Criteri di giustizia per un welfare partecipato

04/03/2013


«Il welfare è uno degli assi portanti dello sviluppo di un Paese, compreso il nostro». Giacomo Costa, direttore di Aggiornamenti Sociali, nell’editoriale del numero di marzo, ripercorre le caratteristiche e le contraddizioni salienti del welfare italiano e prova ad offrire una sorta di “check di giustizia” sulla base del quale verificare la correttezza del proprio modo di procedere. 

La partita del welfare sarà strategica nella legislatura che si è appena aperta in seguito ad una campagna elettorale che al tema ha dedicato molta meno attenzione di quella che merita. È tempo infatti di rendersi conto che il welfare, ben lungi da essere un ramo secco da tagliare, è invece un investimento. La promozione dei diritti non è un lusso, infatti, bensì una via maestra per uscire dalle tante contraddizioni e dai circoli viziosi che una gestione meramente economica delle risorse ha contribuito a creare. 

Per lavorare in questa prospettiva è necessario, sostiene padre Costa, rimettere il welfare «nell’orizzonte di quei principi che lo ispirano e ne esprimono la finalità profonda». Tra questi ci sono il riconoscimento e la garanzia dei diritti inviolabili sanciti dall’art. 2 della Costituzione e l’uguaglianza sancita dall’art. 3. In tal senso, l’obiettivo della Costituzione non è solo quello di una uguaglianza formale di fronte alla legge, ma di una uguaglianza sostanziale che consente anche azioni volutamente “disuguali” per eliminare situazioni di inferiorità sociale ed economica. In quest’ottica, è fondamentale la riqualificazione dei rapporti tra gli attori del welfare, puntando sulla partecipazione e su percorsi di attuazione della sussidiarietà. 

Il direttore di Aggiornamenti Sociali termina la sua riflessione offrendo alcuni criteri di fondo a cui chi ha il compito di prendere le decisioni potrà ricorrere: si tratta dei “consigli di giustizia” suggeriti da Carlo Maria Martini. Per prima cosa Martini suggeriva di «avere negli occhi la realtà» per immaginare un qualsiasi percorso di riforma, ciò comporta necessariamente di doversi confrontare con la parzialità delle proprie posizioni e con il fallimento delle proprie teorie, non dando mai per scontata una soluzione.  A questo si unisce l’invito a dubitare anche della propria trasparenza e, in tal senso, «cercare il punto di vista dell’altro». Infine, il quarto ed ultimo richiamo: «Non cedere alle tentazioni di disfattismo (la giustizia è impossibile!), perché in tal caso ogni impegno viene tagliato alla radice». Il populismo è, infatti, l’esatto contrario di un cammino di riforme, del welfare e non soltanto, fatto di ricerca del consenso, accordi parziali, progressivi passi avanti e consapevolezza che qualunque soluzione resterà perfettibile, e che dunque non c’è uscita dall’impegno per la giustizia e dalla politica.

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