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L’eredità di Martini nella Chiesa di papa Francesco

A un anno dalla scomparsa del cardinal Martini, ne ricordiamo l’eredità feconda, capace di aiutare questa fase della vita della Chiesa inaugurata da papa Francesco.
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Il 31 agosto ricorre il primo anniversario della morte di Carlo Maria Martini: dodici mesi che hanno rinnovato la storia della Chiesa in un modo del tutto imprevedibile. Esattamente a metà di questo anno si colloca infatti la “inaudita” rinuncia di Benedetto XVI al pontificato (28 febbraio 2013), che ha aperto la strada all’elezione di papa Francesco, primo gesuita e primo latinoamericano a salire sulla cattedra di Pietro. Quest’ultimo – lo abbiamo notato nell’editoriale del numero di aprile («Papa Francesco, carisma e istituzione ») – non ha mancato di mandare segnali di radicale novità fin dai primi istanti del suo ministero e all’inizio di luglio, con la pubblicazione dell’enciclica Lumen fidei, ha inaugurato una inedita “collegialità nel pontificato”, assumendo come proprio un testo concepito e in parte steso dal proprio predecessore (cfr n. 7).

In varie occasioni, fino agli ultimi giorni della sua vita, il card. Martini aveva dato voce al sogno di una Chiesa rinnovata. Sarebbe tuttavia riduttivo sostenere che stiamo assistendo alla realizzazione di quel sogno, magari come “vittoria postuma” nei confronti di quella parte dell’establishment ecclesiale che non si è mai mostrata “entusiasta” nei confronti dell’ex vescovo di Milano: facendolo, si schiaccerebbero una sull’altra le figure di Martini e di Bergoglio, mortificando le specificità di entrambi magari sulla scorta della comune appartenenza alla Compagnia di Gesù, smarrendo la novità di papa Francesco e, per converso, relegando Martini in un passato ormai superato. Oltre che semplificata, questa lettura sarebbe profondamente ingiusta: nulla potrebbe essere più lontano dall’autentico spirito di appartenenza e di servizio alla Chiesa – proprio di Martini come di Bergoglio – della legittimazione dell’idea che essa si regga su scontri, del tutto mondani, tra fazioni o lobby.
L’uno e l’altro, da uomini autenticamente spirituali, hanno piuttosto una parola da dire al mondo radicata nella loro esperienza dello Spirito: peculiare e originale perché profondamente intima, intima perché fa riferimento all’unica e medesima fede nel Dio di Gesù Cristo (cfr Lumen fidei, n. 47). A questo messaggio cercheremo di dare ascolto nelle pagine che seguono: l’eredità di Martini, patrimonio della Chiesa universale, è viva e feconda e capace di aiutarci a leggere i “segni dei tempi” in questa fase della vita della Chiesa inaugurata da papa Francesco. In tale prospettiva la Compagnia di Gesù, con la partecipazione della diocesi di Milano, ha dato vita alla Fondazione Carlo Maria Martini (www.fondazionecarlomariamartini.it), che sarà presentata ufficialmente proprio il 31 agosto e che con la nostra Rivista si pone in una prossimità non solo spaziale ma anche d’intenti.

La ricollocazione della Chiesa
L’elezione a vescovo di Roma di un uomo scelto «quasi alla fine del mondo» – come ha detto lui stesso apparendo per la prima volta sul balcone della basilica vaticana – ben condensa l’immagine di una Chiesa in movimento, spinta a riposizionarsi per continuare a compiere la propria missione senza le pastoie di una collocazione ormai così consolidata da risultare scontata. È qualcosa che ciclicamente si ripete nella storia della Chiesa, come la celebrazione del 50° anniversario del Concilio ci ha rimesso sotto gli occhi.
L’origine latinoamericana di papa Francesco gli consente di smarcarsi dalla lacerante opposizione, tipicamente europea, tra una Chiesa visibilmente presente nella società e una Chiesa feconda nel nascondimento, tra una Chiesa lampada e una Chiesa lievito, relativizzandola. Solo in prospettiva eurocentrica, infatti, ha senso l’incessante dissidio a cui siamo quasi assuefatti: da una parte la nostalgia della Chiesa potente del regime di cristianità, che non può che scoprire suo malgrado di essere minoranza e si trincera in una cittadella dalle cui mura alzare la voce e sferrare occasionali attacchi contro la società profana, soprattutto allo scopo di serrare le proprie sempre più esigue fila grazie alla potenza delle battaglie identitarie; dall’altra una comunità di credenti bloccata da uno scrupolo simile al senso di colpa per il colonialismo, schiacciata dal retaggio di un passato di dominazione e che per reazione rischia di risultare invisibile o afasica.
Papa Francesco esibisce in modo tanto semplice quanto efficace il fatto che anche oggi la Chiesa ha qualcosa di rilevante da dire, senza collocarsi in una posizione dominante, ma recuperando quella originaria tra le persone più semplici. Lo può fare in modo così naturale perché una serie di retaggi storici non appartengono al suo orizzonte mentale, come ben manifesta la rinuncia alle insegne del pontificato: ad esempio, la pregnanza simbolica dell’ermellino inevitabilmente svanisce quanto più ci si allontana dall’habitat di questo animale (la parte settentrionale dell’emisfero boreale). Nulla va perso in termini di incisività controculturale, che anzi risulta potenziata: basta pensare alla scelta di compiere, come primo viaggio in Italia, un pellegrinaggio a Lampedusa, per «pregare per coloro che hanno perso la vita in mare, visitare i superstiti e i profughi presenti, incoraggiare gli abitanti dell’isola e fare appello alla responsabilità di tutti affinché ci si prenda cura di questi fratelli e sorelle in estremo bisogno», come spiega il comunicato della Sala stampa vaticana del 1° luglio che annuncia il viaggio. Non sfugge la portata di questo gesto, a cui infatti non sono state risparmiate critiche, ma che al tempo stesso è stato segnato dalla discrezione dell’ordinarietà: una visita privata, senza cerimonie e senza incontri con le autorità, senza “cattedre” da cui lanciare moniti o reprimende.
L’immagine della ricollocazione è anche alla base del ripetuto appello di papa Francesco perché la Chiesa esca da se stessa e si diriga verso le periferie geografiche ma soprattutto esistenziali: sta diventando lo slogan del suo pontificato. Inevitabilmente questo comporta abbandonare il “dentro” e il “centro” (la difesa delle posizioni acquisite, le tante dispute intraecclesiali, ecc.) o almeno, ancora una volta, relativizzarle, anche correndo il rischio di qualche “incidente di percorso”.
Il decentramento – o forse meglio un ri-centramento – investe anche la concezione dell’istituzione ecclesiastica, del ruolo del pontefice e della curia vaticana: scegliere di definirsi “vescovo di Roma” anziché “papa” equivale in termini ecclesiologici a una precisa presa di posizione, subito colta ad esempio dalla Chiesa ortodossa. Le scelte di papa Francesco sul proprio stile di vita, sul modo in cui “abitare” in Vaticano e sul luogo dove risiedere, manifestano una voluta insofferenza verso tutto ciò che fa del papa un capo di Stato: se non fosse stato per ragioni di sicurezza, avrebbe preferito recarsi a Lampedusa prenotandosi il posto su un volo di linea! L’enciclica Lumen fidei verbalizza la ragione profonda di questo stile, ribadendo che nella Chiesa chi è a capo non è al centro: «il Magistero parla sempre in obbedienza alla Parola originaria su cui si basa la fede ed è affidabile perché si affida alla Parola che ascolta, custodisce ed espone» (n. 49).

Il metodo martiniano
A monte di ogni indagine storica – e molte certamente ne verranno – possiamo legittimamente affermare che Carlo Maria Martini è stato una figura centrale per l’Italia e la Chiesa, non solo italiana, dell’ultima parte del XX secolo: basta ricordare l’affetto della folla che venne a rendergli omaggio un anno fa alla camera ardente. Al tempo stesso, seppe non mettersi al centro, non attirare su di sé l’attenzione, tanto da ritrovarsi progressivamente ai margini della vita ecclesiale, o almeno di un certo modo di intenderla. Nel momento in cui lo Spirito, attraverso papa Francesco, indica alla Chiesa la sfida di una nuova collocazione, lo stile del card. Martini, il suo modo di stare nella storia da uomo di Chiesa, non possono che risultare di grande attualità. Per questo appare importante mantenere viva la memoria di quello che possiamo chiamare metodo martiniano, indagandone le radici per poterne riproporre la fecondità. In attesa dei frutti del lavoro della Fondazione Martini, che farà di questo compito uno degli assi del proprio impegno, due linee, fortemente intrecciate, ci sembrano contraddistinguere il metodo martiniano: il dialogo con la Parola e quello tra le coscienze.

a) Il dialogo con la Parola
Martini stesso riprende da Madeleine Delbrêl, assistente sociale e mistica francese (1904-1964), una frase che esprime il suo modo di procedere: «Gli avvenimenti non possono essere per noi segno della volontà di Dio altrimenti che mettendoli in collegamento con la parola di Dio, che mettendola in essi. Essa rivela allora la volontà di Dio che deve essere fatta nella pasta stessa di tali avvenimenti» (cit. in Martini C. M., Non è giustizia. La colpa, il carcere e la Parola di Dio, Mondadori, Milano 2003, 156). Con questa citazione Martini sottolinea il mutismo di fatti ed eventi, che non sono mai immediatamente autosignificanti, cioè non esplicitano da soli il proprio significato: accadono e basta, e sono fondamentalmente ambigui, in quanto di ciascuno possono essere date interpretazioni diverse.
C’è un modo per farne emergere il significato: «se colleghiamo gli avvenimenti con la parola di Dio» – dice Martini commentando Delbrêl – «o se mettiamo in essi la parola, questa parola può rivelarci la volontà di Dio. Non per qualche divinazione o apertura a caso della Scrittura – come alcuni fanno –, ma mettendoci in preghiera profonda e confrontando incessantemente l’agire di Dio e le sue costanti nella Bibbia con ciò che emerge dall’evento che ci interpella» (ivi).
L’immagine della pasta è particolarmente espressiva: «è qualcosa da cui si parte per impastarla, pressarla, mescolarla con acqua, per farne altro da ciò che è, pur se è sempre la medesima pasta. Immergendo dunque la parola negli avvenimenti, la pasta si trasforma e diventa ciò che Dio vuole. Non si tratta di farne altra cosa, diversa essenzialmente da ciò che è, bensì di farne emergere il senso» (ivi, p. 157). Si intravedono anche il tempo e la fatica di applicare questo metodo, oltre alla disponibilità a lasciarsi sempre stupire e a percorrere strade inconsuete: occorre infatti lasciarsi attraversare da domande anche lancinanti, senza precipitarsi a rispolverare risposte predeterminate, per quanto devote. In realtà ogni risposta che viene dalla parola di Dio apre a domande più profonde: per questo risposte consolatorie tengono a bada l’inquietudine, ma tradiscono il senso profondo dell’esperienza di fede, capace per sua natura di «aprire al futuro» (Lumen fidei, n. 12), anche il più inatteso.
Ce ne rendiamo conto seguendo l’applicazione di questo metodo, fatta dallo stesso Martini, ad esempio quando commenta il passo della Genesi che afferma che l’uomo è creato «a immagine e somiglianza» di Dio (1, 26), sulla cui base i documenti della Chiesa fondano l’inalienabile dignità di ogni persona umana. “Impastarlo” con le vicende umane ci consegna domande stringenti: «In che maniera, gli uomini di oggi che noi conosciamo e che talora conosciamo nel loro avvilimento, causato da sé o da altri o dalle circostanze, portano la presenza del Dio della Gloria, l’immagine di Dio?» (Martini C. M., Non è giustizia, cit., p. 98). Martini si pone questa domanda provando a illuminare il significato del carcere – luogo che portava nel cuore – per i reclusi, per le vittime delle loro violenze, per l’insieme della società. Continuando a “impastare” ne fa emergere altre, mostrando tutta la vitalità della parola di Dio e di questo metodo per metterla in connessione con la storia umana: «come dobbiamo metterci accanto a coloro che sono in difficoltà, ai cosiddetti “delinquenti”? Che cosa fare, in concreto, e quali cammini individuare per curare la dignità ferita dell’uomo?» (ivi, p. 100 s.). La ricerca appassionata non si limita a porre domande, ma le utilizza per toccare il cuore dei problemi e far emergere soluzioni inedite, frutto al tempo stesso del confronto con la Scrittura e di un autentico coinvolgimento dei suoi interlocutori.
Molti sono i ricordi di quanto Martini fosse personalmente “impastato” di questo modo di fare: basti pensare alle testimonianze dell’accoglienza che il cardinale riservava a ogni persona, in omaggio a quella inalienabile dignità su cui aveva fissato gli occhi meditando la Parola. Legittimamente poteva infatti affermare «Lampada per i miei passi è la tua parola, luce sul mio cammino» (Salmo 119, 105), con il versetto scelto come epigrafe per la propria tomba.

b) Il dialogo tra le coscienze
Le domande che nascono dall’ascolto della Parola interpellano la coscienza, quella interiorità che rende ogni uomo unico e in cui si radica la sua dignità. La coscienza è un nucleo centrale e profondissimo nel magistero del card. Martini, ben al di là delle modalità riduttive con cui viene spesso vista. Sul tema è tornato di recente anche papa Francesco: «Per questo dobbiamo imparare ad ascoltare di più la nostra coscienza. Ma attenzione! Questo non significa seguire il proprio io, fare quello che mi interessa, che mi conviene, che mi piace... Non è questo! La coscienza è lo spazio interiore dell’ascolto della verità, del bene, dell’ascolto di Dio; è il luogo interiore della mia relazione con Lui, che parla al mio cuore e mi aiuta a discernere, a comprendere la strada che devo percorrere, e una volta presa la decisione, ad andare avanti, a rimanere fedele» (Angelus del 23 giugno 2013). Anche per Martini è nella coscienza che ha luogo l’articolazione tra carità e verità, tra comprensione e azione: «La carità o, altrimenti detto, una coscienza capace di comprendere come rispettare e promuovere la dignità propria e altrui, suggerirà quello che di volta in volta si può fare» (Martini C. M., Farsi prossimo. Anno pastorale 1985-86, n. 70).
Questa fiducia nella capacità della coscienza – e di ogni coscienza – guida «lo sguardo positivo del cardinale sulla realtà, ultimamente fondato non su un ingenuo ottimismo, ma sulla convinzione che ogni creatura possa rispondere al disegno dell’amore di Dio, alla luce della croce di Cristo – che offre in dono la propria vita, assumendo e così redimendo il male della storia umana – come criterio ultimo di discernimento», scriveva su questa Rivista (luglioagosto 2006) p. Carlo Casalone, commentando il «Dialogo sulla vita» tra Martini e l’allora senatore e attuale sindaco di Roma Ignazio Marino.
Questo atteggiamento rende possibile un dialogo autentico, che non è mai un espediente strategico, ma ascolto e accoglienza dell’altro così com’è, e non come si vorrebbe che fosse o come si ritiene che sia. Rispettare la coscienza dell’altro è irrinunciabile, altrimenti si contraddirebbe nella pratica la convinzione che ciò che è buono e vero è in grado di farsi intendere con forza dalla coscienza, in modo che essa vi aderisca in modo consapevole e libero. C’è di più: la passione per la ricerca non poteva che far desiderare a Martini di coinvolgere altri compagni di viaggio. Anzi, egli si tira indietro perché l’interlocutore possa far emergere le sue esigenze più umane, le sue domande più profonde: un’attenzione e una delicatezza segni di una vera paternità spirituale.
Non è difficile così rintracciare le radici che hanno sostenuto Martini a essere, nel suo ministero, promotore e protagonista di dialogo con i non credenti, con i credenti di altre religioni e confessioni, con gli ex terroristi che hanno deposto le armi consegnandole a lui, ecc.

Aperture
Tanto l’impasto (di Parola ed eventi) quanto l’incontro (tra coscienze) sono una dinamica mai definitivamente conclusa e chiamata a rinnovarsi incessantemente. Le due linee portanti del metodo martiniano sono dunque in grado di suscitare dinamismi, di mettere in movimento la vita di chi le accoglie. Questo vale per i singoli e per i gruppi, come per le istituzioni e le strutture sociali ed ecclesiali. La ricchezza di questi stimoli è potenzialmente infinita. In chiusura di queste riflessioni ci pare interessante provare a tratteggiarne due conseguenze, pensando a una Chiesa incamminata alla ricerca di una nuova collocazione o, secondo le parole più ispiranti di papa Francesco, in viaggio verso le tante periferie del nostro mondo, senza temere possibili incidenti.
Innanzitutto è difficile immaginare qualcosa che contraddica più profondamente la dinamica dell’ascolto della Parola e della coscienza di un atteggiamento moralistico, che conosce ed elargisce risposte prima ancora di ascoltare le domande. Si moralizza quando si proclamano norme di comportamento in maniera burbera e pedante, sfoggiando indignazione morale di fronte a un mondo immorale, senza condurlo a quella esperienza interiore essenziale (la coscienza, appunto), indispensabile per l’esercizio della libera e consapevole responsabilità. Si moralizza quando i principi morali non vengono ricondotti a quell’intimo nucleo del messaggio cristiano che è la Parola vivente, che in nome dell’amore libera da una legge imposta dall’esterno: dove domina l’amore – è la grande lezione paolina – non si è più soggetti ad alcuna legge, ma non per questo si esce dalla morale. In questa luce, l’appello a un atteggiamento non moralistico della Chiesa non significa affatto recedere dal compito di annunciare coraggiosamente il messaggio di Cristo anche nelle sue esigenze morali. Meno ancora annacquarle, nel tentativo di trovare una composizione con un mondo che procede su altri binari. L’atteggiamento non moralizzante è piuttosto la condizione per rendere l’annuncio della Chiesa davvero udibile nel mondo di oggi.
Inoltre, ascoltare lo Spirito che “soffia dove vuole” negli eventi della storia umana riletta alla luce della Parola o che parla a ciascuno nel «sacrario» che è la coscienza (Catechismo della Chiesa cattolica, n. 1776) significa restare aperti alla novità radicale e rinunciare a predeterminare gli esiti dei processi di cambiamento. Ugualmente impone di accogliere un pluralismo di opzioni: non nel campo del dogma, ma delle opzioni in ambito politico-sociale (cfr Gaudium et spes, n. 43) o delle spiritualità alla base delle diverse aggregazioni e movimenti ecclesiali; cosa che fino a oggi la prassi ecclesiale fatica a riconoscere come legittima e ancor più ad assumerla e valorizzarla.
Praticare il pluralismo in una Chiesa aperta, cominciando dal suo interno, non costituisce necessariamente una minaccia per la sua solidità, perché essa ha al proprio interno un ministero incaricato di promuoverne e custodirne l’unità intorno al deposito della fede (cfr Lumen fidei, n. 49). Ma persino questo ministero a servizio dell’unità può essere vissuto con modalità differenziate, in quanto è anch’esso obbedienza allo Spirito nelle diverse circostanze della storia: ce lo ha ricordato autorevolmente papa Francesco decidendo di canonizzare insieme due sommi pontefici, Giovanni XXIII e Giovanni Paolo II, che non sono certo l’uno il clone dell’altro. Vi è dunque pluralismo nel modo di essere papa, e pluralismo nel modo di diventare santi: questo la Chiesa è chiamata a incarnare anche nelle proprie pratiche, in modo da non annunciare se stessa, le proprie strutture e i propri riti, ma Colui che «dà la vita» e la fa vivere.

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