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La famiglia, realtà economica e sociale. Un percorso nell’insegnamento della Chiesa

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Nel lungo sviluppo del magistero sociale, il tema della famiglia viene affrontato assai spesso a partire dalla base economica della vita di ogni famiglia e dalla sua importanza come comunità di solidarietà all’interno della società. Questo approccio, e anche un linguaggio che reca traccia dell’epoca in cui i diversi documenti sono stati elaborati, sembrano stridere con il modo in cui siamo abituati ad affrontare oggi il tema: seguire il percorso della dottrina sociale sulla famiglia richiede dunque una certa fatica. Ma si radica qui anche la sua sorprendente attualità: quante famiglie vanno in crisi perché non riescono ad arrivare “alla fine del mese”? Come valorizzare, in una società che punta sull’individuo, i legami e le complementarità proprie della famiglia? Proprio al suo ruolo e alla sua vocazione sociale è dedicata la 47ª Settimana sociale dei cattolici italiani, «Famiglia, speranza e futuro per la società italiana» (Torino, 12-15 settembre 2013).

Lungi da ogni approccio moralistico o sentimentale, la dottrina sociale della Chiesa affronta il tema della famiglia attraverso la sua realtà economica e il suo ruolo sociale. Infatti, già nel 1891 la Rerum novarum inseriva le affermazioni dedicate alla famiglia (cfr RN, n. 9) tra i paragrafi dedicati al lavoro, alla proprietà privata, al patrimonio familiare e al giusto salario. Questa considerazione della realtà economica e sociale della famiglia è un aspetto misconosciuto della dottrina sociale: la relazione tra famiglia, lavoro e riposo – se ne parla oggi in termini di conciliazione – è presente in quasi tutti i testi del magistero sociale.

Soltanto a partire dagli anni ’60, con la comparsa della contraccezione artificiale e la contestazione del modello di famiglia tradizionale, le questioni di morale sessuale si intrecciano con il discorso sociale ed eclissano il realismo economico e sociale, di cui la Chiesa continua tuttavia a dare prova. L’enciclica Laborem exercens (1981) sottolinea proprio l’intimo legame tra realtà economica e ruolo sociale della famiglia: «Il lavoro è il fondamento su cui si forma la vita familiare, la quale è un diritto naturale e una vocazione dell’uomo. Questi due cerchi di valori – uno congiunto al lavoro, l’altro conseguente al carattere familiare della vita umana – devono unirsi tra sé correttamente, e correttamente permearsi. Il lavoro è, in un certo modo, la condizione per rendere possibile la fondazione di una famiglia, poiché questa esige i mezzi di sussistenza, che in via normale l’uomo acquista mediante il lavoro. Lavoro e laboriosità condizionano anche tutto il processo di educazione nella famiglia, proprio per la ragione che ognuno “diventa uomo”, fra l’altro, mediante il lavoro, e quel diventare uomo esprime appunto lo scopo principale di tutto il processo educativo» (LE, n. 10).

La realtà economica condiziona l’esistenza di una vita familiare degna di questo nome e il modo in cui la famiglia può assumere il proprio ruolo sociale attraverso l’educazione e la creazione di legami. Questo ruolo sociale è primordiale per la società, perciò la famiglia deve poggiare su un impegno forte da parte dei coniugi ed essere sostenuta dai poteri pubblici. È questo il nucleo centrale dell’insegnamento sociale della Chiesa riguardante la famiglia.

1. La famiglia come realtà economica

La famiglia non vive solo di amore. La miseria o condizioni di vita troppo faticose le impediscono di svolgere il suo ruolo e ne provocano la disintegrazione. Perciò il magistero sociale della Chiesa mira a favorire migliori condizioni di vita per le famiglie povere, che consistono in un giusto salario e nell’accesso alla proprietà privata.

a) L’esigenza del giusto salario

Ogni lavoratore deve percepire un giusto salario che gli permetta di vivere e di mantenere la propria famiglia. Tale esigenza risuona di continuo nell’insegnamento pontificio, dalla Rerum novarum alla Caritas in veritate (2009). I testi del magistero si rendono conto della difficoltà di ottenere ciò che sembra una esigenza elementare di giustizia sociale. Già nel 1891 Leone XIII aveva denunciato la tentazione del datore di lavoro di sfruttare la miseria umana (cfr RN, n. 17) e sottolineato il rischio per il lavoratore di accettare una remunerazione troppo bassa: di conseguenza aveva giudicato legittimo l’intervento dei sindacati o dello Stato per tutelare gli interessi dei lavoratori. Successivamente, nel 1931 Pio XI pose tre condizioni per la determinazione del giusto salario: la sussistenza del lavoratore e della sua famiglia, la situazione dell’impresa e le esigenze del bene comune (cfr QA, nn. 76-82). Le medesime condizioni furono richiamate ancora da Pio XI nel 1937 (cfr Divini Redemptoris, n. 52) e da Pio XII nel 1941 (RM Pentecoste 1941, n. 19).

Nel 1961 Giovanni XXIII riprende i criteri indicati da Pio XI e riafferma: «la retribuzione del lavoro, come non può essere interamente abbandonata alle leggi di mercato, così non può essere fissata arbitrariamente; va invece determinata secondo giustizia ed equità. Il che esige che ai lavoratori venga corrisposta una retribuzione che loro consenta un tenore di vita veramente umano e di far fronte dignitosamente alle loro responsabilità familiari» (Mater et magistra, n. 71). Affermazioni equivalenti si trovano altrove nel magistero di Giovanni XXIII (cfr Pacem in terris, n. 20), nel Concilio Vaticano II (cfr Gaudium et spes, n. 67) e in Giovanni Paolo II (cfr LE, n. 19 e Centesimus annus, n. 8). Infine, Benedetto XVI svilupperà nel 2009 il significato del termine “dignitoso” applicato al lavoro: «un lavoro che consenta di soddisfare le necessità delle famiglie e di scolarizzare i figli, senza che questi siano costretti essi stessi a lavorare»; e ancora: «un lavoro che lasci uno spazio sufficiente per ritrovare le proprie radici a livello personale, familiare e spirituale» (CV, n. 63). Si tratta quindi di un vero e proprio filo rosso che attraversa tutto il magistero sociale della Chiesa.

b) L’importanza della proprietà privata

Ma il realismo economico non si ferma alla domanda del giusto salario: la Chiesa insiste anche sull’importanza della proprietà privata per la famiglia. I primi testi della dottrina sociale la presentano come una garanzia contro gli imprevisti della vita in un’epoca in cui non esistevano sistemi di sicurezza sociale. Già nel 1891 la Rerum novarum aveva invocato uno sviluppo del risparmio e della propensione alla proprietà nelle masse popolari per ridurre le disuguaglianze sociali (cfr n. 35), preoccupazione ripresa nel 1931 dalla Quadragesimo anno, in cui si esprimeva l’auspicio che i lavoratori «con la economia aiutino il loro avere, e amministrando con saggezza l’aumentata proprietà possano più facilmente e tranquillamente sostenere i pesi della famiglia» (QA, n. 68), anche con la trasmissione dell’eredità.

L’istituzione dei sistemi di sicurezza sociale diminuisce l’incertezza delle famiglie: per questo la Chiesa la vede con favore (cfr DR, n. 52), ma continua a difendere l’importanza della proprietà privata quale mezzo per lottare contro la povertà, come garanzia della dignità e della libertà dell’uomo, della stabilità familiare e della pace sociale, a condizione che essa sia accessibile al maggior numero di soggetti possibile (cfr MM, nn. 111-115). La Chiesa insiste sul legame tra proprietà privata e libertà: «La proprietà privata o un qualche potere sui beni esterni assicurano a ciascuno una zona indispensabile di autonomia personale e familiare e bisogna considerarli come un prolungamento della libertà umana. Infine, stimolando l’esercizio della responsabilità, essi costituiscono una delle condizioni delle libertà civili» (GS, n. 71). Ma il testo conciliare si preoccupa anche di ricordare che la proprietà non è un diritto assoluto: «Ogni proprietà privata ha per sua natura anche un carattere sociale, che si fonda sulla comune destinazione dei beni» (ivi).

2. Il ruolo sociale della famiglia

I primi testi del magistero sociale davano tutto sommato per scontate la funzione più evidente della famiglia (la trasmissione delle competenze fondamentali della vita) e la sua collocazione al centro di una rete sociale che non aveva nulla di virtuale. Ma, con la crescita dell’individualismo e la contestazione del modello di famiglia tradizionale, a partire dagli anni ’60 i documenti dedicano maggiore spazio a ciò che la famiglia apporta alla società.

Nel 1965 il Concilio Vaticano II afferma che dalla famiglia «trae origine la vita sociale» (GS, n. 32) e che essa è «una scuola di arricchimento umano» (ivi, n. 52). Sottolinea come essa assicuri l’apprendimento del vivere insieme in quanto luogo in cui «le diverse generazioni si incontrano e si aiutano vicendevolmente a raggiungere una saggezza umana più completa e ad armonizzare i diritti della persona con le altre esigenze della vita sociale» (ivi). La Chiesa presta ascolto anche alla contestazione del modello tradizionale di famiglia e all’aspirazione a una maggiore libertà personale: «l’uomo non è se stesso che nel suo ambiente sociale, nel quale la famiglia gioca un ruolo primordiale. Ruolo che, secondo i tempi e i luoghi, ha potuto anche essere eccessivo, quando si è esercitato a scapito di libertà fondamentali della persona» (Populorum progressio, n. 36).

La tensione tra il desiderio di una sempre maggiore libertà personale e le costrizioni della vita familiare muta la percezione che si ha di quest’ultima, oggi sentita come una rete al servizio dello sviluppo personale di ciascuno. Il suo ruolo sociale è stato molto trascurato. Già nel 1971 il Sinodo dei Vescovi ri­teneva che esso fosse solo raramente e in forma insufficiente riconosciuto dai poteri pubblici (cfr Iustitia in mundo, n. 28). Nei vari testi è possibile rilevarne alcuni aspetti: la famiglia assicura la prima educazione alla giustizia (cfr ivi, n. 57), costituisce la prima scuola di lavoro (cfr LE, n. 10), al suo interno «l’uomo riceve le prime e determinanti nozioni intorno alla verità e al bene, apprende che cosa vuol dire amare ed essere amati e, quindi, che cosa vuol dire in concreto essere una persona» (CA, n. 39). La famiglia costituisce una comunità di lavoro e di solidarietà poiché apre a «un concreto impegno di solidarietà e di carità, il quale inizia […] all’interno della famiglia col mutuo sostegno degli sposi e, poi, con la cura che le generazioni si prendono l’una dell’altra» (ivi, n. 49). Questa solidarietà rischia di non essere più garantita quando le famiglie diventano troppo piccole (cfr CV, n. 44).

Per adempiere al proprio ruolo sociale la famiglia deve godere di una stabilità che solo il matrimonio assicura. Fin dal 1965 la Gaudium et spes evidenzia gli attacchi e le deformazioni di cui esso è oggetto, richiamandone le caratteristiche: una comunità di vita e di amore, il consenso libero e irrevocabile degli sposi, l’esigenza di una fedeltà integrale e l’accoglienza dei nascituri; afferma poi: «In vista del bene dei coniugi, della prole e anche della società, questo legame sacro non dipende dall’arbitrio dell’uomo» (GS, n. 48), fissando un limite alla libertà personale nell’interesse del bene comune. Questo richiamo non è stato ascoltato: da allora l’instabilità coniugale si è aggravata, anche a motivo della precarietà che domina ormai in tutta la vita sociale. Benedetto XVI sottolinea questo pericolo: «quando l’incertezza circa le condizioni di lavoro, in conseguenza dei processi di mobilità e di deregolamentazione, diviene endemica, si creano forme di instabilità psicologica, di difficoltà a costruire propri percorsi coerenti nell’esistenza, compreso anche quello verso il matrimonio» (CV, n. 25).

La dottrina sociale della Chiesa valorizza dunque tutte le “competenze nascoste” della famiglia: i benefici di una educazione che permette di formare adulti responsabili, capaci di stringere legami, di dare il meglio di sé nella vita personale e professionale, e quelli derivanti dalla creazione di reti molteplici tramite le quali la solidarietà prende forma. Il ruolo sociale della famiglia va riscoperto e sostenuto, così da essere assunto sia dagli uomini sia dalle donne.

Per questo il magistero sociale insiste che il lavoro si svolga a condizioni tali da salvaguardare la vita di famiglia: con una evoluzione di prospettiva e di linguaggio attraverso cui è possibile seguire le tracce del mutamento della mentalità e dei costumi, tale preoccupazione investiva un tempo il problema della durezza del lavoro infantile e femminile (cfr RN, n. 33; QA, n. 72) nei processi di industrializzazione, per passare in seguito a sostenere la necessità che le donne non siano obbligate a scegliere tra lavoro e famiglia: «La vera promozione della donna esige che il lavoro sia strutturato in tal modo che essa non debba pagare la sua promozione con l’abbandono della propria specificità e a danno della famiglia, nella quale ha come madre un ruolo insostituibile» (LE, n. 19).

Inoltre, la Chiesa ha sempre rivendicato anche un tempo di riposo: anzitutto per ricostituire le forze del lavoratore e per santificare il giorno del Signore (cfr RN, n. 33); ma anche per rafforzare l’«unità domestica, che esige un frequente contatto e una serena convivenza vissuta tra i membri della famiglia» (MM, n. 249); infine, con lo svilupparsi del tempo libero, per poter «curare la vita familiare, culturale, sociale e religiosa» (GS, n. 67). La conciliazione tra vita professionale e vita privata è un altro filo rosso che attraversa il magistero sociale, non a servizio dello sviluppo dell’individuo, ma con un obiettivo più collettivo: l’educazione dei figli e il vivere insieme.

Poiché, come abbiamo visto, svolge un ruolo sociale indispensabile, la famiglia deve essere protetta dai pubblici poteri. La Chiesa ha sempre insistito sulla necessità di una vera politica familiare (cfr, da ultimo, CV, n. 44), pur vietando allo Stato di intervenire in campi che, secondo il suo insegnamento, dipendono dalla sola responsabilità dei suoi componenti. Nel 1880 Leone XIII contesta la competenza dello Stato a istituire un matrimonio civile (cfr l’enciclica Arcanum divinae). Ammetteva l’intervento dello Stato qualora la famiglia venga meno ai propri compiti o in caso di violazioni gravi dei diritti, senza che però lo Stato assorba l’autorità paterna (cfr RN, n. 11).

Similmente la Chiesa ha sempre insistito sulla libertà e sulla responsabilità dei genitori di educare i figli in conformità con la propria fede (cfr Mit brennender Sorge, n. 39; DH, n. 5) e chiede allo Stato di sostenere il matrimonio e la famiglia: «La famiglia, fondata sul matrimonio contratto liberamente, unitario e indissolubile, è e deve essere considerata il nucleo naturale ed essenziale della società. Verso di essa vanno usati i riguardi di natura economica, sociale, culturale e morale che ne consolidano la stabilità e facilitano l’adempimento della sua specifica missione» (PT, n. 9; cfr anche GS, n. 2 e CA, n. 49). Nega invece la possibilità di un intervento dello Stato in materia di controllo delle nascite (cfr GS, n. 87), una questione che acquista importanza a partire dagli anni ’60.

3. La famiglia, luogo di trasmissione della vita

La famiglia è da sempre il luogo di trasmissione della vita, che tradizionalmente avveniva nel quadro del matrimonio. Il divorzio, una volta introdotto, rimase a lungo un fenomeno marginale. Le pratiche contraccettive restavano confinate nel segreto della vita coniugale. Pertanto, prima degli anni ’60 del secolo scorso, il magistero sociale menzionava solo di passaggio l’importanza del matrimonio e il suo legame con la procreazione, oppure rinviava ad altri documenti (ad esempio, DR, n. 28, rimanda all’enciclica Casti connubii di Pio XI, del 1930, che condanna severamente divorzio e contraccezione). Ma il rifiuto del matrimonio come fondamento della famiglia e la diffusione dei contraccettivi artificiali hanno una incidenza sociale molto vasta, che induce la Chiesa ad affrontarli nel suo discorso sociale.

La contraccezione allenta il legame tra matrimonio e procreazione. La questione del suo utilizzo si colloca a livello tanto individuale quanto collettivo. Rispetto alle campagne di limitazione delle nascite promosse da alcuni Paesi, nel 1967 Paolo VI riconosceva che: «i poteri pubblici, nell’ambito della loro competenza, possono intervenire, mediante la diffusione di una appropriata informazione e l’adozione di misure adeguate, purché siano conformi alle esigenze della legge morale e rispettose della giusta libertà della coppia» (PP, n. 37). Più di recente Benedetto XVI ha affermato: «Considerare l’aumento della popolazione come causa prima del sottosviluppo è scorretto, anche dal punto di vista economico […]. Resta ovviamente doveroso prestare la debita attenzione a una procreazione responsabile, che costituisce, tra l’altro, un fattivo contributo allo sviluppo umano integrale. […] La responsabilità vieta infatti sia di considerare la sessualità una semplice fonte di piacere, sia di regolarla con politiche di forzata pianificazione delle nascite. […] A tutto ciò si deve opporre la competenza primaria delle famiglie in questo campo, rispetto allo Stato e alle sue politiche restrittive, nonché una appropriata educazione dei genitori» (CV, n. 44).

A livello collettivo la Chiesa è attenta a proteggere le famiglie dall’intrusione dello Stato nell’intimità coniugale e oppone la responsabilità dei coniugi a quella dello Stato. A livello individuale, «la giusta libertà della coppia» resta oggetto di particolare vigilanza. Ricorda la Gaudium et spes: «I coniugi sappiano di essere cooperatori dell’amore di Dio Creatore e quasi suoi interpreti nel compito di trasmettere la vita umana e di educarla» (GS, n. 50). Il testo conciliare elenca i criteri da prendere in considerazione per la formazione di un giudizio che i coniugi devono in definitiva formulare davanti a Dio, seguendo sempre la loro coscienza. Il Concilio definisce la coscienza come «il nucleo più segreto e il sacrario dell’uomo, dove egli è solo con Dio, la cui voce risuona nell’intimità» (GS, n. 16). Ma il testo stesso ha cura di precisare che, per la regolazione delle nascite, non è consentito ai fedeli di fare ricorso a «strade che sono condannate dal Magistero nella spiegazione della legge divina» (GS, n. 51).

La Gaudium et spes non poteva spingersi oltre, poiché Paolo VI si era riservato la questione della contraccezione sottraendola all’agenda del Concilio. Essa sarà oggetto della enciclica Humanae vitae (1968) che, purtroppo, ha fatto nascere una profonda incomprensione tra la Chiesa e il mondo che perdura ancora oggi. L’opinione pubblica conosce l’opposizione della Chiesa alla pillola e al profilattico, senza comprenderla. Molti cattolici su questo punto si sono allontanati dall’insegnamento della Chiesa, così come non ne comprendono la posizione rispetto ai divorziati risposati. Per i cattolici, come per l’opinione pubblica, il discorso sulla morale sessuale ha eclissato il magistero sociale.

4. Alcune sfide attuali

L’approccio alla famiglia oggi prevalente, fondamentalmente emotivo, risulta monco senza la considerazione realistica della base economica della vita familiare: la nostra società scopre le conseguenze economiche dell’instabilità coniugale e deve affrontare nuove povertà che insorgono dove viene meno la solidarietà familiare (ad esempio nelle famiglie monoparentali). La fragilità economica mette a rischio la capacità delle famiglie di svolgere il proprio indispensabile ruolo sociale. Il realismo di cui la dottrina sociale della Chiesa dà prova su questi aspetti è una lezione di grande attualità, così come l’attenzione all’equilibrio tra vita professionale e vita privata, che resta al cuore delle preoccupazioni della Chiesa; lo attestano la Caritas in veritate del 2009, così come il VII Incontro mondiale delle famiglie, intitolato «La famiglia: il lavoro e la festa» e tenutosi a Milano nel 2012.

Spiace che la morale sessuale e la questione della contraccezione abbiano tanto occultato ciò che la Chiesa ha saputo dire sulla famiglia in ambito economico e sociale. È necessario uno sforzo pedagogico per fare meglio comprendere la coerenza tra il discorso sociale e la morale personale. Inoltre, restando focalizzata sulla questione dei mezzi contraccettivi, la Chiesa non ha saputo accompagnare il profondo cambiamento nei rapporti tra uomo e donna, oggi certo più liberi e ugualitari, ma spesso anche, specie per le giovani generazioni, più duri, più aggressivi, più violenti. E tuttavia questi giovani aspirano a una vita di famiglia armoniosa e continuano a sognare un grande amore che duri per tutta la vita.

Il discorso sociale della Chiesa deve continuare a essere elaborato nel contesto di rapporti familiari più fragili. Il suo realismo può aiutare a far cogliere la forza di quella promessa mediante la quale gli sposi si donano mutuamente un avvenire. Può anche aiutare a far comprendere che la felicità familiare si costruisce, giorno dopo giorno, attraverso gli innumerevoli gesti in cui ciascuno dei coniugi impara ciò che significa amare. In una società segnata dall’effimero, una tale parola di speranza è oggetto di profonda attesa.

 

RISORSE

Arcanum divinae = Leone XIII, enciclica Arcanum divinae, 1880.

CA = Giovanni Paolo II, enciclica Centesimus annus, 1991.

Casti connubii = Pio XI, enciclica Casti connubii, 1930.

CV = Benedetto XVI, enciclica Caritas in veritate, 2009.

DH = Concilio Vaticano II, dichiarazione sulla libertà religiosa Dignitatis humanae, 1965.

DR = Pio XI, enciclica Divini Redemptoris, 1937.

GS = Concilio Vaticano II, costituzione pastorale Gaudium et spes, 1965.

HV = Paolo VI, enciclica Humanae vitae, 1968.

Iustitia in mundo = Sinodo dei Vescovi, La giustizia nel mondo, 1971, in Enchiridion Vaticanum, vol. 4, Documenti ufficiali della Santa Sede 1971-1973, EDB, Bologna 1978, nn. 1238-1308.

LE = Giovanni Paolo II, enciclica Laborem exercens, 1981.

Mit brennender Sorge = Pio XI, enciclica Mit brennender Sorge, 1937.

MM = Giovanni XXIII, enciclica Mater et magistra, 1961.

PP = Paolo VI, enciclica Populorum progressio, 1967.

PT = Giovanni XXIII, enciclica Pacem in terris, 1963.

QA = Pio XI, enciclica Quadragesimo anno, 1931.

RM Pentecoste 1941 = Pio XII, Radiomessaggio nel 50° anniversario della Rerum novarum, 1° giugno 1941.

RN = Leone XIII, enciclica Rerum novarum, 1891.

VII Incontro mondiale delle famiglie, <www.family2012.com>.

Lacroix X. (2013), «La famiglia oltre gli stereotipi», in Aggiornamenti Sociali, 6-7, 466-474.

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    • <a href="http://www.aggiornamentisociali.it/easyne2/LYT.aspx?Code=AGSO&amp;IDLYT=769&amp;ST=SQL&amp;SQL=ID_Documento=6939">Revolution</a>
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    • <a href="LYT.aspx?Code=AGSO&amp;IDLYT=769&amp;ST=SQL&amp;SQL=ID_Documento=6509">L'istante</a>
    • <a href="LYT.aspx?Code=AGSO&IDLYT=769&ST=SQL&SQL=ID_Documento=6419">Enclave 2011</a>
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