Non solo sport: i valori olimpici alla prova dei fatti

Le Olimpiadi sono un grande evento globale, capace di affascinare e coinvolgere il mondo intero. Esse mettono in gioco persone, risorse, valori, dinamiche globali e locali in un dispositivo complesso, non privo di tensioni e ambiguità. Quanto i valori olimpici riescono effettivamente ancora a orientarne lo svolgimento?
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Il mondo si appresta a vivere un nuovo appuntamento olimpico. Al di là dell’imponente battage pubblicitario di cui i Giochi olimpici sono oggetto, è innegabile che essi conservano un richiamo simbolico molto potente. Dietro e dentro la competizione fra gli atleti, ci si ripresenta il set dei valori olimpici: fair play, partecipazione, amicizia, lealtà, solidarietà, impegno, rispetto, coraggio, miglioramento di sé, pace, uguaglianza e internazionalismo. È questo umanesimo illuminato che conferisce ai Giochi un’attrattiva capace di coinvolgere il mondo intero, a prescindere dalle differenze culturali, e che va oltre il puro spettacolo sportivo. Per questo essi racchiudono un potenziale senza uguali per dare forma a una cultura popolare a livello globale.
Al tempo stesso, più che un evento puntuale, i Giochi sono un processo gigantesco ed estremamente complesso: tra l’inizio della pianificazione e l’effettivo svolgimento della manifestazione passa almeno un decennio. Di conseguenza, i cicli olimpici ormai si sovrappongono: mentre assistiamo ai Giochi di Londra – la cui prima proposta per la candidatura fu avanzata alla fine del 2000 –, si stanno già preparando quelli di Rio de Janeiro 2016 e almeno cinque città stanno lavorando sulla candidatura per il 2020, oltre alla quindicina che l’hanno già ritirata, come Roma. La “macchina” di progettazione, realizzazione ed esecuzione di questi eventi, che mette in gioco migliaia di persone, risorse ingenti, contatti e relazioni ai livelli più vari, dal locale al globale, è continuamente in movimento.
Le Olimpiadi sono dunque una manifestazione di portata straordinaria, dalle molteplici dimensioni e plurime finalità, tra le quali non è difficile rintracciare tensioni e contraddizioni. Possono essere osservate a partire da più prospettive, che evidenziano valori e interessi spesso contrastanti, dando origine a un miscuglio nel quale si declinano concretamente i valori olimpici. Ma nonostante le ambiguità, anche evidenti, le speranze che i valori olimpici mettono in moto non vengono cancellate. In questo senso si tratta davvero di eventi che condensano molte dinamiche del nostro mondo, e possono quindi aiutarci a comprenderlo meglio. A questa analisi sono dedicate le pagine che seguono, a partire da alcuni snodi di particolare interesse.

Un esempio di governance tra globale e locale

Le Olimpiadi sono il più grande evento globale di cui abbiamo esperienza: a Londra sono attesi atleti da 205 nazioni, più che in ogni edizione precedente, e l’imponente copertura mediatica (TV, radio e web) è in grado di raggiungere potenzialmente oltre 4 miliardi di persone, circa il 60% della popolazione mondiale. Lo sport, infatti, è innegabilmente un potente catalizzatore di globalizzazione, che opera a più livelli, dalla costruzione di un immaginario collettivo alla creazione di legami fra nazioni, atleti e tifosi, alla concentrazione di risorse economiche. Al tempo stesso, però, i Giochi sono un evento estremamente locale, concentrati per un periodo determinato in un unico luogo. Ne nasce una dinamica di articolazione tra globale e locale che merita di essere osservata da vicino. Entrano in gioco infatti una varietà di attori sociali, politici, economici e mediatici, legati da molteplici reti: atleti e tifosi; governi nazionali e locali, ONG e altre istituzioni, a partire da quelle propriamente olimpiche; una lunga filiera di produzione e distribuzione commerciale, ad esempio quella dei gadget; infine una rete mediatica altrettanto complessa, che veicola le immagini degli eventi sportivi, con i correlati valori.
Questa incredibile complessità è gestita da un proprio sistema di governance, fondato sul CIO (Comitato olimpico internazionale). Pur appoggiandosi – anche a livello simbolico (bandiere, inni, ecc.) –, a uno spazio geopolitico globale costituito da Stati nazionali, le istituzioni del mondo sportivo operano «in una terra di nessuno dove esistono poche strutture di governance sovranazionale» (Brownell S., «Human Rights and the Beijing Olympics. Imagined Global Community and the Transnational Public Sphere», in British Journal of Sociology, 2 [2012] 323), sulla base di regole, quelle dello sport, che non sono definite da trattati tra Stati, ma da accordi tra ONG indipendenti. Si tratta di un caso peculiare che occorre tenere presente.
I grandi eventi sportivi mondiali sono organizzati sulla base di precisi standard internazionali, che devono incontrarsi con le peculiarità locali (sistemi legali, ideologie politiche, forme di contestazione, rischi per la sicurezza). Peraltro, le “regole del gioco” richiedono che lo svolgimento dell’evento abbia tratti distintivi locali e nazionali, al limite dello stereotipo: lo strumento attraverso cui questo incontro avviene è una imponente massa di contratti che fissano con estrema precisione competenze, responsabilità, diritti e doveri degli organizzatori nei confronti del CIO. Questa sorta di “piattaforma” globale, con le sue regole e la sua cultura, si materializza per il grande pubblico ogni 4 anni in un punto preciso del pianeta, dove per una decina di anni ha interagito, come si è detto, con la società, l’economia e la cultura locale.
Non si tratta, tuttavia, di una dinamica ripetitiva: a ogni “atterraggio”, a ogni edizione dei Giochi, la piattaforma globale si modifica, incorporando nuovi elementi sulla base delle esperienze locali concrete. Un caso esemplare è la questione della sostenibilità ambientale: un punto di svolta fu il 1993 (un anno dopo il Vertice della Terra organizzato a Rio de Janeiro dalle Nazioni Unite, cui anche il CIO aveva portato il proprio contributo), quando il Comitato promotore delle Olimpiadi di Sydney 2000 presentò le proprie linee guida ambientali tra le carte per ottenere l’assegnazione dei Giochi. Oltre a convincere il CIO della bontà della candidatura della metropoli australiana, questi orientamenti hanno guidato la preparazione dei Giochi e sono diventati un lascito vincolante per le successive edizioni: Sydney ha stabilito uno standard nuovo ed elevato di performance ambientale per i futuri grandi eventi (cfr Furrer Ph., «Giochi Olimpici sostenibili: utopia o realtà?», in Bollettino della Società Geografica Italiana, 4 [2002] 808 e s.). Così, il manuale del CIO per le città che si candidano a ospitare i Giochi dice espressamente: «È indispensabile che, dall’inizio della candidatura al periodo post-olimpico, siano prese tutte le misure necessarie per minimizzare o eliminare l’impatto ambientale e per contribuire a una armoniosa integrazione dei Giochi nell’ambiente. Per questo il CIO include considerazioni ambientali e studi ecologici obbligatori nel processo di valutazione delle candidature».
L’impegno di Londra in questa direzione è stato particolarmente forte, in termini di ciclo dell’energia e riduzione delle emissioni, di gestione dei rifiuti (l’intero stadio olimpico sarà smontato e riciclato al termine dei Giochi senza trasformarsi in rifiuti o macerie) e dei trasporti (l’area olimpica sarà sostanzialmente un’isola pedonale, raggiungibile da una rete di linee di metropolitana capace di garantire il passaggio di un treno ogni 15 secondi). Per il monitoraggio della sostenibilità ecologica dell’evento è stata istituita una commissione indipendente (The Commission for a Sustainable London 2012), incaricata di una innovativa azione di reporting ambientale a una molteplicità di stakeholder (investitori, autorità locali, cittadini), sulla base di una nuova contabilità ambientale e sociale.
Sembra dunque – e in parte è vero – che il sistema a cui ci troviamo di fronte riesca a operare una sintesi tra la dimensione globale e quella locale, anche se non mancano le ambiguità (come i rischi di greenwashing) e le contraddizioni. Una in particolare sembra stridere fortemente con l’internazionalismo inclusivo dei valori olimpici: la crescente dimensione e complessità dei Giochi e i loro costi astronomici eccedono le capacità organizzative e finanziarie di molti Paesi, tanto che l’elenco delle città che possono realmente prenderne in considerazione l’organizzazione si riduce, anziché allargarsi su scala globale.

Giochi d’immagine

Le Olimpiadi, tra impianti, trasporti, villaggio olimpico, strutture commerciali e sanitarie, sono una gigantesca operazione di investimento sugli spazi urbani: il contributo che la città ospitante riceve dal CIO supera il miliardo di dollari, pari a circa il 50% dei costi operativi del Comitato organizzatore. Questi fondi derivano in gran parte dai diritti televisivi e dai contratti di sponsorizzazione negoziati dal CIO, e agiscono come calamita per ulteriori investimenti pubblici e privati. Le Olimpiadi sono dunque una delle più efficaci piattaforme di marketing internazionale nel mondo e il reperimento di sponsor è indispensabile. Per questo il CIO governa tutte le politiche di marketing col pugno di ferro, vietando qualunque pubblicità o sponsorizzazione indipendente, selezionando le emittenti televisive e lavorando solo con un ristretto numero di importanti partner. Grande attenzione è posta a evitare le “imboscate pubblicitarie” (ambush marketing): tentativi di associare l’immagine di un’impresa a un evento sportivo al fine di sfruttarne l’impatto mediatico, in assenza di un corrispettivo e del consenso degli organizzatori.
Anche qui siamo in presenza di una tensione, se non di una contraddizione: quella che è una strategia forzata per reperire le risorse necessarie per organizzare l’evento si traduce in una serie di vincoli che non solo rischiano di diventare ridicoli (ad esempio trasformando il nome della città in un marchio registrato non utilizzabile se non da parte degli sponsor accreditati), ma finiscono anche per contraddire la dimensione autenticamente universale dei valori olimpici e dello sport: aperti a tutti, certo, a condizione che se lo possano permettere, e trasformati in occasione di business. Ad esempio, il 60% degli spettatori che entreranno nello Stadio olimpico di Londra dovranno passare per un grande centro commerciale. Appare qui declinata in chiave olimpica una tensione profonda da cui il nostro mondo non riesce a trovare via di uscita e che emerge anche in altri ambiti: ad esempio, si afferma che la conoscenza è un bene comune, ma in realtà brevetti e diritti di sfruttamento della proprietà intellettuale la trasformano in occasione di profitto; si proclama il diritto di accedere alle cure sanitarie, ma se ne esclude chi non ha i mezzi per pagarle; d’altra parte, senza lo stimolo del ritorno economico nessuno effettuerebbe gli investimenti in ricerca necessari per far avanzare le nostre conoscenze.
Un’altra contraddizione risiede nell’enorme pressione a cui il Paese organizzatore è sottoposto: il mondo intero lo guarda, ed è questa una delle ragioni per cui si decide di organizzare i Giochi. è il caso della Corea del Sud nel 1988 e della Cina nel 2008, che hanno voluto le Olimpiadi per “debuttare in società”, per conquistare cioè un rango internazionale corrispondente al successo economico registrato negli anni precedenti. Tuttavia, questo può condurre a forme di nazionalismo culturale, magari tanto scintillante quanto stereotipato, in contrasto con l’universalismo olimpico, o anche a nascondere i problemi sociali interni o a cercare di zittire il dibattito democratico e la critica da parte della pubblica opinione.
Le Olimpiadi sono comunemente associate alla promozione dei diritti umani e della democrazia, e lo scrutinio mediatico internazionale può avere effetti positivi a questo riguardo, anche se ci sono casi di erosione dei diritti umani nelle nazioni ospitanti. Inclusivi a livello globale – tutti i Paesi sono invitati a parteciparvi, a prescindere dalle alleanze e dalle tensioni geopolitiche –, i Giochi possono diventare occasione di esclusione a livello locale. Nel nostro mondo della paura globale, la sicurezza è spesso il nodo attorno a cui si concentrano queste tensioni. Questa è certamente una delle preoccupazioni principali degli organizzatori, che devono accrescere enormemente il livello ordinario delle misure di sicurezza, visto il fondato timore di attacchi terroristici. Una potente immagine di sicurezza è indubbiamente necessaria e “performativa”, nel senso che dare l’impressione di aver previsto e reso controllabile ciò che per definizione non lo è, oltre a risultare rassicurante, effettivamente diminuisce i rischi. Il prezzo è quello di una immagine artificiale e patinata dell’evento, che può sfociare in negazione dei principi olimpici di riconoscimento del valore di ognuno e della partecipazione.
Non sempre poi l’ossessione per il controllo dell’immagine rie­- sce a evitare i problemi. Ad esempio, vari organismi hanno evidenziato gravi problemi di standard di diritto del lavoro (lavoro minorile, straordinari forzati, salari bassi, condizioni pericolose e nessuna rappresentanza sindacale) nelle fabbriche che in Cina producono i badge e le mascotte dei Giochi 2012. A Londra invece è scoppiata la protesta per l’ingente sponsorizzazione ricevuta da una multinazionale chimica accusata di non aver rispettato gli impegni nei confronti delle vittime del disastro di Bhopal (India, 1984). A questo riguardo, Shaun McCarthy, presidente della Commission for a Sustainable London 2012, ha sottolineato che si tratta di questioni estranee al loro mandato, ma ha riconosciuto che «queste esperienze mostrano chiaramente quanto sia necessario inserire le problematiche etiche nelle nuove regole per i prossimi Giochi, in modo che gli sponsor possano essere collegati al comportamento etico». In particolare, «La trasparenza è fondamentale: le aziende devono rendicontare pubblicamente le azioni svolte su questo fronte e pubblicare l’elenco dei loro fornitori nei Paesi low cost» (cfr «Shaun McCarthy clarifies media inaccuracies re stadium wrap procurement», in <www.cslondon.org>). Entra dunque in scena un ulteriore attore olimpico, la società civile, che riguardo allo sport sembra muoversi in due direzioni: sottolineando ingiustizie sociali e violazioni di diritti umani in ambito propriamente sportivo, oppure utilizzando lo sport come strumento di intervento per il cambiamento sociale, come nei due casi ora ricordati.
Appare certamente positivo come attorno ai Giochi continuino a riecheggiare tensioni valoriali globali: l’ambiente, il lavoro, la trasparenza e l’etica di impresa oggi.

Una non scontata dinamica di speranza

I Giochi ci lasciano dunque alcuni interrogativi di grande significato per il futuro: è possibile influenzare le politiche nazionali attraverso lo sport? Si può creare un efficace movimento di pressione transnazionale per la promozione dei valori olimpici non solo in campo sportivo? Quali strategie la società civile e i suoi attori più impegnati possono seguire per dare un diverso orientamento alle politiche e alle pratiche in ambito sportivo e non solo?
Il percorso che abbiamo seguito in queste pagine, prendendo spunto da una letteratura internazionale non abbondante ma di grande interesse, ci ha permesso di identificare una dinamica propulsiva in azione nell’articolazione fra i diversi livelli. Lavorando nel particolare di un Paese si può toccare in maniera reale l’universale, che certamente dà forma al locale, ma ugualmente da esso impara. Il set dei valori olimpici certamente esiste, ma non è astratto e immutabile nelle sue declinazioni. Oggi certamente lo interpretiamo in maniera diversa rispetto a quando è stato elaborato alla fine del XIX secolo, e la dinamica della sua “inculturazione” in contesti locali con cadenza quadriennale si è rivelata feconda.
Così come non sono astratti e immutabili, i valori olimpici non si presentano mai in forma pura, ma associati ad altre serie di valori: oggi probabilmente di tipo economico (il profitto), in altri tempi e occasioni di tipo ideologico-politico (l’esempio più macroscopico e aberrante sono state le Olimpiadi hitleriane del 1936). Tra queste serie diverse nascono sinergie e tensioni, così come tra i gruppi sociali e gli attori istituzionali che le portano avanti, in una dinamica che continua a essere fluida e a variare a seconda delle diverse società in cui si verificano.
È questa la radice delle molte ambiguità della retorica olimpica, ma anche il fondamento di una constatazione di speranza. I valori olimpici mantengono nella storia la loro vitalità, con una dinamica di crescita progressiva. Non è difficile riconoscere nella preoccupazione per le condizioni dei lavoratori cinesi una declinazione contemporanea del fair play che i nobili e i borghesi illuminati di fine Ottocento collocavano all’interno del campo di gioco: una declinazione imprevista allora, ma del tutto coerente con il contesto attuale.Così come coerente con il motto olimpico “Citius, altius, fortius” appare la tensione a fissare standard sempre più esigenti, ad esempio nel campo della sostenibilità. In altre parole, dei valori autenticamente umani non ci si riesce a “liberare”, per quanto essi possano risultare scomodi alle istanze del potere. Questo cercherà di addomesticarli e internalizzarli, ma alla fine il loro potenziale critico tornerà a riemergere, producendo imprevisti, proteste, tensioni e alla fine nuove sintesi.
Un simile processo non avviene in modo automatico, richiede l’impegno della società civile e delle sue forme di organizzazione, la sua creatività e la sua tenacia anche di fronte alle possibili sconfitte. I segni che questi sforzi producono risultati ci sono, ed è importante evidenziarli. Un esempio: la società civile organizzata della zona di Londra dove si trova il quartiere olimpico ha ottenuto dal Comitato organizzatore alcune garanzie, tra cui quella che tutti i posti di lavoro creati dall’evento olimpico siano retribuiti con un salario almeno pari al minimo vitale (8,30 sterline all’ora), anziché con il salario minimo stabilito dalla legge, inferiore di circa due sterline (cfr <www.citizensuk.org/campaigns/london-2012-olympics/london2012jobs>).
Il calendario dei prossimi anni è già fitto di eventi sportivi di portata mondiale: se come società civile sapremo lavorare con la stessa tenacia con cui si allenano gli atleti, alcuni di essi potranno riservarci la sorpresa di registrare nuovi record mondiali di giustizia.




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