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Cibi vietati

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Tra gli elementi che più incuriosiscono e talvolta lasciano perplessi nel confronto tra le pratiche delle diverse religioni, un posto di primo piano è certamente occupato dalle regole alimentari: liste di cibi vietati (sempre o in particolari occasioni), vincoli alle modalità di coltivare gli alimenti, macellare gli animali e cuocere i cibi. Tanto ciascuno trova familiari quelle della propria religione, quanto bizzarre appaiono quelle delle altre. Anche la Bibbia ebraica non fa eccezione e le regole alimentari sono una delle modalità con cui essa declina una tematica così ricca a livello simbolico quanto quella del “mangiare”, vera e propria cifra con cui è possibile riassumere l’esistenza umana (a riguardo cfr BITTASI S., «Mangiare e dar da mangiare. Leggere le relazioni sociali attraverso un paradigma biblico», in Aggiornamenti Sociali, 5 [2012] 419-430). Un esame più ravvicinato consentirà di apprezzare il significato più profondo dell’esistenza di queste regole, tutt’altro che folcloristiche, così come – nel prossimo numero della Rivista – quello del loro allentamento da parte della primitiva comunità cristiana.

Aprendo la Bibbia si scopre che il divieto di mangiare un determinato cibo è addirittura il primo comando dato da Dio all’umanità. Subito dopo la creazione dell’uomo, il Signore Dio diede questo comando: «Tu potrai mangiare di tutti gli alberi del giardino, ma dell’albero della conoscenza del bene e del male non devi mangiare, perché, nel giorno in cui tu ne mangerai, certamente dovrai morire» (Genesi 2, 16-17). La successiva violazione di questo precetto, con tutte le sue conseguenze, lascia l’impressione che fin dalle origini l’umanità sia incapace di mantenersi all’interno dei propri limiti e sia fatalmente attratta dalla trasgressione; eppure tutta la Scrittura continua a considerare le prescrizioni alimentari come uno dei pilastri fondamentali della relazione del singolo e del popolo con Dio.

Il sangue
La regola alimentare su cui più insiste la Bibbia è probabilmente la proibizione di mangiare sangue (Genesi 9, 4; Levitico 3, 17; 7, 26; 17, 10-16; 19, 26; Deuteronomio 12, 16.23; 15, 23), al cui rispetto si deve l’invenzione di tecniche di macellazione atte a eliminare completamente il sangue dagli animali uccisi, e di salatura, bruciatura e cottura delle carni prima di poterle mangiare. Una prima ragione che i testi propongono per queste prescrizioni è il legame simbolico tra il sangue e la vita, dono di Dio da rispettare come tale, di cui l’umanità non può farsi padrona: la vita di ogni essere vivente è il suo sangue, in quanto è la sua vita. Perciò ho ordinato agli Israeliti: Non mangerete sangue di alcuna specie di essere vivente, perché il sangue è la vita di ogni carne (Levitico 17, 14). Lo stesso in Deuteronomio: Astieniti dal mangiare il sangue, perché il sangue è la vita; tu non devi mangiare la vita insieme con la carne (12, 23). Il rispetto e l’attenzione per la vita regolano quindi la possibilità da parte dell’umano di avvalersi del mondo animale per il proprio nutrimento.

Interessante a questo riguardo il chiaro richiamo contenuto nel racconto della creazione; in origine all’uomo era consentito cibarsi solo del mondo vegetale. Dio disse: «Ecco, io vi do ogni erba che produce seme e che è su tutta la terra, e ogni albero fruttifero che produce seme: saranno il vostro cibo» (Genesi 1, 29). Dato il carattere violento dell’uccisione di qualunque animale per potersene cibare, non suscita meraviglia che questa eventualità sia esclusa nel “paradiso terrestre”, dove regna un’armonia completa tra tutti i viventi.
L’omicidio di Abele da parte del fratello Caino e il successivo dilagare della violenza e del peccato nella storia del mondo spezzano questa armonia, che la rinnovata alleanza di Dio con gli uomini dopo il diluvio riesce a restaurare solo parzialmente. Infatti, a differenza del regime vigente nel giardino dell’Eden, essa contempla esplicitamente il permesso di mangiare carne. La nuova umanità diventa carnivora per concessione di Dio, fatto di cui il divieto di mangiare sangue sancisce la memoria: Ogni essere che ha vita vi servirà da cibo: vi do tutto questo, come già le verdi erbe. Soltanto non mangerete la carne con la sua vita, cioè con il suo sangue (Genesi 9, 3-4). Al tempo stesso esso custodisce la nostalgia di un mondo radicalmente senza violenza, che diventa figura della pace escatologica alla quale tutta la creazione (animali compresi) è chiamata a partecipare alla fine dei tempi. Forse il più bel testo a questo riguardo è la profezia del capitolo 11 del profeta Isaia (cfr il riquadro qui sotto).

Isaia 11, 6-8
6 Il lupo dimorerà insieme con l’agnello; il leopardo si sdraierà accanto al capretto; il vitello e il leoncello pascoleranno insieme e un piccolo fanciullo li guiderà. 7 La mucca e l’orsa pascoleranno insieme; i loro piccoli si sdraieranno insieme. Il leone si ciberà di paglia, come il bue. 8 Il lattante si trastullerà sulla buca della vipera; il bambino metterà la mano nel covo del serpente velenoso.

Puro e impuro
Il legame tra il sangue e la vita come dono supremo di Dio che l’uomo deve custodire apre la porta anche al secondo motivo che sta alla base delle regole alimentari: Israele deve differenziarsi dalle usanze dei popoli circostanti. Lo sottolineano diversi testi (ad esempio Levitico 19, 26 oppure Ezechiele 33, 25) e a questo si devono probabilmente le lunghe e complesse tassonomie degli animali “puri” (che si possono mangiare) e “impuri” (che non si possono mangiare) in Levitico 11 e Deuteronomio 14.

Deuteronomio 14, 3-20
3 Non mangerai alcuna cosa abominevole. 4 Questi sono gli animali che potrete mangiare: il bue, la pecora e la capra; 5 il cervo, la gazzella, il capriolo, lo stambecco, l’antilope, il bufalo e il camoscio. 6 Potrete mangiare di ogni quadrupede che ha l’unghia bipartita, divisa in due da una fessura, e che rumina. 7 Ma non mangerete quelli che ruminano soltanto o che hanno soltanto l’unghia bipartita, divisa da una fessura: il cammello, la lepre, l’iràce, che ruminano ma non hanno l’unghia bipartita. Considerateli impuri. 8 Anche il porco, che ha l’unghia bipartita ma non rumina, per voi è impuro. Non mangerete la loro carne e non toccherete i loro cadaveri. 9 Fra tutti gli animali che vivono nelle acque potrete mangiare quelli che hanno pinne e squame; 10 ma non mangerete nessuno di quelli che non hanno pinne e squame. Considerateli impuri. 11 Potrete mangiare qualunque uccello puro, 12 ma delle seguenti specie non dovete mangiare: l’aquila, l’avvoltoio e l’aquila di mare, 13 il nibbio e ogni specie di falco, 14 ogni specie di corvo, 15 lo struzzo, la civetta, il gabbiano e ogni specie di sparviero, 16 il gufo, l’ibis, il cigno, 17 il pellicano, la fòlaga, l’alcione, 18 la cicogna, ogni specie di airone, l’ùpupa e il pipistrello. 19 Considererete come impuro ogni insetto alato. Non ne mangiate. 20 Potrete mangiare ogni uccello puro.

Alcuni studiosi, fin dal Medioevo (ad esempio il filosofo e medico ebreo Maimonide nel XII secolo) e soprattutto nel XVIII e XIX secolo, hanno sostenuto che vi fossero motivi igienici alla radice dei tabù alimentari. Senza poterla negare completamente, oggi questa spiegazione pare assai problematica, dato che tali tabù non sono costanti tra i popoli che convivono nelle stesse aree geografiche: basti pensare al caso macroscopico dello speculare trattamento di suini e bovini tra ebraismo e islam, da una parte, e induismo dall’altra. Si preferisce quindi interpretare la diversità nelle regole alimentari come strumento identitario per rimarcare le differenze rispetto ai popoli vicini, portatori di diverse usanze, spesso connesse con culti e rituali legati ad altre divinità. Un esempio particolarmente chiaro riguarda un’altra tra le prescrizioni alimentari bibliche: Non farai cuocere un capretto nel latte di sua madre (Esodo 23, 19). Proprio per evitare di violare questo divieto, anche inconsapevolmente, tra gli ebrei osservanti è vietata qualunque mescolanza tra il latte e i suoi derivati, e la carne, né si possono usare le stesse stoviglie per cuocerli e servirli (anche se in tempi diversi), a meno di lavarli osservando precise regole. Studi documentari e archeologici hanno infatti consentito di scoprire come cibarsi di carni di agnelli o vitelli cotte nel latte delle loro madri facesse parte dei rituali dei culti della fertilità nelle aree mesopotamiche di Ras Shamra e Ugarit, da cui evidentemente la Bibbia intende prendere le distanze.
Del resto il monito a rispettare le regole alimentari, in particolare quelle relative agli animali permessi e proibiti, è spesso accompagnato dal richiamo alla santità del popolo – nel senso di “separazione” dagli altri popoli, non in quello di perfezione morale – come esigenza derivante dalla santità di Dio (nel senso di unicità o diversità rispetto agli dèi degli altri popoli). Non rendetevi impuri con essi [gli animali impuri] e non diventate, a causa loro, impuri. Perché io sono il Signore, vostro Dio. Santificatevi dunque e siate santi, perché io sono santo ... poiché io sono il Signore, che vi ha fatto uscire dalla terra d’Egitto per essere il vostro Dio; siate dunque santi, perché io sono santo (Levitico ;11, 44-45; similmente Esodo 22, 30 e Deuteronomio 14, 21, che addirittura permette agli israeliti di vendere animali impuri ai pagani, proprio perché non sono parte del popolo santo di Dio).

Purità alimentare e identità
Se il contenuto concreto delle regole che definiscono purità e impurità è estremamente variabile tra le diverse culture umane, paiono invece una costante i fenomeni psicologici e sociologici conseguenti alla visione di un mondo popolato dalla purità e dall’impurità. Le prescrizioni alimentari infatti svolgono un ruolo di barriera contro l’anomia religiosa e di criterio di regolamentazione del vivere quotidiano – e che cosa più dell’atto del mangiare si presta a mantenere un quotidiano riferimento al divino, come ci dice anche l’uso di cominciare e terminare i pasti con una preghiera di benedizione? –; inoltre assumono inevitabilmente il carattere di elemento di differenziazione rispetto ad “altri” che hanno regole e abitudini differenti, visto che rappresentano un significativo ostacolo a quella fondamentale forma di comunione che è la condivisione del cibo alla stessa tavola. L’esempio forse più notevole del carattere identitario delle categorizzazioni alimentari è dato dall’induismo e dal suo rigido sistema di distinzione in caste. Più ci si colloca in basso nella scala delle caste, meno si hanno proibizioni alimentari. Se così le caste più “alte”, al vertice della struttura sociale, non solo sono vegetariane, ma spesso selezionano anche i soli vegetali “puri”, le caste inferiori posso mangiare praticamente tutto. Il concetto di “purezza rituale” delle caste superiori è così potente nella stigmatizzazione delle caste inferiori e dei fuori-casta (gli “intoccabili”, o dalit) che non è lecito mangiare nulla che sia stato preparato o toccato da qualcuno di casta inferiore alla propria. Il cibo quindi e la sua classificazione secondo criteri di purità conducono anche a una differenziazione sociologica di carattere identitario, tendente a “separare”, “distinguere” un particolare gruppo umano da quelli in mezzo ai quali vive. Anche nel caso delle regole alimentari, il valore dell’affermazione dell’identità, ad esempio quella legata alla relazione con il proprio dio (“purità” rituale), può prestarsi al cortocircuito che la apre alle dinamiche di esclusione e conflitto che segnano le relazioni tra i popoli e i gruppi umani.

Un recente studio dello storico e sociologo francese Pierre Birnbaum (La République et le cochon, Seuil, Parigi 2013) ha riproposto un serio dibattito sulla possibilità di coesistenza tra diverse metodologie di macellazione nell’odierna società multietnica. La questione era prepotentemente venuta alla ribalta nella campagna per le elezioni presidenziali francesi del 2012, sia in merito alla questione dell’etichettatura delle carni macellate secondo le prescrizioni halal (islamiche) e kosher (ebraiche), con i conseguenti rischi di stigmatizzazione delle minoranze, sia in seguito alle affermazioni dell’allora primo ministro François Fillon, secondo cui le religioni dovrebbero «riflettere sul mantenimento di tradizioni che non hanno più nulla a che fare con l’attuale stato della scienza, della tecnologia e i problemi di igiene pubblica. Siamo in un Paese moderno e queste tradizioni ancestrali non corrispondono più alla situazione attuale» (cfr <http://lci.tf1.fr/politique/elections-presidentielles/les-propos-de-fillon-sur-la-viande-halal-et-casher-irritentle-7039316.html>). Dopo il percorso di queste pagine è chiaro il motivo per cui si riaccende il dibattito sulle regole alimentari in Paesi in cui la difesa dell’identità (ad esempio nei confronti dell’immigrazione) diventa un potente catalizzatore di consenso elettorale. Del resto la storia ci insegna come attorno al cibo si siano anche giocate le più feroci persecuzioni. Lo testimonia la Bibbia stessa, in particolare con i casi di ebrei obbligati a mangiare carne di maiale (1Maccabei 1, 62-67; 2Maccabei 6, 18ss.; Tobia 1, 10-11), animale divenuto sotto questo aspetto simbolico. Ma va anche ricordato che nel periodo più buio della Rivoluzione francese fu proibito, pena la prigione, di vendere e consumare pesce il venerdì, con il chiaro proposito di ostacolare la prassi cattolica di non mangiare carne in tale giorno.

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