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Avere stima

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È comune ritenere che nutrire stima di un’altra persona sia un atto interiore di realismo o di virtù: realismo quando si tratta di riconoscere e apprezzare le qualità manifeste dell’altro; virtù quando sentiamo che un atteggiamento di magnanimità è chiamato a compensare la scarsa evidenza di quelle qualità. In entrambi i casi, la stima è compresa come un atteggiamento privato, che riguarda la sfera interiore di ciascuno. Questa comprensione sembra trovare conferma nella lettura delle indicazioni morali che appaiono all’interno di numerose lettere, in particolare paoline, del Nuovo Testamento: varie volte la stima verso fratelli e sorelle è indicata come una virtù da coltivare e da custodire, come una concreta applicazione del comandamento dell’amore. Tuttavia un esame più attento di alcuni dei contesti in cui tale raccomandazione compare ci permetterà di scoprire una valenza sociale e persino politica dei sentimenti di stima, a fondamento della costruzione della comunità e della società.

Stimarsi a vicenda

Sono due i passi in cui Paolo affronta esplicitamente il tema della stima reciproca necessaria all’interno della comunità cristiana, sempre nel contesto dell’amore fraterno che dovrebbe caratterizzare le relazioni tra i credenti. La comune figliolanza nei confronti di un Dio Padre di tutti (Efesini 4, 6), come Gesù aveva insegnato, aveva improntato fin dall’origine a un modello familiare la considerazione delle relazioni reciproche all’interno delle comunità cristiane: i credenti in Gesù si riconoscono innanzi tutto fratelli. È quindi il registro della philadelphia – in greco, l’atteggiamento di chi ama (philein) il proprio fratello (adelphos) – che deve reggere ogni sentimento nei confronti dell’altro e dell’altra: Riguardo all’amore fraterno, non avete bisogno che ve ne scriva; voi stessi infatti avete imparato da Dio ad amarvi gli uni gli altri (1Tessalonicesi 4, 9)

Il primo passo a cui facciamo riferimento si trova nella lettera ai Filippesi (2, 3-4): Non fate nulla per rivalità o vanagloria, ma ciascuno di voi, con tutta umiltà, consideri gli altri superiori a se stesso. Ciascuno non cerchi l’interesse proprio, ma anche quello degli altri. Questa affermazione non vuole certamente prescrivere una sorta di annichilimento della persona, invitata a ritenersi per definizione un nulla e a considerare gli altri sempre e comunque superiori a sé. Paolo indica piuttosto la necessità di proiettare la vita di ciascun credente sull’orizzonte del modo di pensare e di agire di Gesù Cristo – è il tema del successivo inno (Filippesi 2, 5-11) – che ha donato la propria vita per la salvezza di tutti, dichiarando in questo modo di considerarci “superiori”, nel senso di più importanti della sua stessa vita. A ciascun credente è chiesto di fare lo stesso, nelle circostanze concrete in cui si trova.

Una nota intimistica pare segnare anche il secondo brano paolino dedicato alla stima reciproca, che si trova nella lettera ai Romani (12, 9-10): La carità non sia ipocrita: detestate il male, attaccatevi al bene; amatevi gli uni gli altri con affetto fraterno, gareggiate nello stimarvi a vicenda. In realtà il contesto in cui si colloca questa interessante espressione, che evoca quasi una competizione nella stima reciproca, richiama uno scenario ben diverso dall’alveo delle virtù individuali.

La stima come strumento politico

Infatti la sezione che, al cap. 12, apre la seconda parte della lettera ai Romani, è dedicata alle relazioni all’interno della comunità più che a indicazioni di carattere individuale.

Romani 12, 3-10

3 Per la grazia che mi è stata data, io dico a ciascuno di voi: non valutatevi più di quanto conviene, ma valutatevi in modo saggio e giusto, ciascuno secondo la misura di fede che Dio gli ha dato. 4 Poiché, come in un solo corpo abbiamo molte membra e queste membra non hanno tutte la medesima funzione, 5 così anche noi, pur essendo molti, siamo un solo corpo in Cristo e, ciascuno per la sua parte, siamo membra gli uni degli altri. 6 Abbiamo doni diversi secondo la grazia data a ciascuno di noi: chi ha il dono della profezia la eserciti secondo ciò che detta la fede; 7 chi ha un ministero attenda al ministero; chi insegna si dedichi all’insegnamento; 8 chi esorta si dedichi all’esortazione. Chi dona, lo faccia con semplicità; chi presiede, presieda con diligenza; chi fa opere di misericordia, le compia con gioia. 9 La carità non sia ipocrita: detestate il male, attaccatevi al bene; 10 amatevi gli uni gli altri con affetto fraterno, gareggiate nello stimarvi a vicenda.

L’indicazione del gareggiare nella stima reciproca si colloca dunque in un contesto di carattere profondamente comunitario: l’obiettivo dell’apostolo è promuovere un migliore funzionamento organico delle relazioni tra i componenti della comunità, relazioni che oggi chiameremmo “politiche”.

L’immagine organica della comunità come corpo, di cui i diversi componenti sono membra che lavorano per il bene proprio e di tutti, è un classico della letteratura filosofico-politica dell’antichità, a partire dal celeberrimo apologo con cui, nel 494 a.C., Menenio Agrippa fece terminare la secessione sull’Aventino dei plebei e degli schiavi di Roma, in lotta con i senatori e i patrizi: la città è descritta come un corpo formato da membra che un giorno decidono di smettere di lavorare per nutrire lo stomaco, provocando la morte dell’intero e di ciascuna delle parti. L’episodio è narrato da Tito Livio (Historiae II,32), contemporaneo dello stesso Paolo. Ed è proprio in questo periodo che l’immagine del corpo e delle membra come topos letterario riscuote grande successo: la ritroviamo infatti in Giuseppe Flavio (Guerra giudaica 4,406), in Epitteto (Manuale 2,10 e 3-4), in Seneca (Epistole 95,52) e, poco più tardi, in Marco Aurelio (Ricordi 2,1 e 7,13). Questa metafora aiuta a comprendere l’orizzonte nel quale si collocano le indicazioni paoline.

Certamente Paolo spinge con forza verso una lettura teologica, cristologica e spirituale della metafora corpo-membra, ma le dinamiche che egli propone possono essere di grande attualità e utilità per ogni corpo sociale. Anzitutto, pur facendo riferimento a una essenziale unità di appartenenza, troviamo un radicale elogio della diversità, non solo come un dato di fatto da “sopportare”, ma come una ricchezza sia di carattere funzionale (v. 4: in un solo corpo abbiamo molte membra e queste membra non hanno tutte la medesima funzione), sia per così dire “intrinseco”, in quanto le caratteristiche di ciascuno sono riconosciute come doni (v. 6: abbiamo doni diversi secondo la grazia data a ciascuno di noi).

È su questo sfondo che si collocano le indicazioni sulla valutazione di sé e degli altri. All’inizio della pericope si afferma: non valutatevi più di quanto conviene, ma valutatevi in modo saggio e giusto, ciascuno secondo la misura di fede che Dio gli ha dato (v. 3). Si invita cioè ogni membro ad avere una consapevolezza realistica e adeguata di sé, misurata non in chiave autoreferenziale, ma in funzione della dinamica del dono ricevuto. La difficile espressione utilizzata da Paolo e tradotta con misura di fede indica il metro di valutazione di sé. Fede è da intendersi non come bagaglio di verità da credere, ma come patrimonio di fiducia e affidabilità di cui si gode all’interno della comunità in relazione ai doni ricevuti e, implicitamente, da condividere. La valutazione di sé si fonda allora sul loro valore in rapporto al bene comune, misurato dalla comunità attraverso la concretezza delle relazioni interpersonali e dei compiti affidati (appunto, la misura della fede). Ecco perché, in conclusione, si invita a valutare l’altro in termini positivi, proponendo uno sguardo di carità all’interno della philadelphia che permette di stimare il dono dell’altro come necessario per il mio stesso bene!

Si comprende allora come, all’interno di un corpo comunitario sano, la stima delle capacità altrui

– e nessuno dei figli di Dio è completamente privo di doni –diventa un vero e proprio strumento “politico” di costruzione del legame sociale. Siamo così abituati a porre la conflittualità al centro del dibattito politico da esserci dimenticati che i migliori momenti della nostra democrazia si sono verificati quando si sono abbandonati il linguaggio e la prassi della demonizzazione dell’avversario e si sono praticati percorsi di stima dell’altro – nella sua (a volte) radicale diversità e distanza – e del dono di cui è portatore in vista del bene comune. Così è accaduto quando, nell’immediato dopoguerra, le diverse componenti e identità politiche hanno dovuto comporsi nel processo che ha portato alla stesura di quel formidabile testo che è la Costituzione italiana. O ancora quando, negli anni ’70, la costruzione di un percorso di convivenza pacifica tra le accese diversità ideologiche che attraversavano il Paese ha imposto di ricercare alleanze e stime reciproche, ardite quanto le formulazioni linguistiche coniate per esprimerle, come le famose “convergenze parallele”.

Stima e bene comune

L’invito alla competizione nella stima reciproca non va quindi collocato sull’orizzonte vagamente moralistico dei buoni sentimenti, ma su quello concretamente politico del mutuo riconoscimento in vista della promozione del bene comune. Ne troviamo conferma anche in una più approfondita analisi filologica. L’espressione greca che viene resa normalmente con stimarvi a vicenda potrebbe essere meglio capita con la traduzione: dare onore alle capacità altrui. Vi compare infatti un concetto, quello di onore (timē), che rappresentava un vero e proprio cardine della costruzione sociale del mondo greco-romano e mediterraneo dell’epoca: l’onore infatti costituiva il perno dell’identità sociale degli individui, in quanto attributo riconosciuto dagli altri membri della collettività per la valenza sociale delle virtù etiche personali; così, all’interno della dinamica della polis greca, attribuire onore a un cittadino consisteva nel concedergli la possibilità di prendere la parola nelle assemblee deliberative e partecipare ai processi decisionali sul bene comune in forza del riconoscimento delle sue qualità e capacità. Tutta la riflessione politica greca, fino ad Aristotele (Etica Nicomachea IV, 7, soprattutto 1123b), connette le virtù etiche individuali alla stima sociale e alle responsabilità civili che ne conseguono; solo più tardi, con lo stoicismo della globalizzazione ellenistica, il riferimento alla città come corpo verrà meno, la società inizierà a essere pensata come somma di individui e le virtù a declinarsi su un piano decisamente individualistico.

Ma in radice la stima – ce lo ricorda anche la galassia dei significati del termine italiano – è un’operazione di ponderazione, tanto che il termine greco timē indica sia l’onore (di una persona) sia il prezzo (di un bene). Il problema è a questo punto determinare quale sia il metro di misura della stima dell’altro, anche dell’avversario politico.

Una massima greca recita: le persone non amano dare onore all’altro, dato che pensano che farlo significhi essere privati di qualcosa di sé (Anon. Iamblicus, frag. 2,8). Un simile atteggiamento – a ben pensarci abbastanza comune – fa di sé il metro di valutazione dell’altro, o meglio il contrappeso posto sull’altro piatto della bilancia con cui ne sono pesate le doti o i difetti. Tuttavia c’è un’altra possibilità.

Nell’altro brano in cui ricorre all’analogia del corpo e delle membra (1Corinzi 12, 4-7), Paolo scrive: vi sono diversi carismi, ma uno solo è lo Spirito […] a ciascuno è data una manifestazione particolare dello Spirito per il bene comune. Il bene comune è qui indicato come unità di misura per valutare le qualità dell’altro all’interno della collettività. Abbandonare l’esclusività della centratura su di sé e aprirsi a una visione della società non come strumento della massimizzazione della propria utilità (individuale o di gruppo), consente di vedere ciascuno come membro del complesso organismo che sostiene la vita di tutti. Ugualmente permette di scorgere risorse, possibili alleanze o aree di cooperazione laddove altrimenti si rintracciano solo segnali di inimicizia. Il ragionamento vale a scala crescente, dalle relazioni sociali più elementari, alla vita dei corpi intermedi, all’agone politico fino alle relazioni internazionali.

Il corpo non è formato da un membro solo, ma da molte membra. Se il piede dicesse: «Poiché non sono mano, non appartengo al corpo», non per questo non farebbe parte del corpo. E se l’orecchio dicesse: «Poiché non sono occhio, non appartengo al corpo», non per questo non farebbe parte del corpo. Se tutto il corpo fosse occhio, dove sarebbe l’udito? Se tutto fosse udito, dove sarebbe l’odorato? Ora, invece, Dio ha disposto le membra del corpo in modo distinto, come egli ha voluto. Se poi tutto fosse un membro solo, dove sarebbe il corpo? Invece molte sono le membra, ma uno solo è il corpo. Non può l’occhio dire alla mano: «Non ho bisogno di te»; oppure la testa ai piedi: «Non ho bisogno di voi». Anzi proprio le membra del corpo che sembrano più deboli sono le più necessarie; e le parti del corpo che riteniamo meno onorevoli le circondiamo di maggiore rispetto, e quelle indecorose sono trattate con maggiore decenza, mentre quelle decenti non ne hanno bisogno.

Queste parole di Paolo (in 1Corinzi 12, 14-24) sono direttamente indirizzate alla comunità cristiana, ma soffermiamoci per un attimo a pensare quanto cambierebbero anche gli ambiti più laici sopra menzionati, se fossero informati da questa logica. Ma qui, forse, si entra in un sogno troppo lontano dalla nostra realtà.

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