Sorelle e fratelli d’Italia

Il 13 febbraio 2011 circa un milione di donne e uomini sono scesi in piazza per chiedere rispetto e dignità nei confronti dell’universo femminile. Nonostante 150 anni di unità d’Italia, alla parità formale raggiunta tra i due sessi continua a non corrispondere una parità sostanziale. Partendo dall’affermazione che le relazioni di genere non sono mai «a somma zero», come se si trattasse di una competizione in cui una parte perde tutto quello che l’altra guadagna, gli AA. invitano a superare stereotipi e posizioni riduttive, offrendo una riflessione che sottolinea l’indispensabile complementarità relazionale tra uomo e donna, non solo nell’ambito della famiglia, ma anche per la costruzione del Paese, possibile solo a partire dal contributo delle differenze che lo abitano
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«Se non ora, quando?» è lo slogan della manifestazione che si è svolta il 13 febbraio scorso, in cui donne e uomini sono scesi in più di duecento piazze italiane per chiedere rispetto e dignità nei confronti dell'universo femminile. Una grande mobilitazione, cui ha partecipato circa un milione di persone, dopo che in meno di una settimana la petizione pubblica a essa collegata aveva già raggiunto 51.500 firme, oltre ai 23mila contatti al giorno del suo blog e i 15mila della pagina del social network Facebook.
Se ci pensiamo bene, nella storia del nostro Paese la difficoltà delle donne a essere riconosciute e rispettate non è una novità: citando solo due fatti tra i più eclatanti, fino al 1919 esse non hanno avuto la possibilità di ricoprire impieghi statali e di esercitare professioni che implicassero una responsabilità pubblica, e solo nel 1946 hanno ottenuto il diritto di voto. Assumendo lavori presentati e percepiti come «sussidiari», le «sorelle d'Italia» hanno faticato a identificarsi come tali molto più dei loro «fratelli». A 150 anni dall'unità d'Italia, il lungo cammino di costruzione di una coesione nazionale, di cui le donne sono state protagoniste più nei fatti che nei libri, può dirsi veramente realizzato anche a livello di generi? All'uguaglianza formale, garantita ad esempio dal riconoscimento alle donne dei diritti politici, ne corrisponde una sostanziale? Quali prospettive possono aiutare a crescere nel rispetto reciproco e costruttivo tra uomini e donne, al fine di umanizzare la nostra società?
Le questioni di genere evocano in ciascuno risonanze profondissime, culturali e identitarie, per cui non è mai facile affrontarle. Per questo proviamo a svolgere questo tema a due voci. Entrambe esprimono sguardi parziali: di certo, poi, qualunque sia il punto di osservazione - femminile o maschile - è molto difficile prendere le distanze da luoghi comuni, stereotipi, precomprensioni che fanno parte della cultura in cui siamo stati educati. Per questa ragione, vorremmo sfuggire al rischio di «definire» separatamente il maschile e il femminile. Anche se spesso si fa riferimento alla predisposizione a prendersi cura, alla visione d'insieme, all'intuito, alla sensibilità, come qualità più femminili, rispetto alla razionalità, all'organizzazione e alla funzionalità, considerate tipicamente maschili, c'è una enorme variabilità e ricchezza nel vivere il proprio essere donna o uomo che chiede di essere valorizzata per costruire una nuova relazionalità.
In ogni caso siamo convinti che il rapporto tra uomini e donne non sia «a somma zero», come se si trattasse di una competizione in cui inevitabilmente una parte perde tutto quello che l'altra guadagna. Contrariamente a un diffuso stereotipo, non si tratta di correre al capezzale di un vinto, né tanto meno di proclamare dei vincitori, né di esprimere giudizi sui comportamenti in campo sessuale delle persone coinvolte nelle indagini oggetto delle cronache.

1. Donne (e uomini) in piazza

L'appello della manifestazione del 13 febbraio presenta un'analisi sintetica del problema: «In Italia la maggioranza delle donne lavora fuori o dentro casa, crea ricchezza, cerca un lavoro (e una su due non ci riesce), studia, si sacrifica per affermarsi nella professione scelta, si prende cura delle relazioni affettive e familiari, occupandosi di figli, mariti, genitori anziani. Tante sono impegnate nella vita pubblica, in tutti i partiti, nei sindacati, nelle imprese, nelle associazioni e nel volontariato allo scopo di rendere più civile, più ricca e accogliente la società in cui vivono. Hanno considerazione e rispetto di sé, della libertà e della dignità femminile ottenute con il contributo di tante generazioni di donne che [...] hanno costruito la nazione democratica. Questa ricca e varia esperienza di vita è cancellata dalla ripetuta, indecente, ostentata rappresentazione delle donne come nudo oggetto di scambio sessuale, offerta da giornali, televisioni, pubblicità. E ciò non è più tollerabile» («Appello della manifestazione "Se non ora quando?"», <http://senonoraquando13febbraio2011.wordpress.com>).
L'esplodere della discussione - è evidente - ha avuto bisogno del detonatore delle «notti di Arcore» per diventare pubblica, di piazza. Ma l'analisi proposta dall'appello del movimento - trasversale tra gli schieramenti politici, è bene ricordarlo - tocca aspetti ben più fondamentali e radicati, quasi inusuali rispetto a quanto emerge nel dibattito mediatico. Già nell'estate 2010, un gruppo di donne, diverse per età, professione e opzione politica, si era espresso pubblicamente attraverso un «manifesto», denunciando come fosse «andata svanendo una delle acquisizioni più importanti del patrimonio culturale del femminismo italiano e cioè l'idea dell'uguaglianza e della differenza tra i sessi. Conquistare la parità con gli uomini non significa affatto per le donne diventare come loro, fare le stesse cose. Anzi era stata coltivata la grande ambizione di costruire una società a misura dei due sessi, se è vero che essere donna non è una disgrazia né della natura né della storia ma una manifestazione della differenza interna all'umanità, che va lasciata libera di esprimere tutto il suo "genio"» (<www.dinuovodinuovo.blogspot.com>). Con triste realismo, le firmatarie del manifesto riconoscono che «Dinnanzi alla mancata realizzazione di almeno alcune delle promesse (dalla conciliazione dei tempi di lavoro e di vita, a politiche in favore della maternità oltre alla marginalizzazione dei giovani, uomini e donne, dalla dinamica sociale) si sono riproposti modelli puramente emancipativi della libertà femminile» e che, seguendo un filone di pensiero originario degli Stati Uniti, si è pensato di eliminare alla radice il problema dichiarando irrilevante l'identità sessuata. Così, «in nome di una libertà che si illude di poter plasmare e mutare corpi e vita a proprio piacimento si avanza sul terreno della cancellazione delle donne dall'agenda politica e culturale» (ivi). Si tratta di una mentalità e di comportamenti che pesano sul modo di concepire e realizzare la convivenza sociale e interpellano la coscienza del Paese.
La recente mobilitazione, lungi da aver raggiunto un consenso unanime tra le stesse donne, ha suscitato reazioni articolate e un ventaglio di posizioni critiche: da chi ha provato a strumentalizzare la protesta, piegandola a scopi sostanzialmente politici (come movimento esclusivamente antiberlusconiano), a chi ha avuto timore che l'autonomia femminile venisse messa in discussione da un ritorno di moralismo giudicante su pratiche e comportamenti relativi all'uso del corpo delle donne. L'argomento di questa critica è il seguente: se alcune o molte si trovano bene in un contesto mercificato, e sostanzialmente imposto dagli uomini, sarà loro libera scelta usare il corpo e le armi della seduzione. Combattere questa mercificazione non ci sembra però «moralismo bacchettone», ma una rivendicazione di dignità. Si domanda giustamente la scrittrice Dacia Maraini, 74 anni: «Ma perché l'indignazione morale si trasforma così automaticamente in moralismo? Chi lo stabilisce? Perché tanta paura di mostrarsi indignati di fronte alla quotidiana offesa alla dignità femminile?» (Monti D., «Gamberale: no al moralismo. Maraini: c'è paura di indignarsi», Corriere della Sera, 6 febbraio 2011).
Nonostante alcune critiche siano condivisibili e alcune ambiguità inevitabili, ci sembra che non intacchino il cuore delle argomentazioni e l'importanza di affrontare le problematiche messe sul tavolo.

2. Sguardi riduttivi

Se prendiamo in considerazione lo sguardo maschile, riconosciamo che troppo spesso e in troppi campi - Chiesa inclusa - le donne non vengono trattate come persone a pieno titolo, a volte anche, più o meno consapevolmente, da chi vorrebbe farsi paladino della loro causa. Sono viste «in funzione di», considerate «fattori riproduttivi, presenze ancillari, sfoghi sessuali, agenti della generale prosperità familiare» (Nussbaum M., Diventare persone. Donne e universalità dei diritti, il Mulino, Bologna 2001, 16).
Questo sguardo è assimilato già in giovane età da membri del cosiddetto «sesso forte», come risulta da questa testimonianza: «ho sentito alcuni studenti, nel liceo di mio figlio, discutere sulla inutilità che quella loro compagna, così bella, dalle gambe così lunghe, continuasse a studiare greco, e li ho sentiti ragionare sullo "spreco" di quelle loro compagne - quasi sempre molto carine e molto più brave di loro - ad "andare così bene a scuola"» (Fattorini E., Corriere della Sera, 7 febbraio 2011). Uno sguardo riproposto e, ancor più, «sdoganato» e alimentato da media vecchi e nuovi. Anche i quotidiani che hanno sostenuto in maniera più esplicita le recenti mobilitazioni a favore della dignità femminile, e i loro siti Internet, non si sono mai fatti scrupolo di pubblicare, nelle colonne a fianco, «notizie» e foto che andavano in tutt'altra direzione. Per non parlare del messaggio implicito contenuto in tante immagini pubblicitarie.
Si tratta di uno sguardo che sembra incapace di riconoscere la qualità personale di colei su cui si posa, la sua autonomia e unicità, vedendola come un mezzo utilizzabile per i propri fini, a partire dal piacere che si prova nel guardarla. Uno sguardo che esprime una convinzione di dominio e che per questo non è capace di distinguere le persone dalle cose, trattando le prime alla stregua delle seconde.
Da un punto di vista femminile ci accorgiamo che essere donna oggi è spesso associato a due tipologie estreme: il «velinismo» e la «mascolinizzazione».
Il primo termine si rifà alla tendenza, sviluppatasi alla fine degli anni '80, a riempire i programmi televisivi di ragazze sempre meno vestite, comunque mute e senza talenti precisi, usate per far salire l'audience, chiamate veline, letterine, meteorine, ecc. Con «velinismo» si indica l'invasione di figure femminili con queste caratteristiche non solo in tv, ma anche in altri campi della vita sociale e politica e soprattutto la convinzione diffusa e crescente, anche nelle donne, che sia del tutto legittimo cercare il successo presentandosi come «oggetto», complici più o meno consapevoli della mentalità che tende a sfruttare il loro corpo. Niente di nuovo, si dirà, ma quello che colpisce è l'assuefazione di ampie porzioni della società a questi comportamenti e il venir meno della sensibilità critica di come questo faccia problema.
La mascolinizzazione, invece, indica quelle situazioni in cui le donne, magari giungendo a posti di responsabilità tradizionalmente occupati da uomini, finiscono per lasciarsi definire dal modello maschile: una deriva molto più subdola rispetto al «velinismo», perché si fonda e trasmette l'idea che nel mondo del lavoro, della politica, della partecipazione sociale le donne potranno contare - in termini di presenza e influenza - tanto quanto saranno disposte a «mettere i pantaloni», cioè ad adattare la propria percezione della realtà e il proprio comportamento ai modi tipicamente maschili.
Non mancano poi atteggiamenti riconoscibili in quelle posizioni che, pur evidenziando le ingiustizie del dominio maschile e reclamando opportunità autenticamente pari, interpretano la liberazione della donna come una lotta contro l'uomo, sognano come traguardo quello di poterne fare a meno e finiscono per rinchiudersi nel «controstereotipo» del maschio, privandosi della possibilità di accedere alla unicità individuale di ciascuna persona, anche di sesso maschile.
In tutti questi casi, senza comunque voler fare una trattazione esaustiva, emerge una visione riduttiva della donna e, anche se in un modo che ci risulta più difficile cogliere, anche dell'uomo. In realtà nessuna relazione, in particolare quella tra uomo e donna, può sopravvivere se non si oltrepassano «crepacci» insidiosi, tra cui la pretesa di imporsi sull'altro e dominarlo, cui può corrispondere la volontà di mantenere un proprio spazio definito, separato e chiuso alla condivisione, mascherando questo desiderio sotto le apparenze di una moderna ed emancipata idea di autonomia individuale.

3. Mai l'una senza l'altro

Un modo per evitare di cadere nei «crepacci» dei tanti stereotipi è tornare a interrogarsi sull'identità: chi è quell'essere che è «uomo e donna»? In questa prospettiva appare chiaro che non si può dire uomo senza dire donna e viceversa, non si può parlare dell'uno se non in relazione all'altra e viceversa.
Questo richiede innanzitutto di riconoscere l'altro in quanto tale, portatore di una esclusiva, originale, anche se sempre limitata, soggettività, un passaggio che esige prima di riconoscere i limiti della propria; la funzione dell'alterità è manifestare i propri limiti, ridimensionare qualunque ambizione assolutistica, sgonfiando ogni pretesa di dominio («io non sono tutto»). Questo riconoscimento deve operare a livelli diversi, tenendo insieme uguaglianza e differenze, non solo nei rapporti della sfera dell'amore (rapporti familiari, amicali, sessuali), ma anche sul piano giuridico e su quello culturale, in cui si gioca la stima di sé.
Invocare il riconoscimento è fondamentale, ma non riesce a garantire un vero rispetto: occorre giocarsi nella relazione, scoprendo la prospettiva della complementarità. A questo ci interpella l'antropologia biblica: fin dalla creazione l'umanità è costituita da due generi diversi, che non si possono concepire indipendentemente l'uno dall'altro; la diversità tra donna e uomo non sarà che la possibilità di essere di fronte nella relazione. Soltanto dall'accettazione reciproca della «uguale diversità», dell'aiuto reciproco come uno di fronte all'altro, si possono configurare le proprie identità di genere. Né l'uno né l'altra potranno pretendere di richiamarsi a un diritto di compiutezza, o di bontà, nella propria «solitudine» (cfr Bittasi S., «Maschile e femminile», in Aggiornamenti Sociali, 11 [2010] 712-715).
Il Magistero della Chiesa ha spesso ripreso questa visione di fondo, sottolineando l'uguaglianza in dignità e l'unità dei due generi, la radicata e profonda diversità tra il maschile e il femminile e la loro vocazione alla complementarità e alla comunione (cfr ad esempio Giovanni Paolo II nella Mulieris dignitatem, nn. 6-7). Di fronte alla violenza dei rapporti di dominio, al peso delle discriminazioni e allo squallore in cui precipitano le vite fondate sugli stereotipi, risulta una sfida tanto impegnativa quanto attraente realizzare concretamente la nostra comune umanità. Interpella innanzitutto ciascuna persona a darne una declinazione originale, così come la teologia e la spiritualità a proseguire nell'approfondimento della sua ricchezza, ma non è priva di ricadute anche sul piano sociale.
Una prima pista parte dal fatto che assumere fino in fondo la prospettiva per cui non si può dire uomo senza dire donna e viceversa conduce a scoprire che qualunque svalutazione della donna lo è anche dell'uomo, in quanto svalutazione dell'humanum. La logica della rivendicazione dei diritti ci porta con facilità a riconoscere quanto una discriminazione offenda chi è discriminato. In questa visione siamo però invitati anche a renderci conto di come ne sia offeso anche chi la mette in atto, pur non patendone le conseguenze dirette, se non altro perché si preclude l'accesso alla bellezza dell'esperienza di una comunione autentica, desiderio profondo di ogni animo umano.
Questo punto di vista smaschera anche la superficialità e la pochezza di tutti quegli approcci che considerano i rapporti concreti tra uomini e donne una questione privata, senza rilevanza pubblica. Se la relazione è il luogo della definizione dell'identità, questo vale anche per il legame sociale, e quanto più si diffondono comportamenti ispirati allo sguardo di dominio, anche se pacificamente accettati, tanto più si riduce il tasso di umanità nella società di cui tutti facciamo parte. Ritenere una opzione «privata» se adottare o meno uno sguardo di dominio, così come se accettare di lasciarsi usare come cosa o cercare di resistervi, è possibile solo sulla base di una antropologia individualista, radicalmente opposta e inconciliabile con quella relazionale, e che, come spesso il Magistero richiama, è la vera malattia del nostro tempo, anche nei rapporti tra uomo e donna.
Una seconda considerazione a livello sociale si impernia sul valore paradigmatico della differenza e relazione di genere. Il dominio dell'uomo sulla donna rappresenta la perversione della complementarità e dell'anelito alla comunione che li legano nel racconto biblico e questa dinamica può aiutarci a smascherare tutte quelle relazioni in cui la differenza è motivo di discriminazione, in cui la disparità di potere o ricchezza è occasione di offesa della dignità, in cui la chiusura dell'altro in uno stereotipo diventa negazione delle sue opportunità di realizzazione. Non è un caso che maschilismo e razzismo vadano così spesso a braccetto, e per questo si può istituire un parallelo tra le donne offese e i migranti sfruttati o i rom sgomberati. In questa luce appare ancora più urgente affrontare la questione di genere, perché tocca alla radice, in quello che c'è di più quotidiano, i nostri modi di comprendere il mondo e di agire. Riappropriarci, come società, della bellezza della complementarità e della comunione tra i generi, ci renderà più capaci di scoprire come valorizzare le differenze che oggi sono invece rimosse, vissute come un problema o una minaccia.
Affrontare in modo costruttivo la questione delle differenze - lo sosteniamo spesso, in modi diversi, su queste pagine - è un passaggio cruciale per il rinnovamento del nostro Paese e la costruzione di un futuro di autentico sviluppo umano. La piena realizzazione di sé, come persone e come società, comprende la capacità di dare vita, di generare futuro. Anche per questo la relazione di genere appare paradigmatica: non vi è generazione al di fuori della complementarità tra donna e uomo e una nuova vita è possibile solo con il contributo differenziato di ciascuno dei due. Lo stesso vale sul piano sociale: costruire giustizia per il nostro Paese è possibile solo a partire dal contributo delle differenze che lo abitano, chiamata ciascuna a fornire il suo proprium in condizioni di pari dignità.

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