• Sentire sicurezza nel tempo delle paure
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Sentire sicurezza nel tempo delle paure

Dario Fortin - Fabio Colombo (edd.)
Franco Angeli, Milano 2011, pp. 318, € 25
Sicurezza: un concetto, un obiettivo, una parola che si è sentita usare o invocare spesso negli anni recenti della storia del nostro Paese. Uno stato d’animo, una situazione forse ideale entrata in maniera incisiva nel dibattito politico, che ne ha fatto un diritto del cittadino: quello di essere tutelato nella propria integrità fisica, ma non solo. Troviamo così cittadini impauriti da un lato e, dall’altro, una classe politica (e dirigente) che invoca il bisogno di sicurezza a partire da constatazioni spesso frettolose che dipingono il momento storico attuale come “il tempo delle paure”. Paure diversificate, come differenti e non sempre conciliabili sono le richieste di sicurezza da parte di chi si percepisce insicuro, forse ancor prima di esserlo. Da queste considerazioni prende le mosse il volume Sentire sicurezza nel tempo delle paure, che vede coinvolti ben 31 autori – psicologi, sociologi, filosofi, operatori e volontari del settore dell’educazione e dell’accoglienza sociale –, ed è frutto di un percorso sul tema della sicurezza promosso dalla Cooperativa Villa S. Ignazio e dalla Fondazione S. Ignazio durato più di due anni e articolato in convegni, laboratori e momenti di confronto con vari gruppi sociali (professionisti, studenti, cittadini). Per facilitarne la fruizione, il volume è diviso in due parti, una in cui si concentrano «Analisi e riflessioni», con riferimenti al mondo della ricerca, sia accademica sia sul campo, mentre la seconda è dedicata a «Esperienze, progetti e metodi» di intervento. Il volume aiuta a riconoscere che la nostra società è estremamente insicura, ma le sue paure sono ben lontane dall’essere chiaramente definite, così come sfuggente è la definizione di uno “stato di sicurezza”. Questa difficoltà è spiegata con l’assunzione – dati alla mano – dell’idea che vi sia uno scarto tra la situazione reale e quella percepita: è il fenomeno delle “persone spaventate”, già introdotto in letteratura dal sociologo Ilvo Diamanti nel 2010 (cfr Diamanti I., «Il commento», in &lt;<a href="http://www.demos.it/2010/">www.demos.it/2010/</a> pdf/1442seconda_edizione_casma.pdf&gt;), a sua volta messo in relazione in Italia con l’aumento del flussi migratori e la conseguente paura del “diverso”, identificato come responsabile del degrado del le città e della crisi del sistema culturale tradizionale. Il libro indaga i presupposti di questo stato di cose esaminando gli strumenti che la legislazione italiana offre in materia di immigrazione e cittadinanza: le più grandi paure della nostra società riguardano infatti il “diverso” anche a causa della confusa risposta politica nazionale al fenomeno migratorio, che ha dato vita a una legislazione «emergenziale» (p. 69), mai pianificata, che dichiarava intrinsecamente uno “stato di emergenza”. Tuttavia, tale approccio «mette in secondo piano la necessità di favorire il processo di integrazione, elemento determinante per raggiungere quella tutela dell’ordine pubblico e della sicurezza che oggi è diventata l’obiettivo pregnante del Legislatore di ogni ordinamento occidentale» (p. 73). Non solo. Nel volume si mette bene in luce la necessità che la popolazione italiana sia sostenuta «dall’apporto di nuove forze straniere», architettando un “pacchetto di integrazione” che sostenga l’inserimento positivo dei migranti nel Paese: «è urgente che la coscienza dell’opinione pubblica […] riconosca nell’integrazione degli stranieri “la migliore garanzia della sicurezza”» (p. 97). Il volume, dopo l’esposizione di quattro casi di studio che indagano il tema della sicurezza tra percezione e realtà – con particolare attenzione ai mass media, alla gestione del capitale sociale nella Regione Marche, alle pene alternative alla detenzione e infine al rapporto con la comunità cinese in Trentino-Alto Adige –, dedica un’intera sezione alla sfera dell’interiorità, il cui primato, di fronte a un fenomeno sociale, “di massa”, viene individuato come vero locus per la costruzione di sicurezza, in relazione dialettica con il principio del piacere, le pratiche meditative e le esperienze di vita. L’interiorità è vista come il luogo nel quale costruire la sicurezza personale, partendo da una relazione educativa che sappia «assicurare l’insicurezza» (p. 177). Anche in questo caso sono illustrati tre casi di studio: i vissuti dei bambini abruzzesi dopo il terremoto del 2009, il disagio in alcuni adolescenti autistici, l’accoglienza sociale a Villa S. Ignazio. Tutte queste esperienze evidenziano un lavoro che pone al centro la persona, in un’analisi attenta ai suoi bisogni interiori e centrata sulla scoperta di risorse che entrano in gioco quando si tratta di superare uno stato di insicurezza che coinvolge tutti gli aspetti della vita: la famiglia, la scuola, la carriera, la considerazione che ognuno ha di sé. A partire dall’esperienza dell’accoglienza si entra quindi nella seconda parte del volume, che raccoglie sette casi di intervento rivolti alla costruzione di sicurezza a partire dai bisogni della persona prima evidenziati. Nei casi di accoglienza di migranti (soprattutto di persone, come i richiedenti asilo, che portano con sé un vissuto carico di paura e di insicurezza) il punto di partenza è l’apprendimento della lingua italiana, strumento imprescindibile di integrazione e di emancipazione della persona, che consente di esprimere la propria interiorità, di essere ascoltati, di instaurare un dialogo con gli altri e di poter quindi condividere il proprio vissuto. Questo è un concetto fondamentale nelle operazioni di pace in zone di conflitto, così come nelle attività di «ethno-counselling » (p. 262 e ss.) e in quelle delle «Reti per la convivenza sociale e la prevenzione dei conflitti» (p. 275 e ss.) all’interno dell’esperienza di Villa S. Ignazio. Una volontà di condivisione che nasce dalla capacità di relazione propria del nostro stesso vivere, accanto alle competenze di autoconsapevolezza, una delle cosiddette «life-skills» (“competenze di vita”, p. 269 e ss.) individuate dall’Organizzazione mondiale della sanità. La promozione delle buone pratiche del dialogo e della relazione da una parte e del pensiero critico e autoconsapevole dall’altra è il vero motore di un processo che può riportare la visione del fenomeno insicurezza-paura in una giusta prospettiva, un osservatorio costruito su solide basi esperienziali, dal quale guardare alla società impaurita e alle radici della paura stessa, distinguendo tra istinti ineliminabili, e anzi necessari per stare al mondo, e distorsioni operate dalle sovrastrutture culturali, politiche e massmediatiche del tempo in cui viviamo. Si tratta di un cambiamento culturale, fondato e graduale, capace di prevenire quelle «tendenze naziste » – etichetta con cui Giuliano Pontara (p. 27) identifica i fondamentalismi di varie tipologie: religiose, politiche ma anche economiche; atteggiamenti discriminatori, aggressivi e violenti; disprezzo del diverso e del debole –, latenti nel continente europeo, che minacciano la sicurezza della popolazione al pari dei fenomeni criminali e che, soprattutto, mettono in discussione la stessa «fiducia sociale» (p. 31) alla base delle convenzioni e delle istituzioni civili. Sentire sicurezza nel tempo delle paure è un libro corale, come tante sono le voci di chi invoca sicurezza. Uno studio su un tema che “fa paura”, sul quale il silenzio di una parte politica si è rivelato fallimentare e i proclami dell’altra parte ancora più inquietanti. La dialettica tra sicurezza e insicurezza passa, in ultima analisi, attraverso la fiducia che ogni soggetto giudicante può accordare alle varie “facce” della società: ai mass media, con la possibilità di scelta di “canali” di informazione preferenziali; alle istituzioni, alle quali ci si richiama in periodi di tempesta per scongiurare il rischio di un disordine che costituisce forse la massima paura sociale; a un tessuto sociale che possa accogliere noi e le nostre paure e che nel contempo ci investa di quella dose di fiducia necessaria per sentirci parte integrante di una società. Una fiducia che necessariamente contiene in sé il rischio: il rischio di aprirsi all’altro, di dare fiducia a qualcuno o qualcosa, di mettersi in relazione. Ed è qui che il cerchio si chiude: non con la ricetta per un mondo “sicuro”, ma con una proposta per una vera e propria controcultura della fiducia, quotidianamente costruita da quella rete di enti e persone ampiamente rappresentata nel libro.

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