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Gilet gialli: in ascolto di un conflitto sociale inedito

Dal 17 novembre scorso, ogni sabato in Francia si ripropone la protesta dei gilet gialli contro il Governo di Macron. Proviamo a metterci in ascolto di questo complesso fenomeno cercando di capire qual è la carta d’identità dei manifestanti, come reagisce la classe politica francese e che cosa questa esperienza insegna agli altri Paesi europei.
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Puntualmente, ogni sabato a partire dal 17 novembre 2018 si susseguono in Francia gli “atti” della protesta dei gilet gialli: strade e rotatorie bloccate, caselli autostradali occupati, viali di città e piccoli centri pieni di manifestanti. Il clima di collera e rivendicazione è forte, e non mancano tensioni, violenze e scontri con le forze dell’ordine: nel momento in cui scriviamo hanno provocato 10 vittime, oltre 3mila feriti e quasi 5mila arresti. Il protrarsi delle manifestazioni sta producendo un impatto sensibile sull’economia nazionale.

In Italia l’attenzione si è concentrata soprattutto sugli aspetti di cronaca, quali l’andamento delle manifestazioni e il bilancio delle violenze, e sui tentativi di strumentalizzazione da parte del nostro mondo politico. La protesta è presentata come una sollevazione popolare contro l’aumento del prezzo dei carburanti; ma questo occulta la complessità di un conflitto sociale e politico che attraversa l’intera società francese, dal presidente Macron agli esponenti dei diversi partiti, al mondo dei media e della ricerca sociologica, fino all’insieme della cittadinanza che di fronte alle rivendicazioni dei gilet gialli prende comunque posizione. Si tratta di una sorta di sismografo dei nostri tempi: dinamiche globali ampie e profonde si declinano con modalità e forme diverse in specifici contesti nazionali. Per questo è interessante mettersi in ascolto di quanto sta accadendo in Francia, rispettandone la specificità e quindi evitando di omologarlo con troppa rapidità e superficialità a vicende di casa nostra. Proveremo a farlo nelle pagine che seguono, ricorrendo a inchieste giornalistiche e studi scientifici realizzati in Francia fin dagli inizi della protesta, ma che hanno avuto scarsa circolazione nel nostro Paese. Certo non si tratta di una analisi esaustiva o definitiva, visto che la vicenda è tutt’altro che conclusa. Ma le richieste formulate dai manifestanti e le risposte date dalle istituzioni non possono non cominciare già a interpellarci.

1. Il profilo della protesta

Mentre è facile identificare l’episodio iniziale della protesta nelle manifestazioni del 17 novembre, provare a rintracciarne le origini ci conduce immediatamente a fare i conti con il carattere sfuggente che i fenomeni sociali e politici assumono nell’epoca dei social media. Non c’è infatti una convocazione ufficiale da parte di un soggetto strutturato, né un gruppo promotore che lancia un appello o pubblica un manifesto. Nel tentativo di ricostruire la vicenda, la stampa transalpina ha identificato una serie di possibili inneschi: petizioni, video e post pubblicati su vari social media da semplici cittadini o piccoli gruppi che negli ultimi mesi protestavano contro alcune scelte del Governo francese, in particolare l’aumento delle accise sui carburanti per sostenere la transizione verso un sistema economico più attento alla sostenibilità. Poi, a partire dal mese di ottobre, in modo abbastanza spontaneo compaiono in rete appelli a bloccare le strade il 17 novembre, provenienti da tutto il territorio francese, rilanciati e amplificati da centinaia di gruppi di condivisione. Il fenomeno sembra avere un’origine diffusa e anche il tentativo di identificare dei leader in coloro che per primi avevano pubblicato un post di protesta non ha dato esito, mettendo talvolta queste persone nei guai.

Colpiscono comunque l’elevato numero di partecipanti alle manifestazioni di sabato 17 novembre (stimate dal Ministero degli Interni in circa 290mila persone) e la diffusione su tutto il territorio nazionale. Il numero di persone coinvolte resta alto anche negli appuntamenti successivi; ancora più consistenti sono il sostegno e la simpatia che i gilet gialli riscuotono nell’opinione pubblica francese, con punte del 75% registrate da più fonti e un valore medio di poco meno del 70%. Tra gli altri elementi che contraddistinguono la protesta dei gilet gialli vanno segnalati un alto tasso di partecipazione femminile; il ricorso alla violenza da parte di alcuni manifestanti, a cui corrisponde una repressione altrettanto violenta; un rapporto problematico con i media, segnato anche da aggressioni ai giornalisti, oltre all’ormai inevitabile pullulare di fake news. La rappresentazione mediatica e l’enorme numero di articoli, anche scientifici, dedicati fin da subito al fenomeno hanno influenzato fortemente la sua percezione e anche autopercezione, e quindi la sua evoluzione.

Pur nella sua essenzialità, questo profilo evidenzia che l’approccio alla protesta dei gilet gialli richiede di mettere da parte una serie di categorie, stereotipi e proiezioni interpretative, che lo iscriverebbero immediatamente in una traiettoria populista piuttosto che in una antagonista o rivoluzionaria. Ad esempio, non si tratta di rivendicazioni di lavoratori in sciopero: le manifestazioni si svolgono il sabato e non in un giorno lavorativo. Ugualmente non si tratta di una esplosione di malcontento delle classi più povere o emarginate, quali pure la Francia ha conosciuto a più riprese negli ultimi anni, tanto che ad esempio le periferie più popolari dell’area parigina sono rimaste ai margini della protesta. Infine, ascoltando le voci dei manifestanti, è chiaro che i gilet gialli non portano avanti rivendicazioni ideologiche: non vogliono discutere se il mondo è giusto o ingiusto, se il libero mercato è una cosa buona, se certe politiche sono di destra o di sinistra, se l’Europa può o non può accogliere più migranti, ecc. La loro coscienza politica parte e torna a una esperienza comune, al di là delle molte differenze: la fatica di ritrovarsi tutti «nella stessa melma».

a) Il carico fiscale e la sua distribuzione

È indubbio che la questione fiscale giochi un ruolo di primo piano. Se l’aumento delle accise sui carburanti è stato il collante della mobilitazione, in particolare all’inizio, più in profondità appare la convinzione di essere vessati da un sistema fiscale che ripartisce gli oneri sui cittadini in modo diseguale e ingiusto. I gilet gialli si sentono vittime delle politiche fiscali degli ultimi Governi, che hanno reso la loro vita insostenibile. In Francia sono scesi in piazza contribuenti che pagano regolarmente le imposte, ma non sono abbastanza poveri da beneficiare delle prestazioni di welfare riservate ai più emarginati, né abbastanza ricchi da accedere ai dispositivi di defiscalizzazione e alle diverse forme con cui i contribuenti più abbienti (liberi professionisti, commercianti, imprenditori) riescono, in modo più o meno legale, a ridurre il proprio carico fiscale oppure a indirizzare la spesa pubblica verso obiettivi di loro interesse. Si tratta di cittadini che dal punto di vista fiscale si trovano tra l’incudine e il martello.

Altrettanto significativa è l’analisi della dispersione territoriale della protesta, che non consente di collocarla nella tradizionale opposizione tra aree urbane e rurali. In ambito rurale, le proteste coinvolgono soprattutto le regioni più remote, in cui la popolazione sta diminuendo e così la disponibilità di servizi pubblici e la presenza dello Stato. In ambito urbano, le manifestazioni si collocano in modo particolare nelle aree ai margini delle metropoli: non periferie degradate, ma insediamenti satellite, in cui i costi delle abitazioni sono nettamente inferiori. Vi abitano persone con ridotte disponibilità economiche, che devono raggiungere la città tutti i giorni per ragioni di lavoro e sono quindi più sensibili ai problemi della mobilità o all’impatto delle accise sui carburanti. In entrambi i casi comunque la scarsa visibilità dello Stato sociale gioca un ruolo importante: la sua assenza o lontananza provocherebbe una resistenza fiscale. Il problema quindi non sarebbe tanto il livello della pressione fiscale in sé, ma la distribuzione diseguale sia del carico delle imposte, sia dei benefici dell’azione dello Stato.

b) Cittadinanza e riconoscimento

Tuttavia la protesta non è solo antifiscale: vi si associano altre forme di malcontento. Oltre a denunciare le ingiustizie fiscali e a rivendicare la possibilità di mantenere il proprio tenore di vita, i gilet gialli esprimono un desiderio di rispetto e di riconoscimento in quanto cittadini, in modo particolare da parte delle autorità politiche. Non per niente indossano un giubbotto fosforescente: simbolicamente questo manifesta che ciò che cercano è innanzi tutto uscire dall’oscurità, essere visibili, riconoscibili e riconosciuti, oltre che sintonizzati e connessi all’interno di un gruppo. Molti scendono in piazza per la prima volta nella loro vita; finora avevano accettato la condizione sociale ed economica di “piccoli” rispetto ai “grandi”, con una certa tolleranza delle disuguaglianze sociali; avevano imparato a cavarsela da soli senza dare troppo fastidio. Proprio qui si radica la loro collera: la mancanza di autonomia che deriva dalla diminuzione del reddito disponibile è vissuta come una forma di umiliazione. Sono indignati di non riuscire più a farcela da soli, come avevano sempre cercato di fare. Per questo si riconoscono nello slogan «non vogliamo più soldi, vogliamo meno tasse». Vogliono vivere del proprio lavoro, senza che il “sistema” li renda “assistiti” e quindi dipendenti. Questo desiderio di potersi sentire pienamente cittadini trova espressione nella bandiera francese, sventolata durante le manifestazioni, così come nel canto dell’inno nazionale, anche di fronte ai cordoni di polizia: una rivendicazione di cittadinanza a pieno titolo, non una fatica a riconoscersi nei simboli della Repubblica.

c) Nello spazio politico

Nella scia di questa rivendicazione va analizzata anche la collocazione dei gilet gialli nello spazio politico francese. Li unisce l’opposizione radicale al presidente Macron, di cui invocano le dimissioni, visto come rappresentante di un ceto politico professionale che sentono sideralmente lontano, a cui attribuiscono la responsabilità della situazione e di cui non sopportano più il cinismo e i modi. Le reazioni di alcuni esponenti dell’establishment talvolta legittimano la sensazione di essere presi in giro. Tuttavia la maggior parte dei gilet gialli non vuole governare il Paese o proporsi come leader (dopo timidi tentativi alcuni si sono tirati indietro): chiedono però di essere governati in modo da poter mantenere una vita “normale” e un livello minimo di sicurezze: lavorare senza dover rinunciare al riscaldamento, andare al cinema e a cena fuori con i figli una volta al mese, non doversi indebitare e perdere la casa in caso di malattie. In questo senso, a differenza ad esempio degli indignados spagnoli, non sono portatori di una critica ideologica al sistema, alle grandi imprese, alle banche o alla finanza. Dall’economia desiderano che sia al servizio di una vita sociale dignitosa e sono disponibili ad accettare le disuguaglianze e l’accumulo di ricchezze da parte di alcuni, a condizione che siano ragionevolmente funzionali dal punto di vista sociale. Ciò che li unisce è una esperienza concreta di vita, non una collocazione ideologica o la coscienza di far parte di una classe sociale in conflitto con altre. Per questo sono anche poco sensibili ad altre questioni che agitano lo spazio politico, prima fra tutte quella dell’immigrazione.

Non per questo sono da considerare apolitici: la loro “rivolta” ha chiaramente un segno e un’intenzione politica, pur insistendo nel rimarcare la distanza dalle élite politiche, di cui non si fidano, e anche dai partiti di opposizione. Tale è la sfiducia verso le forme della rappresentanza che fino ad ora, salvo qualche eccezione locale, i gilet gialli hanno rifiutato di eleggere o di riconoscere dei rappresentanti o di darsi qualsiasi forma di strutturazione. È chiaro che si tratta di una posizione difficile da sostenere nel lungo periodo, e non è al momento facile prevedere se il movimento si organizzerà e in che forma o se la sua forza si disperderà poco a poco.

d) Il ricorso alla violenza

Contrariamente a quanto una certa rappresentazione mediatica potrebbe indurre a pensare, la maggior parte dei gilet gialli rifiuta la violenza, tanto che in vista delle manifestazioni del 19 gennaio a Parigi è circolato l’invito a scendere in piazza con una candela o un fiore per le vittime della violenza. Tuttavia riconoscono e si rammaricano che le istituzioni reagiscano solo in seguito agli scontri. Le risposte tardive da parte del Presidente e del Governo hanno esasperato i gilet gialli e rafforzato in alcuni l’idea che la violenza sia necessaria per farsi sentire. Non va trascurata la confluenza nelle proteste, in particolare a Parigi, di altre componenti sociali minoritarie di estrazione antagonista o anarchica, animate da propositi di lotta e di vendetta, specie nei confronti delle forze dell’ordine, che sfruttano l’occasione per realizzare azioni violente. Infine va segnalato che anche la risposta dello Stato è stata percepita come sproporzionatamente violenta, soprattutto per l’utilizzo da parte della polizia di proiettili di gomma che hanno causato molti feriti, anche gravi.

2. Le risposte del Presidente e del Governo

La repressione non è però l’unica risposta alle proteste da parte delle autorità, che mettono in atto anche iniziative più propriamente politiche, lungo filoni diversi. Ripercorriamo brevemente i passaggi più significativi, che in Italia ci sembrano aver ricevuto un’attenzione ancora minore di quella riservata alle manifestazioni.

Il 14 novembre, quando la prima manifestazione era già stata convocata ma non si era ancora svolta, viene annunciata una serie di misure per la riduzione dell’onere sopportato dalle famiglie per la bolletta energetica. Alle violenze registrate il 17 novembre, in particolare a Parigi, il Governo reagisce annunciando una posizione «senza compromessi». Il presidente Macron parla per la prima volta del fenomeno 10 giorni dopo, il 27 novembre, confermando la prospettiva della transizione energetica, ma annunciando un trimestre di dibattito pubblico a riguardo e promettendo interventi di riduzione del carico fiscale, anche sui carburanti. Nuove concessioni vengono fatte dopo la terza protesta del 1° dicembre. Poco dopo, il 10 dicembre, il Presidente dichiara lo «stato di emergenza economica e sociale» e annuncia misure redistributive e di sostegno ai redditi più bassi (quali l’aumento del salario minimo a carico dell’erario), riconoscendo, come pochi giorni dopo farà anche il Primo Ministro Edouard Philippe, come sia centrale la questione del “potere d’acquisto” e della possibilità di vivere dignitosamente del proprio lavoro per tutti i cittadini. Infine, il 13 gennaio il presidente Macron si rivolge direttamente a tutti i cittadini francesi, scrivendo loro una lettera per dare inizio a quello che definisce il “Grande dibattito nazionale” che durerà fino al 15 marzo e affronterà i temi della fiscalità e della spesa pubblica, dell’organizzazione dello Stato, della transizione ecologica e della salute della democrazia. Un apposito sito offre schede di approfondimento delle diverse tematiche e la possibilità per i cittadini di offrire il proprio contributo. Successivamente saranno organizzati anche diversi tipi di incontri e consultazioni aperti alla cittadinanza, ad alcuni dei quali anche il Presidente parteciperà in prima persona.

Al netto di una retorica patriottica tipicamente francese, la strategia contiene elementi apprezzabili e può sembrare la risposta razionale e democratica a una situazione complessa: mostrare comprensione e invitare al dialogo; contrapporsi alla violenza; non arretrare sul tema della sostenibilità offrendo però misure di sostegno e affrontandone l’impatto sul mondo produttivo. Oltre alle critiche, scontate, dell’opposizione politica, sono arrivate anche quelle dei gilet gialli, che danno voce alla loro sfiducia radicale verso le élite che gestiscono la politica. Il programma del Governo è tacciato di paternalismo, astrattezza, lontananza dalla realtà, mentre si teme che si tratti solo di propaganda e di concessioni fatte per placare i manifestanti, a cui non faranno seguito cambiamenti. Si sottolinea che l’impostazione del Grande dibattito nazionale promette la possibilità di sollevare qualsiasi questione, ma non contempla margini per uscire dallo schema prestabilito.

La polarizzazione della polemica sulla persona di Macron non aiuta la costruzione di percorsi di soluzione, mentre va riconosciuto nell’agenda governativa un retrogusto di marketing politico, di una comunicazione basata su quello che i francesi chiamano metodo SONCAS: sono le iniziali di parole chiave (in italiano: Sicurezza, Orgoglio, Innovazione, Confort, Soldi, Empatia) efficaci per “vendere” un prodotto politico e far digerire ricette altrimenti sgradite. Dire se ci troviamo di fronte a tentativi un po’ maldestri o in cattiva fede richiederebbe un’analisi più approfondita, oltre che la possibilità di seguire il processo fino alla conclusione. Resta la constatazione di una reale difficoltà della classe politica a esprimersi in modo credibile per quella parte di popolazione che si riconosce nei gilet gialli, la quale pure fatica a trovare al suo interno forme di espressione e di rappresentanza che trascendano il punto di vista di ciascun individuo. Non è certo un punto di partenza incoraggiante per un vero dialogo nazionale.

3. I conflitti che ci aspettano

Si tratta peraltro di una difficoltà che interessa non solo la Francia, ma tutti i Paesi avanzati. L’esame, pur rapido, di quanto sta accadendo oltralpe ci consente di identificare alcuni fattori che possono portare all’inceppamento della democrazia.

Il primo riguarda il peso concreto dei tanti riduzionismi oggi in circolazione: da quelli di stampo individualistico che limitano lo sguardo ai propri interessi, a quelli che reagiscono alla fatica della complessità attraverso la semplificazione all’eccesso, fino a quelli di tipo tecnocratico che riescono a vedere solo parte dei problemi e riducono la gestione del consenso a tecniche di marketing politico. Ciascuna di queste posizioni perde di vista una parte della realtà, che non può recuperare se non attraverso un dialogo autentico con le altre.

Un secondo tema che appare con forza è la necessità sempre più concreta (quindi non solo a livello di studio e discussione) di conciliare la questione della sostenibilità ecologica, che ha una prospettiva intergenerazionale, con quella della sostenibilità sociale, che riguarda l’inclusione e l’equa ripartizione degli oneri per la generazione presente. Il rischio, drammatico, è quello di non riuscire a offrire a tutti i cittadini un quadro convincente in cui inserire le scelte politiche perseguite, finendo per generare la convinzione che gli obiettivi sul versante ecologico siano una minaccia per l’equità sociale e viceversa. Purtroppo in molti Paesi appare quasi irresistibile la tentazione per i politici di costruirsi un consenso, soprattutto in alcuni strati della popolazione, grazie a politiche ambientali meno rigorose, vendendo l’illusione che più inquinamento significhi maggiore benessere. In radice, la crisi dei gilet gialli ci dice che davvero stiamo toccando con mano che lo stile di vita occidentale non è più sostenibile per tutti, senza scaricare sul futuro i costi del presente.

Un terzo elemento parte dalla constatazione della rabbia che anima la protesta. A portarla avanti sono gruppi sociali che si sentono traditi da un sistema di cui si consideravano parte, anche se con ruoli di second’ordine, e da cui si aspettavano tutele e garanzie. Sono parti della società che si scoprono “in via di esclusione e di emarginazione” e che a questo provano a resistere. Le dinamiche dell’economia globale vedono, all’interno di un generale miglioramento delle condizioni di vita di larghe fasce della popolazione mondiale, in particolare in Asia, sacche di stasi o di arretramento che coincidono con le classi lavoratrici dei Paesi industrializzati, mentre cresce l’opulenza di una fascia di ricchissimi ormai globale. In questo scenario, le tensioni che stanno dietro il fenomeno dei gilet gialli sono probabilmente solo l’antipasto di quello che il futuro riserva a un’Europa sempre meno capace di generare crescita e di guardare al futuro.

In una situazione come questa, la soluzione proposta da Macron e dal suo Governo, ovvero il lancio di un dialogo nazionale, tocca il punto dolente: da conflitti sociali di questo genere non si esce se non attraverso il dialogo sociale. Perché questo sia efficace, però, è necessario che la società disponga di un know-how e di istituzioni o forme organizzate di mediazione, che evitino la polarizzazione del confronto tra pretese individuali (o al massimo di gruppi molto omogenei) irriducibili tra loro. È la funzione che tradizionalmente si riconosce ai “corpi intermedi”: il loro nome dice non solo che occupano lo spazio tra il livello dei singoli e quello statuale, ma soprattutto che si tratta di istanze di intermediazione progressiva tra posizioni individuali, sfidate a decentrarsi progressivamente per assumere una posizione più ampia. Senza il decentramento dell’individuo e il riconoscimento della parzialità di ciascuno non può infatti aprirsi un vero spazio di dialogo e incontro. È proprio sulla capacità di aprire spazi di mediazione all’interno della società che si gioca il senso di una leadership politica che non voglia ridursi a tecnica di gestione del consenso a vantaggio degli interessi di alcuni: è questa la sfida che hanno di fronte Macron in Francia e tutti i suoi colleghi negli altri Paesi. Le vicende francesi hanno certo un colore locale, ma sono anche un laboratorio a cui tutti facciamo bene a prestare attenzione.


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