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Assumersi la responsabilità

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Assumersi le proprie responsabilità è una delle condizioni necessarie per una ricomposizione delle relazioni tra gli individui (ad esempio all’interno della coppia) e nella società (tra gruppi sociali protagonisti di un conflitto, o tra Paesi) che conduca a un nuovo equilibrio giusto e, quindi, a una pace vera e duratura. La Bibbia illumina con una luce particolarmente stimolante le dinamiche del cammino di ricomposizione della relazione tra colpevole e vittima e tra reo e comunità; anzi, il racconto di una relazione ferita da una colpa (da parte dell’umanità) e continuamente restaurata (da parte di Dio), come appare bene nelle sue prime pagine (cfr Genesi 3), è uno dei suoi assi portanti. La relazione tra Dio e l’umanità da lui creata si sviluppa in tutta la vicenda biblica, fino alla sua conclusione in Gesù Cristo che ricostituisce la possibilità di “giuste relazioni” e, quindi, di una vera giustizia, una dinamica che ha ripercussioni enormi sulle relazioni tra gli stessi uomini.

Tale lunga storia impedisce di “risolvere” la dialettica della colpevolezza e del ristabilimento di una giustizia relazionale in modo semplicistico, facendo immediatamente riferimento alla categoria del perdono. In tal modo, infatti, si finisce per caricare sulla vittima tutto il peso della ricomposizione della relazione. Non c’è dubbio che la tematica del perdono e delle sue condizioni sia molto ricca e complessa, ma lo è altrettanto una lettura dei testi biblici riguardanti il cammino proposto al colpevole, di cui forniremo qui alcune indicazioni e suggestioni, necessariamente limitate vista l’ampiezza del tema. Può essere di aiuto partire precisando da subito alcuni termini.

È stato giustamente sottolineato come «nella nostra cultura il concetto di responsabilità venga associato a quello di colpa e come i due siano usati quasi come sinonimi. La realtà non solo è diversa, ma addirittura opposta: una persona è tanto più in grado di assumersi delle responsabilità quanto meno ragiona in termini di colpa. Una persona in preda ai sensi di colpa rimane paralizzata e non compie proprio alcuna azione responsabile; parimenti chi dà la colpa agli altri si vede come vittima e quindi crede che le azioni responsabili dovrebbe farle l’altro per rimediare ai suoi errori. Insomma colpa e responsabilità occupano uno stesso spazio all’interno dell’individuo e l’una può crescere solo nella misura in cui l’altra si riduce» (Baiocchi P., «Responsabilità e sensi di colpa», <www.istitutogestalt.net/articoli/Responsabilità_e_sensi_di_colpa.aspx>).

Non è colpa mia
Le primissime pagine della Bibbia contengono una dimostrazione per certi versi esemplare di questa “concorrenza” fra colpa e responsabilità, per cui la prima “mangia” lo spazio alla seconda, facendoci vedere tra l’altro come questo rappresenti non solo una patologia della nostra epoca, ma un dato antropologico di base. Ci riferiamo al famosissimo racconto del “peccato originale” in Genesi 3,7-13.

Genesi 3,7-13
7Allora si aprirono gli occhi di tutti e due e conobbero di essere nudi; intrecciarono foglie di fico e se ne fecero cinture. 8 Poi udirono il Signore Dio che passeggiava nel giardino alla brezza del giorno e l’uomo con sua moglie si nascosero dal Signore Dio, in mezzo agli alberi del giardino. 9 Ma il Signore Dio chiamò l’uomo e gli disse: «Dove sei?». 10 Rispose: «Ho udito il tuo passo nel giardino: ho avuto paura, perché sono nudo, e mi sono nascosto». 11 Riprese: «Chi ti ha fatto sapere che eri nudo? Hai forse mangiato dell’albero di cui ti avevo comandato di non mangiare?». 12 Rispose l’uomo: «La donna che tu mi hai posta accanto mi ha dato dell’albero e io ne ho mangiato». 13 Il Signore Dio disse alla donna: «Che hai fatto?». Rispose la donna: «Il serpente mi ha ingannata e io ho mangiato».

Adamo ed Eva avevano accolto l’invito del serpente a mangiare il frutto dell’albero della conoscenza del bene e del male spinti dalla bramosia di rendersi simili a Dio (cfr 3,5). In realtà sembra che l’unica vera nuova acquisizione sia la consapevolezza della propria nudità, senza riuscire a pensare niente di meglio che utilizzare le foglie dell’albero più urticante a disposizione per farsene cinture! L’altra conseguenza immediata è la paura, chiaro segno di un forte senso di colpa per l’azione commessa. Il testo ebraico propone un interessante gioco di parole. Letteralmente si legge: e udirono la voce del Signore Dio che passeggiava nel giardino (v. 8); e in seguito (v. 10): ho udito la tua voce nel giardino e ho avuto paura. La “voce che passeggia” come fonte del timore è chiaro segnale del vissuto interiore dell’uomo (e della donna che si nasconde con lui). Basta sentire “la voce” perché scattino i meccanismi di vergogna, di senso di colpa che diventa paura di un giudizio, di una punizione. E quindi si corre a nascondersi.

Ma il testo prosegue impietoso. Se la prima reazione è il senso di colpa, la seconda è il rifiuto dell’assunzione delle proprie responsabilità. Alle domande di Dio, infatti, Adamo risponde accusando la donna ed Eva accusando il serpente: continuano a cercare (inutilmente) di nascondersi, non più dietro a un cespuglio, ma dietro la sagoma di qualcun altro su cui gettare la colpa. Appare con evidenza la sterilità del senso di colpa: anziché assumersi la responsabilità della propria azione, Adamo ed Eva continuano a cercare di occultarla, a se stessi prima che a chiunque altro. Manca del tutto una rilettura oggettiva dell’accaduto, tanto che è Dio a doversene incaricare, esprimendola in forma interrogativa (v. 11). Ma questo è un passaggio indispensabile del cammino di assunzione della responsabilità verso un possibile pentimento.

La prima tappa è dunque un’azione di parola: “confessare” significa ammettere il proprio coinvolgimento nell’azione negativa. Il contenuto specifico della confessione è l’affermazione di chi ne deve essere considerato responsabile. Non è quindi qualcuno che dall’esterno giudica la colpevolezza e sancisce una pena. La confessione implica il riconoscimento consapevole delle azioni compiute e, dunque, in primis smettere di darne la colpa a qualcun altro. Riconoscere e dire ciò che si è fatto – il passaggio alla parola è fondamentale, verso se stessi e verso gli altri – è operazione difficile, che può richiedere tempo e aiuto, se non un vero e proprio percorso. Vari brani biblici esprimono la necessità di questo primo passo: Ti ho fatto conoscere il mio peccato, non ho coperto la mia colpa. Ho detto: «Confesserò al Signore le mie iniquità» e tu hai tolto la mia colpa e il mio peccato (Salmo 32,5); Sì, le mie iniquità io le riconosco, il mio peccato mi sta sempre dinanzi (Salmo 51,5). È interessante notare come questi testi facciano ricorso al vocabolario della “conoscenza”: occorre la capacità interiore di “ri-conoscere” le proprie azioni.

L’altro è nel giusto
Il secondo aspetto del riconoscimento della propria responsabilità è ben definito da Pietro Bovati: «Il contenuto della confessione fa riferimento anche all’altro contendente, dichiarandolo (almeno implicitamente) portatore di diritto nella sua parola e nella sua azione giuridica» (Ristabilire la giustizia, PIB Press, Roma 1986, 80. Cfr anche, utilmente, il suo «Giudicare», in Aggiornamenti Sociali, 2 [2011] 153-156). L’assunzione della propria responsabilità ha dunque un profondo carattere relazionale e attribuisce il carattere di innocenza alla vittima – portatrice di tutto il diritto – affidandosi a lei (direttamente o indirettamente attraverso la società o la comunità) per poter ristabilire la giustizia.

Risulta interessante a riguardo la storia di Giuda e Tamar in Genesi 38. Non c’è qui lo spazio per un’analisi approfondita della vicenda che ruota attorno al diritto della nuora di Giuda, Tamar, a essere data in moglie al fratello del marito dopo la morte di questo, per poter avere una discendenza. Giuda, invece di adempiere a quest’obbligo nei suoi confronti, la rimanda alla casa del proprio padre. Tamar si traveste allora da prostituta e si unisce a Giuda stesso, che la vede lungo la strada senza riconoscerla. Tamar resta incinta e quando Giuda lo viene a sapere (cfr testo nel riquadro) crede che la donna abbia “tradito” il legame con la famiglia e la condanna a morte. Quando Tamar fornisce le prove di quanto è accaduto, Giuda, invece di trovare scuse o accusarla di raggiro – reazione che non sarebbe poi stata così strana –, ne afferma la “giustizia”, riconoscendone il diritto dinanzi alla propria colpa: lei è più giusta di me!

Genesi 38,24-26
24
Circa tre mesi dopo, fu portata a Giuda questa notizia: «Tamar, tua nuora, si è prostituita e anzi è incinta a causa delle sue prostituzioni». Giuda disse: «Conducetela fuori e sia bruciata!». 25Mentre veniva condotta fuori, ella mandò a dire al suocero: «Io sono incinta dell’uomo a cui appartengono questi oggetti». E aggiunse: «Per favore, verifica di chi siano questo sigillo, questi cordoni e questo bastone». 26Giuda li riconobbe e disse: «Lei è più giusta di me: infatti, io non l’ho data a mio figlio Sela». E non ebbe più rapporti con lei.

Lo stesso processo di confessione della propria colpa e riconoscimento del diritto della “vittima” è al cuore sia della risoluzione della relazione conflittuale tra Saul e Davide (Tu sei più giusto di me, perché mi hai reso il bene, mentre io ti ho reso il male. Oggi mi hai dimostrato che agisci bene con me e che il Signore mi aveva abbandonato nelle tue mani e tu non mi hai ucciso: 1Samuele 24,20-21), sia del riconoscimento del proprio peccato da parte di Davide contro Uria e Betsabea in 2Samuele 12 (per un commento del quale si veda il nostro »Crisi« in Aggiornamenti Sociali, 3 [2011] 231-234).

Responsabilità e relazioni
La Bibbia insiste molto sulla possibilità che il riconoscimento della propria colpa conduca alla verità esistenziale su cui può fondarsi la ricomposizione delle relazioni. Ecco perché l’espressione “fare giustizia” non ha nel linguaggio biblico un significato tendenzialmente giustizialista (quale risuona alle nostre orecchie accompagnato da tutte le immagini, fantasie o disposizioni di legge che puntano a eliminare il colpevole, sul patibolo o rinchiudendolo in cella per poi gettare la chiave). La giustizia, nella Scrittura, non è mai un dato oggettivo, ma è sempre un processo relazionale. Con un’affermazione che richiederebbe ben più corposi approfondimenti per non suonare eccessiva, ci sentiamo di dire con una certa decisione che la Bibbia non è particolarmente interessata a un equilibrio puramente formale tra i piatti della bilancia o a una uguaglianza altrettanto formale tra le parti, ma alla verità capace di ricomporre relazioni spezzate. Non si tratta allora di “fare giustizia”, si tratta di “fare verità”, intesa qui come l’ambito in cui si possano sviluppare o ricomporre le relazioni.
È da qui che si dischiude la possibilità della dinamica della riparazione e del perdono. Ne ritroviamo un esempio di straordinaria potenza nel dialogo tra Gesù e uno dei due malfattori crocifissi con lui narrato dall’evangelista Luca.

Luca 23,39-43
39
Uno dei malfattori appesi alla croce lo insultava: «Non sei tu il Cristo? Salva te stesso e anche noi!». 40Ma l’altro lo rimproverava: «Neanche tu hai timore di Dio e sei dannato alla stessa pena? 41Noi giustamente, perché riceviamo il giusto per le nostre azioni, egli invece non ha fatto nulla di male». 42E aggiunse: «Gesù, ricordati di me quando entrerai nel tuo regno». 43Gli rispose: «In verità ti dico, oggi sarai con me nel paradiso».

Qui sono messe a confronto due logiche: da una parte c’è una giustizia di tipo retributivo, per la quale ciascuno deve ricevere il giusto: questa è rispettata nel caso dei due malfattori, ma non per Gesù, condannato senza aver fatto niente di male. Dall’altra c’è il “fare giustizia” nel senso di “rendere giusto” all’interno di una relazione di comunione, ricostituita o, in questo caso, costituita per la prima volta, dopo il riconoscimento della propria colpa. È quello che accade al cosiddetto “buon ladrone”, a cui è garantita quella che è, a tutti gli effetti, la ricompensa del giusto. Da “non giusto” viene “fatto giusto”. Quello che avviene sulla Croce è il crearsi di una relazione. Quel “sarai con me”, in quella comunione, in quella capacità di “essere-con”, non scavalca la verità né è un semplice colpo di spugna su vicende passate. C’è un profondo senso di giustizia in gioco, che è alla base sia dell’assunzione delle proprie responsabilità, sia del riconoscimento della giustizia dell’altro, e proprio questo apre la possibilità di un rinnovamento radicale della relazione. In tutta questa dinamica, non è centrale la presunzione di una ristrutturazione “morale” della vita, che in modo molto evidente è del tutto preclusa al malfattore crocifisso. Il punto fondamentale sta nella capacità di riconoscere la verità di ciò che è avvenuto: solo questo apre alla promessa di un futuro diverso, in cui si inserisce anche l’impegno di non tornare a compiere lo stesso male.

Ma ciò che è salvifico, nel senso che apre “miracolosamente” a un futuro che non possiamo intravedere da soli, è proprio la capacità di far emergere la verità e affidarla alla parola (cioè a un processo relazionale). Questo è l’antidoto al veleno che la colpa ha immesso nelle relazioni e nel tessuto sociale (dolore, paura, sfiducia, ecc.) e da cui rischiano di rimanere intossicati sia il colpevole (se occulta la propria responsabilità), sia la vittima (se si chiude nel risentimento): l’uno e l’altro rischiano di restare ancorati al male (compiuto e subito), bloccando così la propria vita. Soltanto un processo di assunzione di responsabilità in una dinamica relazionale può rendere reale il risanamento.

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