. Settembre 2011: l'implosione occidentale

Dieci anni dopo, senza immagini eclatanti che lo testimonino, ma forse non con meno vittime, il quadro dell'America è quello di un Paese allo sbaraglio.
Un colpo più che simbolico è arrivato nel mese di agosto: con una decisione inedita e impensabile fino a pochissimo tempo prima, Standard & Poor's, una delle principali agenzie di rating internazionali, ha declassato da AAA ad AA+ i titoli del debito pubblico americano a lungo termine. Il rating - dal massimo, la tripla A, al minimo, la D - è un giudizio sull'affidabilità dei debitori pubblici (come gli Stati) e privati. Quanto più un debitore è ritenuto affidabile, tanto minori saranno gli interessi che dovrà riconoscere a chi gli fa credito, in quanto minore il rischio implicito nell'operazione. Standard & Poor's ritiene che il piano di consolidamento fiscale varato dall'amministrazione americana non contenga ciò che è necessario per contenere il debito e, rilevando che le prospettive economico-finanziarie del Paese rimangono fortemente preoccupanti, non esclude ulteriori declassamenti nei prossimi 12-18 mesi qualora non vengano prese adeguate misure. Sempre in agosto, l'economia statunitense non ha creato posti di lavoro, la disoccupazione resta al 9,1% e il timore della recessione cresce, trascinando in basso gli indici delle Borse americane.
Più ampiamente, il bilancio della situazione americana come «superpotenza» non è dei migliori. Ci sono gli eserciti di due guerre in fase di smobilitazione, con diverse centinaia di migliaia di reduci che torneranno a casa. C'è stata la chiusura del progetto delle missioni spaziali dello Shuttle, che segna la fine di un'epoca. Ed è sempre più chiaro che tra breve la Cina supererà l'America come prima potenza economica mondiale: nel 2018, se non, come stima il Fondo monetario internazionale, già nel 2016. Tre anni fa si pensava che sarebbe successo nel 2030 o nel 2040. Ogni riferimento all'«eccezionalismo americano» non ha più molta presa nella stessa patria d'origine, tanto che Fareed Zakaria, un importante commentatore politico americano di origini indiane, significativamente allievo del teorizzatore dello scontro di civiltà Samuel P. Huntington, nel discusso libro The Post-American World. Release 2.0 (W. W. Norton and Co., New York-London 2011), sostiene che la leadership americana - si tratti di sostenere la missione libica o di organizzare un incontro del G20 - non è ancora tramontata, ma ci si può chiedere quanto a lungo resisterà.
Se gli Stati Uniti si trovano in una situazione di stallo, la politica e l'economia europee non sono da meno. La recessione americana non può che avere ripercussioni pesanti sul nostro continente, dove la situazione è ancora più complicata. Economie ancora relativamente vivaci, come quella tedesca, faticano a stare a fianco di quelle sull'orlo della recessione, la cui agonia forse non viene che prolungata dall'aumento delle tasse e dal taglio delle spese pubbliche. Soprattutto, ripiegandosi su se stessa e lacerata tra i divergenti interessi nazionali, l'UE rischia di erodere il proprio «capitale sociale»: quel senso di unità e di destino condiviso che ha accompagnato la sua costruzione e le ha permesso di crescere. Sul piano politico internazionale, i veti incrociati continuano a rendere l'Europa incapace di assumere responsabilità anche in aree vicine e strategiche, come dimostra la gestione della crisi libica. Ancora una volta, e senza slanci emotivi, possiamo ripetere «Siamo tutti americani», nel senso che condividiamo le stesse sorti.

3. La risposta che non viene

Una situazione così critica non suscita però le reazioni immediate che seguirono l'11 settembre 2001: guardare in faccia la propria fragilità, promuovere i valori di democrazia e libertà, adottare ogni misura necessaria per la protezione di chi è minacciato. La rilettura degli avvenimenti degli ultimi dieci anni, compresa la crisi finanziaria ed economica scatenatasi nel 2008, e la più approfondita comprensione della globalizzazione ci hanno fatto però capire la necessità di misure ben diverse da quelle adottate dall'amministrazione Bush dieci anni fa.
   a) Ritornare al multilateralismo. Gli avvenimenti dell'11/9 e poi la crisi economico-finanziaria avevano già segnalato la necessità di una governance che trasformi la natura del sistema internazionale trovando una giusta articolazione delle sfere economica, politica e sociale. Il mondo contemporaneo è portatore di problemi e scompensi sociali che né il mercato né i principi di una classica buona amministrazione possono affrontare. Dall'11 settembre avremmo anche potuto capire l'impossibilità di proseguire sulla strada di una governance frammentata con l'obiettivo di preservare i Paesi «centrali» (cioè occidentali) dalle esplosioni provenienti dalla «periferia» (Medio Oriente in primis).
In questo quadro, qualunque prospettiva unilateralista, in cui un Paese pensa di poter agire per conto suo (su scala mondiale come europea), non è più sostenibile. Le difficoltà che stiamo attraversando in questi giorni ci dicono qualcosa che non è nuovo, ma che finora non abbiamo voluto ascoltare: non è più possibile separare l'economia dalla geopolitica e dalle politiche dei singoli Stati. I crolli dei mercati finanziari, i problemi politici di Obama, le vicende del Governo italiano, la debolezza del sistema politico europeo sono legati da un intreccio talmente stretto che non si possono gestire separatamente, ma serve affrontare in chiave sistemica finanza, economia e politica, in un'ottica globale ma molto attenta alle dimensioni regionali.
   b) Un nuovo modo di guardare al mondo arabo. La visione di chi sosteneva che islam e democrazia sono incompatibili si è dimostrata errata, come ha provato la Primavera araba: movimenti popolari e social network hanno risvegliato la voglia di cambiamento politico e contribuito a rovesciare dall'interno regimi repressivi che impedivano il rinnovamento in Medio Oriente e in Africa settentrionale, regimi che al-Qaida combatteva invano da vent'anni e dei quali l'Occidente era più o meno apertamente complice per interessi economici, salvo poi tirarsi indietro sponsorizzandone gli oppositori al momento del crollo. Ugualmente si sono rivelati vani i tentativi occidentali di impiantare la democrazia con la forza. Al momento non è ancora chiaro se i responsabili politici e l'opinione pubblica abbiano appreso la lezione, traducendola in comportamenti nuovi e coerenti.
   c) Affrontare il «nemico interno». Se il 12 settembre 2001 si fu rapidi - probabilmente troppo - a identificare e combattere il «nemico esterno», non ci sono segni di altrettanta solerzia nei confronti di quello «interno»: lo stile di vita dell'Occidente, ben al di sopra delle sue possibilità. Negli Stati Uniti, per decenni, l'indicatore di una economia funzionante è stato la «consumer confidence», cioè la fiducia del consumatore di poter spendere non i soldi che ha, ma quelli che guadagnerà, fondando così la spirale dell'indebitamento e dei «titoli tossici». L'Europa ha reagito alla crisi del 2008 allentando il moderato rigore dei parametri di Maastricht e tornando, sia pur in misura diversa da Paese a Paese, ad alimentare la spirale di deficit e debito pubblico. La crescita tuttavia non è ripartita e i Paesi si scoprono oggi ostaggio dei mercati e della paura del terrorismo speculativo. Fin dal 2008 si è ripetuto all'infinito che è necessario rivedere dalle fondamenta il modello economico e scrivere regole comuni tra America, Europa e Asia, per imbrigliare una speculazione finanziaria fuori controllo che mina la stabilità del sistema. Ma la riscrittura delle regole non è neppure all'orizzonte.

4. Rinnovare il vigore

Tutto ciò converge sulla necessità di una governance globale che non sia solo una nuova costruzione istituzionale, ma soprattutto un insieme di dispositivi politici, economici, sociali e culturali, in modo da permettere di riappropriarci tutti del processo di globalizzazione invece di subirlo: è la prospettiva di cui Benedetto XVI traccia il profilo ideale nel n. 67 dell'enciclia Caritas in veritate (2009; per un commento, cfr Czerny M., «Crisi e governance internazionale. Verso un mondo inteso come comunità di comunità», in Aggiornamenti Sociali, 2 [2011] 99-106).
Passare dall'ideale alla pratica non è un'impresa semplice, e le domande sorgono rapidamente. Oltre alla mancanza di una leadership per guidare il processo, è problematico immaginare il modo di prendere decisioni. L'esperienza mostra che negli organismi internazionali il processo decisionale è farraginoso e porta a magri risultati. D'altra parte si stenta a rinunciare alla regola dell'unanimità: è una garanzia di eguaglianza, mentre un sistema a maggioranza mette in discussione la sovranità degli Stati. In ogni caso la governance mondiale non può essere la pura e semplice replica, su scala più ampia, di quella nazionale. Inventare un nuovo modello di governance internazionale è un salto maggiore in materia istituzionale.
Un ulteriore nodo è quello della legittimità, intesa come riconoscimento popolare: ogni processo di legittimazione si appoggia sulla prossimità, elemento del tutto assente tra le persone e il sistema internazionale. Mancando una prossimità geografica, l'unica strada per legittimare le istituzioni internazionali è il rinforzo del sentimento di appartenenza e quindi di solidarietà, fondato su una coscienza comune universale.
In questa direzione, una pista possibile è integrare le questioni globali alla vita politica e al dibattito pubblico nazionale (evitando però le strumentalizzazioni), in modo da cominciare a percepire il coinvolgimento nelle vicende di ogni altro popolo e forgiare una sensibilità durevole alle prospettive comuni: dire «siamo tutti americani» (o iracheni o srilankesi) non può più limitarsi a circostanze eccezionali. Se i cittadini sono aiutati e formati a padroneggiare prospettive globali, possono poi sentirsi capaci di assumere iniziative a quel livello. La Primavera araba è un segnale delle energie che i movimenti popolari possono dischiudere.
Anche i processi di integrazione (macro)regionale, come quello che l'UE rappresenta, hanno grande importanza nella costruzione di una prospettiva globale: beneficiano di una maggiore prossimità, anche se non di identità, dal punto di vista geografico, di valori, di cultura, e a volte anche di lingua. Lavorare insieme, prendere decisioni comuni, poco a poco erode la diffidenza propria delle relazioni internazionali. Le difficoltà in cui si dibatte oggi l'Europa nel gestire quanto di più concreto ha messo in comune (l'euro) sono certamente comprensibili alla luce delle dinamiche che abbiamo delineato, ma richiedono di essere affrontate con coraggio e visione di lungo periodo per non disperdere un patrimonio insostituibile.
Per questo è fondamentale mettersi a discutere onestamente di come superare la crisi e delle regole per crescere assieme. Il bene comune si ottiene valorizzando gli altri, non privilegiando il proprio egoismo. È questa la prospettiva con cui leggere i fatti dell'11/9, così come la crisi in cui ci troviamo. Non c'è altra via per sconfiggere il terrorismo e la spirale di violenza che genera, per promuovere i valori di democrazia e libertà, per proteggere le persone in situazione di difficoltà. «La crisi - scrive Benedetto XVI nel n. 21 della Caritas in veritate - ci obbliga a riprogettare il nostro cammino, a darci nuove regole e a trovare nuove forme di impegno, a puntare sulle esperienze positive e a rigettare quelle negative. La crisi diventa così occasione di discernimento e di nuova progettualità». Ma laddove si aprono delle opportunità, si apre anche il campo della responsabilità di coglierle.

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