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Per una nuova generazione di «liberi e forti»

La rilettura dell’Appello ai «liberi e forti» a cento anni dalla sua stesura offre numerosi stimoli per il nostro tempo non tanto a livello di soluzioni, ma di indicazioni sul modo di essere presenti e partecipare al dibattito politico.
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Compie cent’anni il testo noto come Appello ai liberi e forti. Tradizionalmente associato al nome di don Luigi Sturzo, fu redatto il 18 gennaio 1919 da una Commissione provvisoria, di cui il sacerdote siciliano era segretario politico, nel percorso che condusse alla fondazione del Partito popolare italiano. Sebbene sia conosciuto spesso solo per brani, grazie a citazioni e richiami successivi che ne ricollocano le espressioni in un contesto parzialmente diverso da quello originario, questo testo ha segnato profondamente la storia politica italiana del Novecento e per questo abbiamo deciso di riprodurlo per intero insieme a questo Editoriale.

Compiere cent’anni significa inevitabilmente appartenere al “secolo scorso”, a un’epoca ormai sempre meno familiare. Non a caso al Novecento, a cui l’Appello appartiene, ormai si dedicano musei. Ma trasformare in reperto il passato comporta il rischio di sopprimerne la generatività e la capacità di interpellare ancora il presente. Lo ricordava lo scorso 22 maggio il card. Bassetti, presidente della CEI, nell’Introduzione alla 71ª Assemblea generale. Proprio dopo aver citato l’Appello, affermava infatti: «La storia della Chiesa italiana è stata una storia importante anche per la particolare sensibilità per l’aspetto politico dell’evangelizzazione […]. Dobbiamo esserne fieri, ma soprattutto è venuto il momento di interrogarci se siamo davvero eredi di quella nobile tradizione o se ci limitiamo soltanto a custodirla, come talvolta si rischia che avvenga perfino per il Vangelo».

Per sfuggire a questo rischio, occorre ripartire proprio dalla consapevolezza della distanza temporale che ci separa dal passato. Nel caso dell’Appello, questo significa prendere atto che non dà indicazioni da seguire alla lettera nel nostro presente: troppe situazioni sono cambiate (basti pensare che il suffragio universale è realtà ormai da tempo); troppe parole hanno mutato di significato o sono cambiate le risonanze che suscitano: alcune, ad esempio, sono state arricchite da cent’anni di ricerca e dibattito (è il caso dello statalismo, a cui era dedicato l’Editoriale dello scorso novembre); troppi sono i problemi che nemmeno esistevano o erano ignorati, come il degrado ambientale o i mutamenti climatici, o che hanno cambiato radicalmente di segno: l’Italia, oggi meta di flussi migratori, era un secolo fa terra di emigrazione di massa. Cercare nelle parole del passato istruzioni per i problemi del presente espone a rischiosi cortocircuiti.

Prenderne consapevolezza consente di mettere a fuoco che la potenza di un testo come l’Appello ai liberi e forti non risiede nelle soluzioni, ma nel continuare a rappresentare una fonte di ispirazione per le modalità con cui si approcciano i problemi nuovi e quelli che nel tempo si sono modificati ma non sono stati risolti, come la questione meridionale o la parità di genere, che, pur in forme diverse da quelle del 1919, continuiamo a trovare sulla nostra agenda politica. In questa linea, nelle pagine che seguono proporremo alcuni spunti che possano illuminare la perdurante fecondità di quel testo, cioè la ragione per cui, a cent’anni di distanza, vale la pena tornare a leggerlo.

Una carica dinamizzante

Dell’Appello colpisce innanzi tutto la brevità: in due sole pagine riesce ad articolare in modo coerente uno sfondo valoriale preciso, una visione antropologica e politica di riferimento, una lettura della società e dei suoi problemi che conduce a identificare misure pratiche da inserire in un programma politico. Colpisce ancora di più se lo si colloca nel suo contesto storico, ben precedente alle riflessioni del Concilio sulla coscienza, sulla libertà religiosa o sulla legittima autonomia delle realtà temporali e quindi sulla laicità; e in una fase in cui il magistero sociale della Chiesa consisteva di un’unica enciclica, la Rerum novarum. Partendo da una serie di intuizioni che la riflessione impiegherà decenni a elaborare, quali i principi della dottrina sociale (dignità della persona, bene comune, sussidiarietà, solidarietà), l’Appello connette piani diversi: è questa capacità che oggi deve risultare di stimolo, ben più degli specifici contenuti.

Si nota poi la sua potenza espressiva: il testo interpella i lettori, parla insieme alla testa e al cuore, così da mobilitare le energie della persona e di tutte le persone. Non è una operazione di élite, in quanto sa cogliere in modo autentico l’anima popolare: non trascura chi è ai margini e soprattutto non esacerba le tensioni, ma si pone nella logica di una mediazione capace di risolvere i conflitti sociali di cui ha piena consapevolezza. È proprio questa attenzione a costruire ponti e tessere relazioni che gli conferisce autorevolezza. Convince perché sa entrare in contatto, non si impone come fa invece la propaganda. Da questo punto di vista si differenzia radicalmente da molte altre proposte, anche dei giorni nostri, che in modi diversi si richiamano a una ispirazione popolare, ma per marcare differenze identitarie, frammentando la società anziché unirla in un soggetto collettivo.

Infine, l’Appello ai liberi e forti ci permette di cogliere il contributo che la fede cristiana può dare alla politica e alla società. Si vede all’opera la creatività che la caratterizza quando non viene ridotta a ripetizione di formule e dottrine, o utilizzata come base di privilegi o di una pretesa di potere. Così il testo interpella tutti, aldilà di confini e appartenenze; sarebbe un tradimento utilizzarlo come bandiera della presenza organizzata di gruppi di cattolici in politica.

Rileggere l’Appello può così rivelarsi particolarmente fecondo oggi, in un tempo in cui – lo possiamo testimoniare da quell’osservatorio particolare che Aggiornamenti Sociali da 70 anni rappresenta (cfr il riquadro qui sotto) – sono molti i tentativi di riarticolare una proposta politica convincente e capace di suscitare un diffuso impegno politico democratico, sostenibile, partecipato. Anche il nostro è un tempo di chiamate, di convocazioni e di appelli, che si devono misurare con un contesto di ripiegamento identitario a livelli diversi: nei confronti dell’altro e del diverso (i migranti sono l’esempio più evidente), del futuro (la scarsa attenzione per la sostenibilità), così come dell’Europa e del resto del mondo (il tema dei sovranismi). Ne scaturisce una politica che anziché cercare mediazioni e progetti condivisi, esaspera le contrapposizioni, alimentando la lotta dei penultimi contro gli ultimi. Non basta essere contro tutto questo, occorrono soggetti politici “liberi e forti” che elaborino proposte per qualcosa che risulti chiaramente alternativo e capace di coagulare il consenso dei molti che non si riconoscono nella retorica politica oggi dominante. Del resto anche l’Appello si presentava come alternativo alle proposte muscolari (di destra e di sinistra) in circolazione ai suoi tempi.

Le ali della libertà

Oggi come nel 1919 libertà è un termine magnetico, capace di toccare le corde più profonde dell’essere umano e risvegliarne le aspirazioni e i desideri più intensi. Oggi come allora circolano però accezioni molto diverse di libertà, e la storia ci ha mostrato come queste differenze abbiano precise conseguenze quando si prova a tradurre l’aspirazione alla libertà in istituzioni e strutture sociali. La libertà dell’individualismo liberale non è quella del personalismo solidale, e così via. L’autodeterminazione è certamente un elemento fondamentale di ogni concezione di libertà, ma oggi si tende spesso ad assolutizzarlo. “Padroni a casa propria” è lo slogan che sembra condensare la concezione prevalente di libertà, a tutti i livelli, distogliendo l’attenzione alla sua altrettanto costitutiva dimensione relazionale.

L’Appello è sensibile all’importanza dell’autodeterminazione, dei singoli così come dei gruppi sociali e dei popoli – era un cardine del programma wilsoniano espressamente richiamato –, ma ciò che innanzi tutto qualifica i “liberi” a cui si rivolge è il senso del «dovere di cooperare» e la capacità di agire «senza pregiudizi né preconcetti». Quest’ultima espressione è spesso stata intesa con riferimento alla disponibilità, a prescindere dall’appartenenza confessionale: è del tutto chiaro, infatti, che l’Appello non si rivolge ai soli cattolici. Rileggendole oggi, ci rendiamo conto che quelle parole hanno un significato più ampio: fanno appello alla capacità di collaborare per il bene comune superando tutte le appartenenze, non solo quelle confessionali, ma anche quelle ideologiche, culturali, sociali, economiche, compresi quindi gli interessi di parte e il tornaconto individuale o di gruppo. Tutte le appartenenze portano con sé il pericolo dell’autoreferenzialità, della trasformazione in casta, rischiano di smarrire la propria parzialità pretendendo di diventare il tutto. In questo senso, libertà è anche un limite verso se stessi, un argine alla pretesa di assolutizzare la propria posizione e quella della propria parte.

Il primo frutto di questa libertà è la promozione dell’uguaglianza in maniera concreta, o almeno dell’equità in termini di opportunità (cfr artt. 2-3 Cost.). Ne è prova tangibile l’insistenza con cui l’Appello ribadisce la necessità di «congiungere il giusto senso dei diritti e degl’interessi nazionali con un sano internazionalismo», facendone anzi un indicatore di libertà morale. Questo non vale ovviamente solo sul piano dei rapporti internazionali, su cui torneremo: la tutela delle legittime aspirazioni alla libertà di ciascuno non può legittimare nessuna pretesa di “passare per primo” o di avere più diritti degli altri. La libertà, se non è disponibile a tutti, è oppressione degli uni sugli altri e odioso privilegio. Di questo, e non di autentica libertà, godevano gli aristocratici libertini dell’Ancien Régime, a scapito di una moltitudine di oppressi. È questo «il vero senso di libertà», che richiede di aprire spazi di autonomia per tutti, a prescindere da ogni identità e appartenenza, in quegli ambiti che l’Appello stesso elenca con grande chiarezza: libertà religiosa, libertà d’insegnamento, libertà sindacale e associativa (le «organizzazioni di classe»), libertà di partecipazione politica ai diversi livelli (la «libertà comunale e locale»).

Rileggendo l’Appello, tocchiamo con mano che ancora oggi la libertà non è un’etichetta vuota e che un buon criterio per discriminare le tante proposte politiche in circolazione può essere proprio la nozione di libertà su cui si fondano, e la disponibilità a concedere opportunità a tutti, e non solo a reclamare i diritti della propria parte.

Forza e potere

Il vero senso di libertà diventa anche un criterio per l’esercizio dell’autorità e del potere, a cui legittimamente ogni partito (anche il Partito popolare italiano che nasce con l’Appello) aspira.

I “liberi e forti” sanno riconoscere i propri limiti e aprire spazi perché i singoli e i gruppi – tutti, nessuno escluso – possano crescere grazie a una progressiva assunzione di responsabilità nella costruzione del bene comune. L’autorità così concepita non coincide col potere. Il potere può prescindere dal consenso o cercare di carpirlo; il potere si presta a essere abusato, seduce ed è sedotto. L’autorità è relazionale: non può agire se non è riconosciuta. Per questo i “liberi” hanno bisogno di essere “forti”, per usare il potere come forma per esercitare l’autorità.

L’aggettivo “forti” merita una riflessione specifica, in quanto rimanda sia alla forza e al suo uso, sia alla fortezza, intesa come la virtù che assicura fermezza e costanza nella ricerca del bene. Senza fortezza, l’uso della forza perde ogni riferimento etico e si trasforma in arbitrio e prepotenza. Proprio come la libertà, anche la forza ha bisogno innanzi tutto di un’istanza di autolimitazione. L’Appello ne è ben consapevole, tanto che invoca istituzioni internazionali “forti”, cioè capaci di resistere alle «tendenze sopraffattrici dei [popoli] forti» nei confronti dei «popoli deboli». Questa dinamica non interessa solo i rapporti tra i popoli, ma anche quelle tra i gruppi sociali e persino tra gli individui.

Dalla nozione di forza dipendono le modalità dell’agire politico. È una concezione mutilata della politica quella che si basa sulla rivendicazione dei diritti e sulla conquista del potere, ma dimentica l’esercizio di un’autentica mediazione sociale, scivolando su un piano inclinato in fondo al quale non può trovarsi altro che la violenza distruttiva di chi non ha altri modi per farsi ascoltare. Ce lo mostrano in modo eclatante le proteste dei “gilets jaunes” che stanno incendiando la Francia, e tante altre situazioni analoghe. Solo la libertà nel modo di esercitare il potere consente di aprire spazi di partecipazione democratica e di mediazione tra i diversi attori sociali. Altrimenti, come abbiamo imparato, le forme della democrazia si svuotano e si trasformano in un ginepraio di procedure, dentro cui crescono i privilegi di una minoranza, l’irresponsabilità della classe dirigente, il senso d’impotenza dei più e l’oblio dei deboli. E, inevitabilmente, il fascino per le “soluzioni di forza”.

Un appello per l’Europa

Rileggere l’Appello ai liberi e forti ci ha ricondotti ad alcune categorie portanti della politica, che quel testo continua a illuminare in modo stimolante. Oggi come allora le considerazioni di fondo premono per tradursi in atto: non a caso all’Appello seguiva un programma politico. Nessuna attuazione potrà esaurire la ricchezza e la profondità dei principi, ma senza di essa questi ultimi resteranno nel regno dell’astrazione, privi di efficacia. Che cosa significa provare oggi a esercitare libertà e forza? Ad articolare autorità e potere? In che direzione siamo chiamati a muoverci?

In un momento in cui l’Italia usciva da una guerra rovinosa, anche se vinta, e doveva impegnarsi per trasformarsi da Paese agricolo a nazione in via di industrializzazione e da democrazia “oligarchica” con suffragio censitario a democrazia di massa con suffragio universale (almeno maschile), colpisce come lo sguardo dei redattori dell’Appello non sia rivolto verso l’interno, ma collochi con decisione il futuro dell’Italia all’interno di un ordine internazionale imperniato sulla Società delle nazioni.

Un secolo dopo, il quadro di attori internazionali si è certamente arricchito – il livello delle istituzioni europee era probabilmente impensabile nel 1919 –, ma il nocciolo della questione non si è molto modificato: immaginare il futuro italiano richiede di definirne le modalità di relazione con il contesto internazionale. Oggi, ben più che l’orizzonte globale, i nodi riguardano il livello europeo e in particolare l’Unione Europea. Le difficoltà britanniche a gestire la Brexit dimostrano che alla fine risulta quasi impossibile fare a meno dell’Unione, non perché questa sia una gabbia o una condanna, ma perché l’esigenza di aggregazione di un’area continentale come la nostra è un dato di fatto in un mondo dominato da giganti geopolitici, cosa che nessun Paese europeo è. Non a caso, proprio la posizione nei confronti dell’Europa è diventata, quasi ovunque, una delle discriminanti principali tra gli schieramenti politici e uno dei temi più caldi delle campagne elettorali.

Proprio come la Società delle nazioni nel 1919, anche per noi italiani oggi l’Europa resta una scelta e volere l’Europa non può significare arrendersi a un’Europa qualunque e neanche accontentarsi di quella esistente, che in alcuni suoi aspetti è indifendibile (cfr Riggio G. [ed.], «Dietro le quinte dell’Unione Europea. Un dialogo a tre voci da Bruxelles» alle pp. 36-43 di questo fascicolo). Quali riforme sono possibili e necessarie per spingerla nella direzione desiderata? Sulla scorta dell’Appello, siamo interessati a provare a costruire un’Italia che sia parte e promotrice di un’Europa “libera e forte” nel senso che abbiamo delineato sopra?

È chiaro che si tratta di un progetto di riforma profondo e radicale, come lo era nel 1919 la richiesta di estendere il voto alle donne, di riformare la burocrazia, di rendere elettivo anche il Senato, di riconoscere le autonomie locali sulla base di una sussidiarietà che oggi anche la UE ha inserito tra i propri principi, ma che non è sempre facile percepire.

Un’Europa “libera e forte” sarà capace di articolare autorevolmente unità e rispetto delle differenze, senza obbligare tutti a marciare con lo stesso passo, ma senza nemmeno concedere a nessuno diritti di veto più o meno mascherati. Questa Europa potrà allora chiedere ai singoli Paesi che la compongono di essere a loro volta “liberi e forti”, cioè di rinunciare a interpretare la sovranità di cui dispongono in modo autoreferenziale e facendo del proprio interesse l’unica bussola dell’azione politica. Come abbiamo visto, liberi e forti sono coloro che sanno riconoscere un limite alle proprie pretese, e questo vale anche per gli Stati, nelle relazioni che li uniscono e ancora di più in quelle che istituiscono con i loro cittadini e le forme della loro vita associata.

Apparati pubblici “liberi e forti”, a livello nazionale e sovranazionale, sapranno promuovere concretamente la partecipazione dei cittadini, incoraggiando la loro capacità di iniziativa e le forme strutturate a cui questa dà vita. Questo riconoscimento permetterà a quelli che tradizionalmente sono chiamati corpi intermedi di esplicare la loro fondamentale funzione di mediazione. Solo così è possibile promuovere la coesione sociale e la formazione di capitale sociale, restituendo al popolo la sua soggettività e sovranità, non attraverso slogan o retoriche riaffermazioni di identità presunte. È probabilmente questa la differenza fondamentale tra una politica popolare, che rispetta il popolo e la sua autonomia originaria, e una politica populista, che rende il popolo un ostaggio di chi è al potere. Con un’attenzione particolare – anche su questo l’Appello è molto chiaro – a chi è ai margini e ai più deboli. È proprio la capacità di proteggere i più deboli e di promuovere la loro partecipazione che legittima l’uso della forza e lo differenzia dalla brutalità. Per questo è fondamentale che un’Europa che si pone alla ricerca di una identità popolare che rischia di smarrire non sacrifichi il “pilastro sociale”, ma lo metta al centro delle sue politiche.

Istituzioni europee e nazionali che funzionano con questo spirito consentiranno l’esistenza di popoli e gruppi sociali liberi e forti, capaci di resistere alle tentazioni solipsistiche, nazionali o nazionalistiche che siano. Questo è il vero DNA dell’UE: da norme, leggi, accordi e procedure non possiamo prescindere, ma restano il mezzo per dare attuazione a un ideale e a un sogno più alto. L’idea che possano esistere solo relazioni dirette, che prescindano da ogni mediazione istituzionale, non è invece altro che un’illusione esposta al rischio della manipolazione, per quanto sia molto di moda nei nostri giorni.

Se qualcosa ci insegna la lettura dell’Appello è che il cambiamento di cui abbiamo bisogno sarà possibile solo se i “liberi e forti” che anche oggi popolano la società italiana ed europea sentiranno ancora «il dovere di cooperare», senza chiudersi dietro barriere di interessi e appartenenze. Tra pochi mesi le elezioni europee ci riproporranno una domanda sempre più cruciale: quale Europa vogliamo? E quale Italia al suo interno? Ma di fronte a parole sempre più inflazionate, a proclami sempre più erosi dal cinismo della post-verità, i “liberi e forti” nell’Europa del 2019 decideranno ancora di unirsi?

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