La crisi, un’opportunità che aspettavamo da anni per creare un nuovo modello di riferimento

25/09/2013

«È proprio nei momenti di crisi che Dio chiama i pastori a “risvegliare” il suo popolo». Si è aperta con queste parole l’Assemblea annuale del Jsn, dal 13 al 15 settembre a Roma. Il compito di collocare il tema prescelto – «Riprogettare il Welfare in tempo di crisi» – in un orizzonte spirituale e di senso, è stato affidato a don Mario Torcivia.

Profondo conoscitore di don Pino Puglisi, di cui proprio il 15 settembre ricorreva il ventesimo anniversario dell’uccisione da parte della mafia, don Mario ha avuto un ruolo decisivo nel processo di beatificazione del parroco di Brancaccio, avendo dimostrato che la sua uccisione è stata compiuta in odio alla fede e non meramente per motivi socio-politici. «Perché – ha spiegato il sacerdote siciliano – la coerenza di vita e la testimonianza evangelica portano sempre con sé la persecuzione e spesso questa chiede la disponibilità al martirio. Don Pino ci ricorda che c’è una sana ed evangelica indignazione che il cristiano deve provare verso l’ingiustizia».

Temi ripresi nella mattinata di sabato dallo stesso don Mario, che è entrato più in profondità nel racconto di come l’opera di don Puglisi – anche nelle esperienze precedenti a quella di Palermo – fosse efficace nello scardinare le tipiche dinamiche mafiose, basate sul controllo del territorio, ma soprattutto delle coscienze e delle intelligenze. «L’evangelizzazione va di pari passo con la promozione umana: questo don Pino lo aveva capito ben prima che, nel 1976, la Cei pubblicasse un documento sul tema. Alla mafia interessa che in un quartiere non ci sia nulla, nessun servizio sociale, nessun doposcuola, nessun centro per anziani. Lui invece arriva a Brancaccio e crea occasioni di incontro e conoscenza reciproca con la “Palermo bene”, apre un centro per anziani, usa lo sport per insegnare ai ragazzi che esistono le regole e che vanno rispettate. Nell’ambito liturgico rompe con tradizioni consolidate che erano anch’esse una forma di controllo mafioso. Anni dopo un pentito sintetizzerà così il motivo della sua esecuzione: “Questo prete non faceva il prete”. Ecco, don Puglisi ha sgretolato l’immagine di Chiesa e di Dio che aveva e ha la mafia, per questo è stato ucciso. E per questo oggi è beato e martire. Ora però la prassi, anche quella ecclesiale, deve cambiare, non abbiamo più scuse».

L’intenso intervento di don Torcivia è stato seguito da altre due voci del Sud Italia. Vincenzo Linarello ha raccontato il percorso del Consorzio Goel, di cui è uno dei fondatori. Nato nel 2003 su impulso di mons. Bregantini, allora vescovo della Locride, Goel è un progetto in cui la dimensione economica si pone al servizio di un desiderio di cambiamento sociale, guidato da parole chiave come: libertà, democrazia, sussidiarietà, legalità. «Siamo partiti da un’analisi della situazione – ha spiegato Linarello -. In Calabria le persone sono spesso paralizzate da un senso di ineluttabilità, c’è inoltre una precarietà che è ormai diventata una forma di dipendenza, direi quasi un progetto di vita. E il progettista è la ‘Ndrangheta. Allora abbiamo cercato di dare una scossa, creando una sorta di “incubatore di impresa”: sono arrivati tantissimi progetti di casalinghe, operai, contadini. Un altro dato di fatto era che non esisteva un modello di impresa, ma abbiamo capito che questo non era un limite ma un’opportunità: abbiamo potuto decidere noi quale tipo di impresa promuovere e abbiamo cercato di valorizzare progetti non immediatamente legati al mercato, ma più aderenti al Vangelo, alla sostenibilità del territorio, alla tutela delle persone svantaggiate. Così sono nate comunità di accoglienza, un centro di produzione multimediale, un tour operator, una cooperativa di tessuti pregiati, e tante altre cose».

Vincenzo ha terminato il suo intervento quasi con una scossa: «Dobbiamo smetterla di lamentarci della crisi e pensare che la crisi invece ha abbattuto un sistema malato che sembrava incrollabile. Ora abbiamo l’opportunità straordinaria di mostrare che c’è un’alternativa».

Alternativa che si cerca di percorrere anche al di là dello Stretto, con l’esperienza della Fondazione di Comunità di Messina, presentata da Gaetano Giunta. Dopo un’introduzione di taglio più teorico, sulla inadeguatezza del modello dominante di sviluppo nel ridurre la disuguaglianza e l’ingiustizia sociale, Giunta ha illustrato i presupposti di fondo su cui è nato il lavoro della Fondazione: il concetto di “distretto sociale evoluto”, l’idea di mercato come bene relazionale inclusivo, le possibili connessioni tra costruzione di capitale sociale, promozione umana e tutela ambientale. Su queste basi teoriche e grazie al coinvolgimento di partner come Caritas italiana, Fondazione per il Sud e Banca Etica, la Fondazione di Comunità ha dato vita a piccoli grappoli (cluster) di imprenditoria definiti anche “microclimi generativi”: la Fondazione Horcynus Orca, attiva nell’ambito della ricerca scientifica e nella valorizzazione dell’ecosistema, unico al mondo, dello Stretto di Messina, un consorzio nel settore delle energie rinnovabili, una fondazione antiusura, ecc.

Una mattinata, dunque, dedicata all’ascolto di esperienze di innovazione e creatività nel Welfare, che, come è stato sottolineato nei piccoli gruppi di condivisione e scambio, ha rappresentato un benefico momento di incoraggiamento e «consolazione» rispetto alle tante difficoltà che le varie realtà del Jsn sperimentano nei loro territori.

Il pomeriggio si è invece maggiormente focalizzato sull’inevitabile confronto con i limiti e la complessità dell’attuale sistema di Welfare: prima Floriana Cerniglia, docente di Scienza delle Finanze alla Bicocca di Milano e tra i curatori del volume sui Liveas prodotto dal Jsn (Diritti in costruzione, Bruno Mondadori 2012), ha illustrato i numeri della spesa per lo Stato sociale in Italia, con interessanti analisi sui modi in cui questa spesa viene distribuita (tra Nord e Sud del Paese ma anche tra vari settori quali previdenza, assistenza, istruzione, ecc.)e sulla sua inefficacia in termini di redistribuzione del reddito e di lotta alla povertà. Successivamente Francesco Marsico, responsabile Area nazionale della Caritas italiana, ha presentato i contenuti della proposta sul “Reddito di inclusione sociale”, proposta elaborata insieme alle Acli e verso la quale il governo in carica ha avuto importanti segnali di attenzione. «Un’alleanza contro la povertà», come l’ha definita Marsico, nella quale è stato chiesto anche un coinvolgimento attivo del Jsn.

A chiusura della giornata si è svolta una tavola rotonda nella quale, coordinate da Stefano Trasatti, direttore dell’agenzia Redattore Sociale, si sono confrontate due donne impegnate in amministrazioni locali: Eldie Tisi, vicesindaco di Torino, e Rita Visini, assessore alle Politiche sociali nella Regione Lazio. Entrambi gli interventi hanno ribadito la necessità di fare uscire il tema del Welfare dalla marginalità di questi anni, poiché esso oggi può e deve essere uno strumento di coesione sociale, coesione altamente a rischio a causa della crisi. Altrettanto condiviso, però, è stato l’allarme sulla incertezza delle risorse e sul sempre incombente rischio che, anche in questo campo, prevalgano interessi di parte. Con le due politiche, a rappresentare il punto di vista della Chiesa direttamente impegnata nel settore della marginalità, don Virginio Colmegna, presidente della Casa della Carità. Nelle sue parole un appello alla politica, ma anche alla interiorità e agli stili di vita di ciascuno di noi: «Il Welfare non può più essere ridotto a testimonianza, a sussidiarietà gestionale, ma deve diventare cultura, capitale sociale, occasione di cambiamento a livello personale, sociale ed ecclesiale».

Stefano Femminis (Direttore Popoli)

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