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Abusi di potere

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Abusi di potere
La Bibbia frequentemente tratta del potere e del suo uso da parte di chi lo detiene. Non è possibileripercorrere qui tutti i testi dedicati a questo tema o cercare di estrapolarne una visione organica, mal’abbondanza dei riferimenti ci fa rendere conto di come la questione sia antica e fin dalle origini problematica, proprio per la “tentazione” che il potere sembra inevitabilmente rinchiudere: quella di valicarne i limiti e abusarne a proprio vantaggio. Così, se le costituzioni moderne cercano di contenere questo rischio tramite il ricorso al principio della separazione fra i poteri e a meccanismi di pesi econtrappesi (checks and balances), nell’antichità l’esercizio del potere era posto sotto la diretta tutela della divinità, a cui competeva la tutela del popolo contro gli abusi – in qualche modo considerati inevitabili –tramite la minaccia di castighi divini per chi li commettesse.
In questa linea si colloca anche il sospetto radicale nei confronti del potere cui dà voce il testo biblico. Oltre agli abusi nei confronti dei sudditi, in un contesto rigidamente monoteistico quale quello del popolo di Israele l’esercizio del potere presentava anche il rischio del sacrilegio, cioè del fatto che il governante si mettesse al posto di Dio, dato anche che la cultura dei popoli vicini era solita divinizzare i sovrani.
Questo sospetto nei confronti del potere appare con forza nel momento dell’istituzione della monarchia. In un primo momento il popolo di Israele, insediato nella Terra promessa dopo la liberazione dalla schiavitù egiziana, era costituito dall’insieme delle tribù guidate da leader, noti come “giudici”, riconosciuti in base al valore e alla capacità di obbedire alla volontà di Dio. Ma a un certo punto prevale il desiderio di avere un re come avviene per tutti i popoli […] Saremo anche noi come tutti i popoli, il nostro re ci farà da giudice, uscirà alla nostra testa e combatterà le nostre battaglie (1Samuele 8, 5.20). Le varie tribù si unirono dapprima sotto Saul, poi sotto Davide e la sua dinastia, ma le parole del profeta-giudice Samuele (cfr riquadro) mostrano tutta l’ambiguità di una simile operazione.

1Samuele 8, 11-18
11 «Questo sarà il diritto del re che regnerà su di voi: prenderà i vostri figli per destinarli ai suoi carri e ai suoi cavalli, li faràcorrere davanti al suo cocchio, 12 li farà capi di migliaia e capi di cinquantine, li costringerà ad arare i suoi campi, mietere le sue messi e apprestargli armi per le sue battaglie e attrezzature per i suoi carri. 13 Prenderà anche le vostre figlie per farle sue profumiere e cuoche e fornaie. 14 Prenderà pure i vostri campi, le vostre vigne, i vostri oliveti più belli e li darà ai suoi ministri. 15 Sulle vostre sementi e sulle vostre vigne prenderà le decime e le darà ai suoi cortigiani e ai suoi ministri. 16 Vi prenderà i servi e le serve, i vostri armenti migliori e i vostri asini e li adopererà nei suoi lavori. 17 Metterà la decima sulle vostre greggi e voi stessi diventerete suoi servi. 18 Allora griderete a causa del re che avrete voluto eleggere, ma il Signore non vi ascolterà».

Si possono poi leggere le invettive profetiche contro i re e i responsabili del popolo accusati di essere pastori cattivi che sfruttano il gregge per i propri interessi personali, senza alcun riguardo per il bene del popolo (cfr Geremia 23, 1-6; Ezechiele 34; Zaccaria 11, 4-17). Nella Bibbia il ministero profetico ha molto a che fare con il ruolo di “coscienza critica” del potere: Dio, attraverso il profeta, richiama il re al suo dovere in favore del popolo. Tale funzione appare quasi organica nella società del tempo, tanto che almeno alcuni sovrani chinano il capo di fronte all’invettiva del profeta: è ad esempio il caso di Davide nei confronti del profeta Natan dopo l’adulterio con Betsabea (2Samuele 12), o del re Sedecia di fronte a Geremia (Geremia 38).
Anche Gesù ha spesso puntato il dito contro la cattiva gestione del potere sia religioso sia politico, arrivando a dire: Voi sapete che coloro i quali sono considerati i governanti delle nazioni dominano su di esse e i loro capi le opprimono (Marco 10, 42).
Tutto questo deriva non da facile moralismo, ma da una consapevolezza precisa: gli autori sacri sanno bene quanto la gestione del potere sia importante per il bene comune, al punto da consigliare alle comunità la preghiera per i sovrani, anche quando essi sono stranieri o addirittura oppressori del popolo. Il profeta Geremia rivolge tale invito al popolo deportato a Babilonia (29, 4-7), così come in 1Timoteo 2, 1-4 Paolo fa nei confronti delle comunità cristiane che vivono all’interno dell’impero romano in epoche non proprio favorevoli. Sempre per la stessa ragione, perché «ci sia la pace e il bene comune», papa Francesco ha ripetuto l’invito a pregare per i politici e i governanti nell’omelia della Messa mattutina del 16 settembre scorso.

Il caso esemplare del re Acab
Nell’Antico Testamento una figura incarna in modo emblematico la parabola che va dalla legittima acquisizione del potere alla modifica dei suoi limiti legali, fino all’abuso, all’usurpazione, alla violenza e all’oppressione: si tratta del re Acab, il cui ciclo si intreccia strettamente con la vicenda del profeta Elia. Circa settant’anni dopo la morte di Salomone e la separazione tra il regno di Israele a nord e quello di Giuda a sud, Acab divenne re di Israele. Rimase al potere per più di vent’anni (dall’874 all’852 a.C.) e fu forse il sovrano che più seppe far fiorire e prosperare il proprioPaese. Gli anni del suo regno furono un periodo di abbondanza e di pace, di alleanze solide con i popoli vicini (attraverso matrimoni, di cui il più importante fu quello con Gezabele, filistea, che permise a Israele di avere il dominio su tutta l’area costiera mediterranea) e di conseguenti stabili relazioni commerciali.
Eppure di lui la Bibbia afferma: nessuno si è mai venduto per fare il male agli occhi del Signore come Acab, perché sua moglie Gezabele l’aveva istigato. Commise molti abomini, seguendo gli idoli (1Re 21, 26-27). Un giudizio tanto negativo nasce da due motivi fondamentali. Il primo è di ordine storico. Nel 721 a.C. il regno di Israele fucancellato per sempre dalle mappe a seguito dell’invasione assira, che ne rase al suolo le città più importanti e occupò l’intero territorio. Motivo di questa distruzione fu proprio la ricchezza e l’importanza che il regno aveva assunto all’interno degli equilibri geopolitici della regione, grazie all’azione di Acab: Israele fa una brutta fine perché ha pensato di poter competere con le superpotenze della regione, anziché rimanere uno Stato umile e piccolo. Il secondomotivo è di ordine teologico. Gli accordi con i re vicini che Acab strinse attraverso matrimoni e alleanze causarono una forte immigrazione di popolazioni pagane, che si portarono dietro le proprie divinità. Sorsero templi dedicati a divinità differenti, minando il monoteismo e allontanando il popolo dal culto del Dio di Israele. La distanza religiosa con Giuda e il Tempio di Gerusalemme si fece sempre più ampia e la conquista assira e la successiva deportazione furono viste come la punizione divina per questo “peccato”. Così ad Acab furono attribuite tutte le possibili nefandezze e nel racconto della sua vicenda i diversi aspetti del deterioramento del corretto esercizio del potere sono sottolineati con ironiche pennellate. Tra i tanti episodi possibili, ci concentreremo su quello della vigna di Nabot (1Re 21), nel quale l’esercizio egoistico del potere diviene arbitrio e violenza omicida.

La vigna di Nabot
1Re 21, 1-19

1 In seguito avvenne questo episodio. Nabot di Izreèl possedeva una vigna che era a Izreèl, vicino al palazzo di Acab, re di Samaria. 2 Acab disse a Nabot: «Cedimi la tua vigna; ne farò un orto, perché è confinante con la mia casa. Al suo posto ti darò una vigna migliore di quella, oppure, se preferisci, te la pagherò in denaro al prezzo che vale». 3 Nabot rispose ad Acab: «Mi guardi il Signore dal cederti l’eredità dei miei padri».
4 Acab se ne andò a casa amareggiato e sdegnato per le parole dettegli da Nabot di Izreèl, che aveva affermato: «Non ti cederò l’eredità dei miei padri!». Si coricò sul letto, voltò la faccia da un lato e non mangiò niente. 5 Entrò da lui la moglie Gezabele e gli domandò: «Perché mai il tuo animo è tanto amareggiato e perché non vuoi mangiare?». 6 Le rispose: «Perché ho detto a Nabot di Izreèl: “Cedimi la tua vigna per denaro, o, sepreferisci, ti darò un’altra vigna” ed egli mi ha risposto: “Non cederò la mia vigna!”». 7 Allora sua moglie Gezabele gli disse: «Tu eserciti così la potestà regale su Israele? Àlzati, mangia e il tuo cuore gioisca. Te la farò avere io la vigna di Nabot di Izreèl!». 8 Ella scrisse lettere con il nome di Acab, le sigillò con il suo sigillo, quindi le spedì agli anziani e ai notabili della città, che abitavano vicino a Nabot. 9 Nelle lettere scrisse: «Bandite un digiuno e fate sedere Nabot alla testa del popolo. 10 Di fronte a lui fate sedere due uomini perversi, i quali l’accusino: “Hai maledetto Dio e il re!”. Quindi conducetelo fuori e lapidatelo ed egli muoia». 11 Gli uomini della città di Nabot, gli anziani e i notabili che abitavano nella sua città, fecero come aveva ordinato loro Gezabele, ossia come era scritto nelle lettere che aveva loro spedito.[…] 14 Quindi mandarono a dire a Gezabele: «Nabot è stato lapidato ed è morto». 15 Appena Gezabele sentì che Nabot era stato lapidato ed eramorto, disse ad Acab: «Su, prendi possesso della vigna di Nabot di Izreèl, il quale ha rifiutato di dartela in cambio di denaro, perché Nabot non vive più, è morto». 16 Quando sentì che Nabot era morto, Acab si alzò per scendere nella vigna di Nabot di Izreèl a prenderne possesso.
17 Allora la parola del Signore fu rivolta a Elia il Tisbita: 18 «Su, scendi incontro ad Acab, re d’Israele, che abita a Samaria; ecco, è nella vigna di Nabot, ove è sceso a prenderne possesso. 19 Poi parlerai a lui dicendo: “Così dice il Signore: Hai assassinato e ora usurpi!”. Gli dirai anche: “Così dice il Signore: Nel luogo ove lambirono il sangue di Nabot, i cani lambiranno anche il tuo sangue”».

Il brano si apre con la richiesta del re di acquistare – cioè di entrare in possesso in modo legale – una vigna che confinava con il suo palazzo. Le condizioni proposte sono quanto mai favorevoli al suo proprietario, Nabot: ti darò una vigna migliore di quella oppure, se preferisci, te la pagherò in denaro al prezzo che vale (21, 2). Il rifiuto di vendere da parte di Nabot si radica nella concezione della terra come proprietà di Dio, di cui ciascuna porzione o appezzamento rappresenta l’“eredità” data a ogni famiglia delle diverse tribù che componevano il popolo. Così la legge vietava di alienare in perpetuo la proprietà terriera attraverso una vendita (cfr Levitico 25, 23-38; Numeri 36, 7). Di fronte a una ragione tanto seria, la reazione di Acab al rifiuto di Nabot è sorprendente. Il testo descrive il capriccio di un bambino cui il genitore ha negato qualcosa: Si coricò sul letto, voltò la faccia da un lato e non mangiò niente (21, 4). Anche il modo in cui è narrato il colloquio tra il re e sua moglie Gezabele contribuisce a ridicolizzare la figura di Acab.
Il punto saliente del brano è la frase che Gezabele rivolge al marito, che manifesta una precisa visione del potere: Tu eserciti così la potestà regale su Israele? Àlzati, mangia e il tuo cuore gioisca. Te la farò avere io la vigna di Nabot di Izreèl! (21, 7). La domanda investe proprio il senso del potere; ma in che cosa dovrebbe consistere l’esercizio della regalità in Israele? Esattamente nell’osservanza delle leggi divine che regolano la vita del popolo. Trasponendo la domanda nel nostro tempo, l’esercizio del potere civile e politico dovrebbe essere la tutela e l’osservanza dei dettati costituzionali: non è questo che si giura quando si prende possesso di cariche istituzionali? La visione di Gezabele invita invece a considerare la potestà regale come un’autorità assoluta (slegata da qualunque principio superiore alla volontà del sovrano), l’arbitrio di poter avere qualunque cosa si voglia per il solo fatto di essere re.
Per mostrare ad Acab “come si fa a fare veramente il re”, Gezabele prende in mano la situazione e, in maniera del tutto irrituale e illegale, si sostituisce al sovrano: non senza una marcata ironia, il primo passo diAcab verso la “vera regalità” è quello di essere di fatto spodestato. Gezabele infatti scrisse lettere con il nome di Acab, le sigillò con il suo sigillo, quindi le spedì agli anziani e ai notabili della città, che abitavano vicino a Nabot (21, 8).
Questi notabili si fanno complici di quello che appare come il volere del sovrano, anche se il testo indica con chiarezza come fossero consapevoli di chi stava dietro a quelle lettere – è a Gezabele che comunicano di avere obbedito (cfr 21, 14) –, e uccidono Nabot come bestemmiatore. Si tratta dell’elemento cruciale su cui si regge il piano ordito da Gezabele: infatti è proprio il carattere religioso dell’accusa a spezzare il legame sacro tra quella vigna e la famiglia di Nabot, che perde così ogni diritto sulla propria eredità. Per questo la proprietà non passa agli eredi di Nabot, ma al re in quanto garante sommo del rapporto tra Dio e popolo che è alla base del dono della terra. Il complotto ordito da Gezabele consegna la vigna nelle mani di Acab non solo in virtù di un omicidio, ma in forza dell’abuso della legislazione biblica, che il re aveva invece il compito di proteggere. L’abuso del potere sta tanto nel togliere di mezzo Nabot, quanto nel mettersi al di sopra della legge, pervertendone il senso.
Il testo biblico termina con la condanna di Acab e Gezabele da parte di Dio per bocca del profeta Elia, ma per la nostra riflessione vale la pena evidenziare quanti siano gli attori coinvolti nel processo che permette al leader di soddisfare i propri capricci: tutti giocano la loro parte non solo per raggiungere lo scopo (come i complici delle organizzazioni criminali che tramano furti e omicidi), ma soprattutto per legittimare (cioè far apparire rispettoso della legge) quello che in realtà è un abuso di potere e un sopruso violento. L’unico obiettivo che pare guidare tutti è quello che Gezabele esprime dicendo: Àlzati, mangia e il tuo cuore gioisca.La corte si mobilita per assecondare il re, per farlo contento, sottoponendosi alla logica della “schiavitù”intrinseca alla visione assoluta del potere.

La domanda di Gezabele sulla potestà regale di Acab è veramente il punto centrale del racconto: in che cosa consiste esattamente il potere? Come lo si esercita? Altrettanto cruciali sono le domande che nascono dalla lettura del racconto: perché è così facile trovare persone disposte a sottostare ai capricci del potente, facendosi complici dei suoi abusi? Solo al profeta compete la tutela della corretta comprensione del potere come servizio del bene comune e dei diritti dei cittadini? E chi oggi si deve far carico di tale compito profetico? Si tratta di domande che, passando dall’epoca di Acab alla nostra, non perdono affatto attualità e interpellano la nostra coscienza civile come quella degli uomini di ogni tempo e luogo.

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