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Porte aperte

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Uno dei primi interrogativi che la Chiesa primitiva dovette affrontare fu quello che riguardava l’ingresso nella nuova comunità: chi possedeva i requisiti per esservi ammesso? Nel contesto di un gruppo formato da soli ebrei, per lo più galilei, che avevano riconosciuto in Gesù il Messia di Israele (in greco cristo significa unto, lo stesso che l’ebraico mashiah, cioè messia) e creduto alla sua resurrezione dopo la morte in croce, l’interrogativo investe immediatamente la possibilità di “aprire la porta” a chi proviene da una diversa origine, etnica, culturale o religiosa. In forme diverse, è un quesito che si è ripresentato ciclicamente nella storia della Chiesa, ogni volta che la missione di annunciare il Vangelo l’ha messa a contatto con nuove popolazioni: così, dopo la scoperta dell’America, i teologi europei si interrogarono sulla possibilità di amministrare il battesimo agli indigeni del nuovo mondo. La fine dell’epoca delle scoperte geografiche non chiude la questione dell’ingresso nella comunità cristiana, né quella dell’atteggiamento da tenere verso un’alterità che la globalizzazione della multiculturalità sembra portare all’estremo. Per questo il modo in cui la comunità primitiva affronta e risolve il problema continua a essere di grande interesse.

 

Sembra che il primo consistente numero di nuovi discepoli provenisse da un gruppo ben specifico di giudei abitanti a Gerusalemme. Con la costruzione del nuovo enorme Tempio da parte di Erode il Grande, moltissimi ebrei dispersi in tutto il bacino del Mediterraneo decisero di tornare ad abitare a Gerusalemme, oppure di costruirvi una “seconda casa” nella quale trascorrere alcuni periodi dell’anno, esattamente come fanno oggi molti ebrei americani ed europei. La concentrazione di questo nuovo gruppo di abitanti era più elevata proprio nel quartiere dove la tradizione colloca il Cenacolo: il luogo dell’Ultima cena, diventato poi rifugio e sede del gruppo dei primi discepoli, dove avviene anche il miracolo della Pentecoste. Ben si capisce allora perché, proprio narrando la Pentecoste, in Atti 2, 9-11 si dica: Siamo Parti, Medi, Elamiti, abitanti della Mesopotamia, della Giudea e della Cappadocia, del Ponto e dell’Asia, della Frigia e della Panfilia, dell’Egitto e delle parti della Libia vicino a Cirene, Romani qui residenti, Giudei e prosèliti, Cretesi e Arabi, e li udiamo parlare nelle nostre lingue delle grandi opere di Dio.

 

Il gruppo degli ebrei “rimpatriati”, che si esprimevano di preferenza in lingua greca e per questo erano chiamati ellenisti, si dimostrò particolarmente aperto al messaggio di Gesù di Nazareth. La barriera linguistica e culturale fu dunque la prima che la Chiesa delle origini dovette affrontare e superare, con un movimento di progressiva apertura che si rivelerà inarrestabile.

 

Atti degli Apostoli 8, 26-39

26 Un angelo del Signore parlò a Filippo e disse: «Àlzati e va’ verso il mezzogiorno, sulla strada che scende da Gerusalemme a Gaza; essa è deserta». 27 Egli si alzò e si mise in cammino, quand’ecco un Etìope, eunuco, funzionario di Candace, regina di Etiopia, amministratore di tutti i suoi tesori, che era venuto per il culto a Gerusalemme, 28 stava ritornando, seduto sul suo carro, e leggeva il profeta Isaia. 29 Disse allora lo Spirito a Filippo: «Va’ avanti e accòstati a quel carro». 30 Filippo corse innanzi e, udito che leggeva il profeta Isaia, gli disse: «Capisci quello che stai leggendo?». 31 Egli rispose: «E come potrei capire, se nessuno mi guida?». E invitò Filippo a salire e a sedere accanto a lui. 32 Il passo della Scrittura che stava leggendo era questo:

Come una pecora egli fu condotto al macello

e come un agnello senza voce innanzi a chi lo tosa, così egli non apre la sua bocca.

33 Nella sua umiliazione il giudizio gli è stato negato,

la sua discendenza chi potrà descriverla?

Poiché è stata recisa dalla terra la sua vita.

34 Rivolgendosi a Filippo, l’eunuco disse: «Ti prego, di quale persona il profeta dice questo? Di se stesso o di qualcun altro?». 35 Filippo, prendendo la parola e partendo da quel passo della Scrittura, annunciò a lui Gesù. 36 Proseguendo lungo la strada, giunsero dove c’era dell’acqua e l’eunuco disse: «Ecco, qui c’è dell’acqua; che cosa impedisce che io sia battezzato?». 38 Fece fermare il carro e scesero tutti e due nell’acqua, Filippo e l’eunuco, ed egli lo battezzò. 39 Quando risalirono dall’acqua, lo Spirito del Signore rapì Filippo e l’eunuco non lo vide più; e, pieno di gioia, proseguiva la sua strada.

 

Un incontro prodigioso

Proprio un conflitto all’interno della prima comunità cristiana tra il gruppo più tradizionale di lingua ebraica o aramaica e quello più nuovo e molto più numeroso di lingua greca, porterà alla leadership nuove figure, come Stefano, il primo martire del gruppo, e Filippo, che per primo portò il vangelo di Gesù Cristo fuori da Gerusalemme.

L’episodio, con il suo carattere “fiabesco” e soprannaturale, sembra collocarsi nel filone della leggenda: interazione con popoli lontani e un po’ mitologici, presenza di angeli, uno Spirito che sposta “magicamente” l’eroe da un luogo all’altro; probabilmente si vuole sottolineare il diretto intervento divino nella scelta di indirizzare l’annuncio evangelico anche al mondo pagano, fino a quel momento escluso per le norme della purità e del culto che certamente vigevano anche nella primitiva comunità cristiana formata interamente da ebrei.

Filippo è invitato a recarsi sulla strada che va da Gerusalemme a Gaza. L’espressione greca può essere interpretata come indicazione geografica (= a Sud) o temporale (= a mezzogiorno). L’interpretazione temporale, la più immediata, fa risaltare la stranezza della richiesta dell’angelo: la Palestina non è un luogo dove sia prudente mettersi per strada nell’ora più calda del giorno! Infatti la strada è deserta: dunque viene chiesto a Filippo di andare dove meno è probabile incontrare qualcuno, almeno a quell’ora.

Così non suscita meraviglia il fatto che Filippo vi incontri uno dei candidati più improbabili e paradossali per il ruolo di proselito. Per quanto il fascino esotico della pelle scura fosse particolarmente forte nel mondo ellenistico e romano del tempo di Luca e dei suoi lettori, agli occhi di chi abitava sulle rive del Mediterraneo gli etiopi e i nubiani erano gli ultimi abitanti della terra (Odissea 1, 23; Strabone, Geog. XVII,2,1); anche nella Bibbia vengono connotati in questo senso: Salmo 68 (67), 32; Isaia 11, 11-12, Sofonia 3, 10. Dunque colui che Filippo incontra non è un viandante qualsiasi, ma la personificazione stessa di quei confini della terra a cui i discepoli di Gesù sono stati mandati dal loro maestro (Atti 1, 8: di me sarete testimoni a Gerusalemme, in tutta la Giudea e la Samaria e fino ai confini della terra). Nel nostro “villaggio globale” ormai privo di frontiere geografiche, papa Francesco, il pontefice che i cardinali «sono andati a prendere quasi alla fine del mondo», declina questo mandato con il richiamo insistente a dirigersi verso le “periferie esistenziali”, in cui – come vedremo – dimorava anche il misterioso uomo incontrato da Filippo.

 

Isaia 56, 3-5.7

3 Non dica lo straniero che ha aderito al Signore: «Certo, mi escluderà il Signore dal suo popolo!». Non dica l’eunuco: «Ecco, io sono un albero secco!».

4 Poiché così dice il Signore: «Agli eunuchi che osservano i miei sabati, preferiscono quello che a me piace e restano fermi nella mia alleanza,5 io concederò nella mia casa e dentro le mie mura un monumento e un nome più prezioso che figli e figlie; darò loro un nome eterno che non sarà mai cancellato. […]

7 li condurrò sul mio monte santo e li colmerò di gioia nella mia casa di preghiera. I loro olocausti e i loro sacrifici saranno graditi sul mio altare, perché la mia casa si chiamerà casa di preghiera per tutti i popoli».

 

Un uomo a cui è vietato l’accesso

Infatti egli è subito presentato come un eunuco. Questo termine poteva indicare per estensione un alto funzionario (un esempio biblico è Potifar, che in Genesi 39, 1-20 è definito eunuco, ma ha moglie e casa, cioè figli), dato che nel mondo babilonese e assiro (così come in altre culture, quale quella cinese) tale condizione caratterizzava molti funzionari a diretto servizio dei sovrani, non necessariamente con funzioni di custodia sessuale (ad esempio negli harem o a servizio delle mogli dei re). Tuttavia l’insistenza del racconto sul termine (vv. 27.34.36.38.39) conduce a propendere per una sua interpretazione in senso stretto: quest’uomo aveva subito l’evirazione e questa mutilazione, che evidentemente impedisce la circoncisione, gli precludeva la possibilità della piena ammissione nel popolo di Dio (si legga al riguardo Deuteronomio 23, 2). Così come per gli stranieri, per gli eunuchi la possibilità di far parte del popolo di Dio è prospettata solo in chiave escatologica, come si vede ad esempio in Isaia 56, 3-5.7 (nel riquadro) o in Sapienza 3, 14-15. La prassi in vigore all’epoca del Nuovo Testamento era ben lontana dal realizzare questa speranza. L’iscrizione greca che circondava tutta la balaustra che separava l’area sacra all’interno del Tempio, rinvenuta nel 1871, ammoniva: «Nessuno straniero penetri al di là della balaustra e della cinta che circonda l’area sacra. Chi venisse sorpreso sarà causa a se stesso della morte che ne seguirà». L’esistenza del divieto, sotto pena di morte, è confermata anche da vari passi delle opere dello storico del giudaismo, Giuseppe Flavio (Antichità giudaiche, XV, 417; La guerra giudaica, V, 193-194).

Appare chiaro a questo punto come quest’uomo, eunuco e straniero, viva in una condizione di emarginazione permanente e insuperabile, che ben si può descrivere con l’espressione “periferia esistenziale”. Con tutto ciò, ci è presentato come osservante e appassionato delle Scritture. Era venuto a Gerusalemme per il culto (v. 27), anche se gli era vietato parteciparvi pienamente, affrontando un lungo viaggio e spendendo molto denaro per i propri interessi religiosi e spirituali (lo indica anche il fatto di possedere personalmente rotoli biblici, all’epoca estremamente costosi). Lo incontriamo nel suo viaggio di ritorno mentre si interroga su un testo di Isaia che fin dalle origini la Chiesa considera una profezia della passione e morte di Gesù. All’epoca la lettura avveniva sempre ad alta voce (solo nel Medioevo la lettura silenziosa “con i soli occhi” diventerà comune) e questo permette il dialogo con Filippo che apre all’annuncio dell’interpretazione “cristiana” del brano.

 

Una domanda paradossale con una risposta rivoluzionaria

Le parole di Filippo colpiscono il ricco eunuco. Così, proseguendo lungo la strada, giunsero dove c’era dell’acqua e l’eunuco disse: «Ecco, qui c’è dell’acqua; che cosa impedisce che io sia battezzato?» (v. 36). Domanda stupefacente, soprattutto perché la risposta non poteva non apparire scontata ai protagonisti della scena: entrambi sanno bene quale sia lo statuto giuridico e religioso dell’eunuco, visto che in quel momento non esiste ancora un “cristianesimo” che non sia parte del giudaismo. Filippo non è neppure un rabbino autorizzato a dare una interpretazione giuridica della Torah in merito all’ammissibilità di quest’uomo nel popolo di Israele. È vero che una immersione purificatrice nell’acqua era praticata nel mondo giudaico anche per i pagani che si avvicinavano alla fede di Israele e che Giovanni Battista battezzava anche pubblicani (ufficialmente “scomunicati”, in quanto era loro vietato partecipare pubblicamente ai riti o entrare nel Tempio) e pagani (cfr Luca 3, 10-14), e quindi un battesimo di questo genere era senz’altro possibile anche per un eunuco; tuttavia quello di cui si parla qui non è una immersione generica, ma il rito ufficiale di ammissione nella comunità cristiana (Atti 2, 37-42; 8, 12): è questa la prima volta in cui esso viene amministrato a qualcuno che non fa parte del popolo di Israele, anzi, che non potrà mai farne parte. Per la prima volta ci troviamo di fronte a qualcuno che diventa membro della comunità cristiana senza essere ebreo.

Dunque con il battesimo dell’eunuco viene meno la necessità di qualunque prerequisito per l’accesso alla comunità cristiana, se non quello di un’adesione personale interiore e del desiderio di volerlo fare. La domanda dell’eunuco è particolarmente significativa in rapporto alla preoccupazione per le disposizioni previe al battesimo che caratterizzerà il cristianesimo successivo. Questa preoccupazione è testimoniata dal v. 37, che oggi tutti gli esegeti considerano una interpolazione più tarda, in cui si esprimono le “condizioni” di fede per poter essere battezzati: E Filippo disse: «Se credi con tutto il cuore, è possibile». Allora, rispondendo, disse: «Credo che Gesù Cristo è il Figlio di Dio». Nulla di etnico o fisico, ma una condizione interiore legata alla convinzione personale e non a un’approvazione giuridica da parte di terzi.

 

Nessuna «dogana pastorale»

L’episodio del battesimo dell’eunuco testimonia di una vera e propria rivoluzione cultural-religiosa in seno alla prima comunità cristiana. In un mondo in cui l’appartenenza etnica e religiosa erano legate in modo quasi indissolubile (ogni popolo aveva il proprio pantheon), svincolare da ogni prerequisito l’ingresso nella comunità rappresenta un tratto peculiare, che non mancò di generare forti tensioni nei primi due secoli del cristianesimo, ma che rappresentò anche uno dei fattori del suo successo: in una società fortemente stratificata (ricordiamo le divisioni tra patrizi e plebei, ma soprattutto la condizione degli schiavi) la comunità cristiana si strutturava invece sulla proscrizione di ogni discriminazione su base etnica, sociale o di casta e quindi su un anelito di radicale uguaglianza. Con un diverso genere letterario esprimono la medesima convinzione anche gli insegnamenti di Paolo (Tutti voi infatti siete figli di Dio per la fede in Cristo Gesù, poiché quanti siete stati battezzati in Cristo, vi siete rivestiti di Cristo. Non c’è più giudeo né greco; non c’è più schiavo né libero; non c’è più uomo né donna, poiché tutti voi siete uno in Cristo Gesù. E se appartenete a Cristo, allora siete discendenza di Abramo, eredi secondo la promessa, Galati 3, 26-29) e il libro dell’Apocalisse (5, 9 s.). In alcuni Paesi del mondo, in particolare quelli dove ancora vige un sistema fondato su caste, come in Asia meridionale, questo tratto egualitario del cristianesimo rappresenta una forte attrattiva soprattutto tra i gruppi più discriminati, che, come l’eunuco, sperimentano forme di emarginazione insormontabile.

Nella comunità primitiva questa libertà di accesso veniva veicolata tramite l’uso simbolico dell’espressione «aprire la porta»: Paolo e Barnaba riunirono la chiesa e riferirono tutto quello che Dio aveva fatto per mezzo loro e come avesse aperto ai pagani la porta della fede (Atti 14, 27). Questa stessa immagine è stata usata recentemente da papa Francesco in un’omelia che ha avuto notevole risonanza (25 maggio 2013), in cui ha sottolineato l’importanza che la Chiesa sia una comunità accogliente e non richiusa su requisiti burocratici di accesso. A volte, ha ricordato il Papa, persone in situazioni esistenziali particolari che si avvicinano ai sacerdoti, «trovano la porta chiusa». Spesso i ministri sacri sono «controllori della fede invece di diventare facilitatori della fede della gente». Si tratta di una tentazione, «quella di impadronirci, di appropriarci del Signore. Gesù ha istituito sette sacramenti e noi con questo atteggiamento istituiamo l’ottavo, il sacramento della dogana pastorale».

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