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Abroghiamo il Secondo Emendamento

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I numerosi massacri avvenuti negli Stati Uniti lungo il 2012, fino a quello della scuola di Newtown in Connecticut lo scorso dicembre, hanno riacceso il dibattito sul diritto a possedere armi da fuoco garantito dalla Costituzione americana. Un recente editoriale di America, il settimanale dei gesuiti degli USA, argomenta con vigore per una modifica della Costituzione, offrendo un esempio di che cosa significhi dare attuazione alla dottrina sociale della Chiesa e alla tradizione cattolica. Ne offriamo qui la traduzione integrale.

Nell’autunno del 1976, in seguito all’aumento dei crimini violenti, nel Distretto di Columbia [l’unità amministrativa della capitale degli USA, Washington, che non fa parte di nessuno degli Stati federati] entrò in vigore una normativa sul controllo delle armi da fuoco, il Firearms Control Regulations Act, tra le più severe del Paese, che risultò efficace nel mettere al bando pistole e altre armi da fuoco automatiche e semiautomatiche ad alta capacità. Ne erano esentate le forze dell’ordine, così come le armi registrate prima del 1976. Lungo il decennio successivo, a Washington (D.C.) il tasso di omicidi diminuì e poi aumentò, seguendo l’andamento della tendenza nazionale. Tuttavia la nuova legge contribuì a evitare una cinquantina di morti all’anno, secondo uno studio pubblicato sul prestigioso The New England Journal of Medicine (Loftin, McDowall et al. 1991). «Sapevamo che c’erano problemi che non saremmo riusciti a spazzare via», ha dichiarato Sterling Tucker, presidente del Consiglio del Distretto di Columbia [l’organo legislativo locale] quando fu introdotta quella legge, riflettendo su di essa 22 anni dopo, «ma almeno riuscivamo a esercitare un maggiore controllo».

Il 26 giugno 2008, con una decisione di ampia portata e oggetto di grande attenzione, la Corte Suprema dichiarò incostituzionale la legge del Distretto di Columbia in quanto violava il Secondo Emendamento della Costituzione americana, che afferma: «A well regulated militia being necessary to the security of a free State, the right of the people to keep and bear arms shall not be infringed» («Data la necessità di una milizia regolamentata per la sicurezza di uno Stato libero, il diritto dei cittadini di detenere e portare armi non potrà essere conculcato»). La decisione fu presa con il voto favorevole di 5 giudici e quello contrario degli altri 4: nel redigere l’opinione di maggioranza, il giudice Antonin Scalia scrisse: «Siamo consapevoli del problema della violenza legata all’uso di armi da fuoco in questo Paese e prendiamo in seria considerazione le preoccupazioni dei molti amici che ritengono il divieto di possedere armi da fuoco una soluzione [...]. Tuttavia la tutela dei diritti costituzionali inevitabilmente esclude alcune misure dal novero delle opzioni disponibili».

Il giudice Scalia aveva ragione. Anche chi utilizza metodi interpretativi del testo della Costituzione diversi dall’originalismo modificato del giudice Scalia non potrà che concordare su questo punto: il Secondo Emendamento impedisce all’autorità pubblica di regolamentare la vendita o il possesso di armi da fuoco. Purtroppo le tristi conseguenze di questo divieto costituzionale si misurano con il numero di morti. La strage di 20 alunni della scuola elementare e di 6 adulti a Newtown, il 14 dicembre 2012, è solo l’ultima di una serie: Virginia Tech (2007, 33 morti e 17 feriti), Fort Hood (2009, 13 morti e 29 feriti), Tucson (2011, 6 morti e 13 feriti), Aurora (2012, 12 morti e 58 feriti), Oak Creek (2012, 6 morti e 4 feriti). Negli ultimi 30 anni negli Stati Uniti si sono verificate 62 stragi, ciascuna delle quali ha causato almeno 4 morti. A partire dalla strage di Columbine (1999), ci sono state 130 sparatorie in edifici scolastici, metà delle quali ha provocato più di un morto o di un ferito.

Certo, norme più severe sulle armi da fuoco non avrebbero evitato tutte queste tragedie, ma alcune molto probabilmente sì, e avrebbero forse ridotto il numero di vittime. Bisogna ricordare due fatti: il primo è che quanto più è facile procurarsi un’arma, tanto più è facile usarla; il secondo è che un atto di violenza in cui viene usata un’arma da fuoco ha una probabilità di produrre morti e feriti ben più elevata che un atto di violenza in cui venga utilizzata un’arma di qualunque altro genere. Quindi l’idea che non esista alcuna correlazione significativa tra la relativa indulgenza della legislazione in materia di controllo delle armi da fuoco e la frequenza con cui queste sono usate in atti di violenza rappresenta una sfida al senso comune. Inoltre contraddice l’evidenza empirica: i ricercatori della Harvard School of Public Health hanno scoperto che aumentano gli omicidi commessi con armi da fuoco quando ne cresce la disponibilità (Harvard Injury Control Research Center). Negli Stati Uniti ci sono circa 300 milioni di armi da fuoco in mano a civili, un record mondiale in termini pro capite (88,8 ogni 100 abitanti, ben di più dello Yemen, secondo con 54,8). Benché gli USA rappresentino meno del 5% della popolazione del pianeta, gli americani possiedono il 40% delle armi da fuoco in mano a civili di tutto il mondo.

Ogni anno negli USA muoiono circa 30mila persone (cioè 80 al giorno) in seguito ad atti di violenza legati all’uso di armi da fuoco. Certo, non sono le armi a uccidere le persone, ma altre persone; ma, negli USA, è usando armi da fuoco che le persone uccidono le persone. Negli Stati Uniti il tasso di omicidi è 15 volte più alto che in altri Paesi sviluppati e la maggior parte di questi omicidi viene commessa con armi da fuoco. È comune l’opinione che queste ultime siano necessarie per poterci difendere da malviventi che entrino nelle nostre case armati. In realtà uno studio condotto in tre diverse città degli Stati Uniti (Kellermann, Somes et al. 1998) mostra che le ferite provocate da armi da fuoco in ambito domestico sono quasi sempre il risultato di spari accidentali o di atti di violenza (inclusi omicidi e suicidi) da parte dei membri della famiglia, e non casi di autodifesa. Nell’ottobre 2012 l’Accademia americana di pediatria ci ha ricordato che «la casa più sicura per bambini e adolescenti è una casa senza armi» (American Academy of Pediatrics 2012).

Tuttavia i dati di fatto non sembrano riuscire a mettere in discussione la convinzione profonda degli americani sull’uso quasi incondizionato della forza come mezzo per raggiungere un fine. Negli USA la cultura della violenza ha seminato un sillogismo mortale: le armi da fuoco risolvono i problemi; abbiamo problemi; quindi abbiamo bisogno di armi da fuoco. Ma ripensiamo alla tragedia di Aurora (Colorado), quando il 20 luglio 2012 un uomo entrò in un cinema durante la proiezione di un film, lanciando bombe lacrimogene e aprendo il fuoco sul pubblico: il bilancio fu di 12 morti e 58 feriti. Immaginiamo che altre 10 persone in sala fossero state armate: ci sarebbero state più o meno vittime se, nella confusione scatenata dall’attacco, quelle 10 persone avessero aperto il fuoco al buio? Ma soprattutto: vogliamo davvero vivere in un mondo in cui una forza letale può scatenarsi in qualunque momento in qualsiasi luogo, angolo di strada, casa, scuola?

Non siamo obbligati a vivere in un mondo così. Ad esempio, sia l’Australia sia la Gran Bretagna nel 1996 sono state teatro di massacri e di conseguenza hanno introdotto leggi più severe sul controllo delle armi da fuoco. Il loro tasso di omicidi è crollato. Ma negli Stati Uniti, la patria del pragmatismo, la nostra legge fondamentale ci impedisce di adottare misure pratiche capaci di salvare delle vite.

Il popolo americano deve porsi questa domanda: è saggio mantenere un diritto a girare armati garantito dalla Costituzione quando questo obbliga i nostri giudici ad abrogare norme sul controllo delle armi da fuoco ragionevoli e apprezzate dalla popolazione? È moralmente lecito inibire in questo modo il potere dei rappresentanti eletti di provvedere alla pubblica sicurezza? Davvero la minaccia della tirannia – una preoccupazione legittima nel XVII secolo, che ai nostri giorni è però diventata una eventualità sempre più remota e fantasiosa – batte la macabra realtà quotidiana della violenza perpetrata con il ricorso alle armi da fuoco? La risposta a ciascuna di queste domande è «No». È arrivato il momento di guardare in faccia alla realtà. Per riuscire a fare i conti con questo flagello in modo sensato, il popolo americano deve cambiare. E così la Costituzione: il popolo americano deve abrogare il Secondo Emendamento.

Siamo consapevoli della gravità della nostra proposta. Il Bill of rights o Carta dei diritti [i primi 10 emendamenti della Costituzione degli USA, che proteggono i diritti fondamentali di libertà] elenca le libertà cui teniamo di più. Qualunque proposta di modificare la legge fondamentale del Paese è una questione tremendamente seria e noi non la avanziamo in modo sconsiderato o sulla base di ragioni deboli o transitorie. Siamo anche consapevoli che l’abrogazione del Secondo Emendamento deve fronteggiare ostacoli politici sostanziali e risulterà sgradita a un gran numero di americani. Tuttavia la riteniamo necessaria e meritevole della più seria considerazione.

Inoltre, la nostra proposta è perfettamente in accordo con lo spirito con cui fu redatta la Costituzione. La Carta dei diritti fa parte di un documento progettato per cambiare; anzi, fa parte del genio dei nostri fondatori aver previsto un processo di emendamento. Si tratta di una procedura adeguatamente complessa, ma non impossibile, tanto che il popolo americano ha scelto di modificare la Costituzione 27 volte da quando essa fu adottata nel 1787. Un secolo fa, statisti come Theodore Roosevelt (presidente degli USA dal 1901 al 1909) e Woodrow Wilson (1913-1921), misero in questione la Costituzione. Furono quindi approvati nuovi emendamenti, riguardanti l’introduzione di una imposta federale sul reddito, l’elezione diretta dei senatori, il suffragio alle donne e il divieto delle bevande alcoliche [si tratta del 18° Emendamento, in vigore dal 1920, che aprì l’epoca del proibizionismo]. Il Ventunesimo Emendamento, che nel 1933 abrogò questo divieto, stabilisce il precedente per la nostra proposta.

Ma quell’impegno di riflessione critica sulla nostra legge fondamentale, quel dibattito animato che caratterizza l’America dei primi decenni del XX secolo, sono tutt’altro che evidenti nel lessico politico odierno. Nell’immaginario collettivo del Paese, con troppa frequenza la Costituzione è pensata come una sorta di testo sacro. Ma né i nostri fondatori né i nostri padri la vedevano così. La Costituzione non è che una legge umana, eccellente, ma non divina: non è verità rivelata! Dovremmo essere cauti nell’emendare la Carta dei diritti, ma anche stare attenti a non trasformarla in un idolo. La Costituzione è la legge, di origine umana, che si è data un popolo che si autogoverna; quindi quel popolo ha il diritto di esprimere domande serie e riflessioni critiche a suo riguardo: ai nostri giorni, una determinata disposizione costituzionale è una legge buona o cattiva? Promuove il bene comune? Il dogma laico dell’immutabilità della Costituzione deve lasciare spazio a un attento esame critico.

Nel documento più organico dedicato dalla Chiesa americana al tema della violenza armata, nel 1975 la Commissione per lo sviluppo sociale e la pace nel mondo della Conferenza episcopale statunitense (Committee on Social Development and World Peace 1975) identificò la «facilità di procurarsi armi da fuoco» come una grave minaccia per la vita e fece appello a una «azione coraggiosa ed efficace per il controllo delle armi da fuoco, capace di condurre alla loro eliminazione dalla nostra società», a eccezione di «forze dell’ordine, forze armate, guardie giurate» e società sportive. Se questa prospettiva, come ha scoperto il Distretto di Columbia, è bloccata dalla Costituzione, restrizioni ragionevoli al possesso di armi da fuoco sono invece moralmente lecite secondo la tradizione cattolica. Anzi, potremmo addirittura avere un obbligo morale a introdurre leggi di quel genere.

In un’intervista recente (Glatz 2011), Tommaso Di Ruzza, l’esperto di disarmo e controllo degli armamenti del Pontificio Consiglio della Giustizia e della Pace, ha spiegato che il singolo non gode di un diritto naturale assoluto a possedere un’arma letale: «C’è una sorta di diritto naturale a difendere l’interesse collettivo e il bene comune» tramite un ricorso limitato all’uso della forza, ma questo si applica più agli Stati dotati di efficaci strumenti di prevenzione degli abusi che a singoli individui armati. In seguito alla recente strage di Newtown, il card. Timothy M. Dolan, arcivescovo di New York, ha affermato che «la battaglia per un più severo controllo delle armi da fuoco nel nostro Paese» rientra fra le azioni di difesa della vita, mentre «l’accesso incontrollato a fucili e pistole automatiche, insieme alla glorificazione della violenza nella nostra industria dell’intrattenimento [...] fanno davvero parte di una cultura di morte» (Zapor 2013).

Abrogare il Secondo Emendamento non creerà una cultura della vita dalla sera alla mattina. Una legislazione più severa in tema di controllo delle armi da fuoco non produrrà un mondo privo di violenza, in cui non si verifichino mai tragedie legate all’uso delle armi. Non possiamo abrogare il peccato originale. Ma se non possiamo creare un mondo assolutamente sicuro, possiamo però crearne uno più sicuro. Per questo non è necessario mettere completamente al bando le armi da fuoco. Nel mondo che immaginiamo dopo l’abrogazione del Secondo Emendamento, ci saranno persone che possiedono armi: i cacciatori e gli sportivi, gli agenti di polizia, i militari e coloro che lo richiedono per fini moralmente ragionevoli. Ma attenzione: il mondo che sogniamo è un mondo con molte meno armi da fuoco, un mondo in cui nessuno ha il diritto di possederne una. Le armi da fuoco continueranno a uccidere le persone, anche se molte meno. Ma la sgradevole sensazione di non essere riusciti a fare tutto quanto era in nostro potere per rimuovere le cause materiali della loro morte smetterà di aggiungersi al nostro dolore. La Corte Suprema ha sancito che, qualunque sia il costo umano che ne deriva, il Secondo Emendamento «inevitabilmente esclude alcune misure dal novero delle opzioni disponibili». I giudici hanno ragione, ma il costo umano è intollerabile: abroghiamo il Secondo Emendamento!

Risorse

AMERICAN ACADEMY OF PEDIATRICS (2012), «Policy Statement: Firearm-Related Injuries Affecting the Pediatric Population», in JWatch Pediatrics, 1121 2,<http://pediatrics.aappublications.org/content/130/5/e1416.full>.

COMMITTEE ON SOCIAL DEVELOPMENT AND WORLD PEACE – UNITED STATES CATHOLIC CONFERENCE (1975), Handgun Violence: A Threat to Life, <http://nccbuscc.org/sdwp/national/criminal/handguns.shtml>.

FICAP (2011), Firearm Injury in the U.S., <www.uphs.upenn.edu/ficap/resourcebook/pdf/monograph.pdf>.

GLATZ C. (2011), «Gun control: Church firmly, quietly opposes firearms for civilians», in Catholic News Service, <www.catholicnews.com/data/stories/cns/1100159.htm>, 14 gennaio.

HARVARD INJURY CONTROL RESEARCH CENTER, Homicide, <www.hsph.harvard.edu/hicrc/firearmsresearch/guns-and-death>.

KELLERMANN A. – SOMES G. ET AL. (1998), «Injuries and Deaths Due to Firearms in the Home», in Journal of Trauma-Injury Infection & Critical Care, 2, 263-267.

LOFTIN C. – MCDOWALL D. ET AL. (1991), «Effects of Restrictive Licensing of Handguns on Homicide and Suicide in the District of Columbia», in The New England Journal of Medicine 325, 1615-1620, <www.nejm.org/doi/full/10.1056/NEJM199112053252305#t=abstract>.

ZAPOR P. (2013), «Faith groups begin to muster their members in support of gun controls», in Catholic News Service, <www.catholicnews.com/data/stories/cns/1300233.htm>, 18 gennaio.

Titolo originale «Repeal the Second Amendment», pubblicato in America, 25 febbraio 2013, 4-5.

Traduzione e note (tra parentesi quadre nel testo) di Paolo Foglizzo.

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