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I segni dei tempi

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«Quando si fa sera, voi dite: "Bel tempo, il cielo rosseggia"; e al mattino: "Oggi burrasca, perché il cielo è rosso cupo". Sapete dunque interpretare l'aspetto del cielo e non siete capaci di interpretare i segni dei tempi?» (Matteo 16, 2-3).
Gli avvenimenti drammatici che segnano la nostra storia interpellano in profondità persone e società sulla condizione umana: catastrofi cosmiche (terremoti, epidemie) o eventi politici (rivoluzioni, guerre, genocidi). E si sollevano gli interrogativi: perché? come? di chi è la colpa? All'inizio del secolo dei Lumi, il terremoto che distrusse Lisbona (1755) offrì a Voltaire e ai filosofi l'occasione di lanciare questi grandi interrogativi critici, che ancora risuonano dopo la Shoah, l'AIDS e gli tsunami. Da sempre, prima la fede ebraica e poi la fede cristiana si sono fatte carico di queste domande e interpretazioni storiche. Cristo stesso fu un giorno interpellato sul senso di una catastrofe (il crollo della torre di Siloe) e di un incomprensibile avvenimento politico-religioso (il massacro a opera di Pilato di alcuni devoti galilei che stavano offrendo sacrifici rituali, Luca 13, 1-5). La parabola della meteorologia usata da Gesù si inscrive precisamente in questo interrogativo: di che cosa i tempi sono segno?

I tempi secondo la Sacra Scrittura
Il senso della meteorologia apre al secondo senso del tempo, quello del calendario, la durata. È il tempo di "domani", tra quello di ieri, della storia, e quello dell'avvenire. I testi biblici ci collocano all'interno di una durata che ha un senso, di una storia che ha un inizio e una fine: ci sono stati dei "primi giorni", ci saranno degli "ultimi giorni". Questa storia giunge a noi attraverso generazioni, quelle dei "tempi antichi", e noi siamo in cammino verso "tempi nuovi". Questa storia, che la Bibbia ci racconta, è quella delle alleanze tra Dio e gli uomini: storia tumultuosa di rifiuti e di ritorni. Conserviamo memoria dei grandi testimoni di alleanze: Abramo e i patriarchi, Mosè e i profeti.
In questa lettura spicca la nozione di "momento" (kairòs): termine che designa sempre un presente, un "adesso" decisivo che risuona dall'ieri all'oggi. I grandi momenti dell'antica alleanza ruotano attorno alla Pasqua - la liberazione dall'Egitto - annunciandola o ripetendola e, similmente, il momento decisivo per i cristiani è la Pasqua di Gesù Cristo, che si attua nella sua passione, morte e risurrezione, e l'annuncio del suo ritorno.
È questa la visione dei tempi che la parabola di Gesù evoca: le realtà terrestri, vissute, ci invitano a capire quelle del Regno di Dio che viene e ci chiamano alla vigilanza, alla conversione.

Letture ecclesiali
La lettura dell'attualità sociale è una tradizione relativamente moderna, ma ben consolidata nella Chiesa. Ogni enciclica della sua dottrina sociale nasce a partire dalla lettura di eventi di dimensione sociale e culturale che segnano l'epoca e che alcuni cristiani hanno affrontato prima che le autorità ecclesiali intervenissero.
Ecco alcuni esempi. L'attenzione a "realtà nuove" si ritrova nei passaggi circostanziati delle singole encicliche. Per la prima di esse - appunto chiamata Rerum novarum (1891) - , è la «condizione degli operai» nello sviluppo dell'industria capitalista e la presa di coscienza di classe (RN, n. 1). Quarant'anni dopo, la Quadragesimo anno (1931) rilegge i frutti positivi di questa lettura e la precisa in maniera tematica, ma rileva avvenimenti nuovi: l'egemonia del potere economico, le ideologie socialista e comunista, la scristianizzazione dei costumi (QA, parte III).
Analogamente, nella Mater et magistra (1961) Giovanni XXIII sottolinea i cambiamenti sociali più recenti: le innovazioni scientifiche, tecniche (in particolare l'uso dell'energia nucleare), sociali, politiche, specialmente sul piano internazionale, e rileva, giudicandoli con favore, eventi quali il disarmo, i diritti dell'uomo, lo sviluppo. Infine, è da menzionare la celebre affermazione di Paolo VI nell'enciclica Populorum progressio (1967) sullo sviluppo dei popoli: «la questione sociale ha acquistato dimensione mondiale» (PP, n. 3).
Le riprese di questa serie storicamente situata nei "nostri tempi" continuano, specialmente in occasione di anniversari, come la Octogesima adveniens (1971) di Paolo VI; ancora più esplicitamente con le lettere encicliche praticamente decennali di Giovanni Paolo Il: Laborem exercens (1981), Sollicitudo rei socialis (1987, 20° anniversario della Populorum progressio), Centesimus annus (1994). Nel 2009 l'enciclica di Benedetto XVI Caritas in veritate si inscrive esplicitamente in questa fedeltà alla Populorum progressio (cap. I). La Chiesa cattolica vive, e ne ha consapevolezza, situata nella storia degli uomini: la sua è continuità dell'attenzione nella novità delle situazioni.
L'espressione «segni dei tempi», resa popolare da Giovanni XXIII nel Concilio Vaticano II, compare nel decreto sul ministero e la vita sacerdotale (Presbyterorum ordinis, n. 9) e all'inizio della Gaudium et spes: «è dovere permanente della Chiesa di scrutare i segni dei tempi e di interpretarli alla luce del Vangelo, così che, in modo adatto a ciascuna generazione, possa rispondere ai perenni interrogativi degli uomini sul senso della vita presente e futura e sulle loro relazioni reciproche» (GS, n. 4). Più oltre, un brano spiega in cosa consiste questo procedimento spirituale: «Il popolo di Dio, mosso dalla fede con cui crede di essere condotto dallo Spirito del Signore che riempie l'universo, cerca di discernere negli avvenimenti, nelle richieste e nelle aspirazioni, cui prende parte insieme con gli altri uomini del nostro tempo, quali siano i veri segni della presenza o del disegno di Dio» (GS, n. 11). In sintesi: invito a discernere nello Spirito Santo, con un discernimento positivo e non solo in termini di deplorazione.

Per leggere i tempi, per leggere il nostro tempo
I segni sono da osservare non "nel cielo", ma nel nostro mondo, in tutte le realtà umane. L'accostamento alla meteorologia indica che essi riguardano vasti settori dell'umanità, se non tutti gli abitanti della terra, e in ogni caso delle realtà sociali. Si tratta di levare gli occhi e di scrutare una realtà al tempo stesso quotidiana e nuova, per interpretarla. In tutte queste realtà umane, intese in tutto il loro spessore, anche come portatrici di questioni esistenziali, il cristiano è invitato a riconoscere segni di realtà divine, e cioè del disegno di Dio sull'umanità, dalle sue origini fino alla sua fine, passando per l'attualità. Sono segni del Regno di Dio, realtà finale (escatologica), ma in corso di realizzazione: Gesù annuncia che esso «è vicino». Il disegno di Dio nella storia degli uomini fu annunciato dai profeti e reso attuale nella venuta del Cristo, che invita a impegnarsi in esso.
Per riconoscere i segni dei tempi occorre credere e capire che è il medesimo e unico Spirito di Dio che opera nell'universo, nella storia e nel cuore degli uomini. Il presupposto del cammino proprio della fede è una convergenza tra la soggettività degli osservatori che pongono domande e l'oggettività dei segni.
Chi discerne i segni? Fondamentalmente, colui che procede su un cammino di fede, vale a dire il soggetto toccato nella sua coscienza e animato dallo Spirito Santo. Ma, secondo il Concilio Vaticano II, è anche al tempo stesso la Chiesa, come soggetto collettivo, che discerne veramente i segni. Questo punto richiede una spiegazioni. Dire "Chiesa" non è unicamente designare le autorità riconosciute in essa, ma il popolo di Dio, persone e comunità. Il carisma del discernimento non va identificato con quello dell'autorità, è piuttosto quello della profezia di Gioele richiamata da Pietro: «i vostri figli e le vostre figlie profetizzeranno» (Atti 2, 17).
Proponiamo alcune figure di compagni di fede da privilegiare in questo dialogo che si attua nell'ambito della Chiesa sotto la mozione dello Spirito. In primo luogo gli umili e i piccoli: coloro di cui il Cristo ha riconosciuto con gioia che vedevano ciò che è stato nascosto ai sapienti e ai dotti. E ancora, secondo le Beatitudini, i puri di cuore, gli assetati di giustizia, i misericordiosi. Coloro che sono portati davanti ai tribunali per il nome di Cristo: a partire dagli Apostoli, attraverso i secoli e oggi ancora, sono stati e sono sempre numerosi. Gesù li ha collocati nella stirpe dei veri profeti. La forza della loro parola davanti ai giudici è sorprendente per tutti e specialmente per il popolo di Dio. Le comunità, gruppi e movimenti che si radunano in nome del Vangelo, e che si aiutano reciprocamente a crescere nella fede, nella speranza e nella carità nella loro vita. Talvolta "grandi voci" che risuonano nel cuore di molti, voci "profetiche". Infine i vescovi e i pastori, i responsabili delle comunità nei loro rapporti vitali con tutti questi compagni di fede.
L'elaborazione concreta dei testi della dottrina sociale della Chiesa non implica soltanto le autorità gerarchiche romane, ma anche le scoperte a opera di cristiani socialmente impegnati, il lavoro di istituzioni di ricerca e riflessione sociali, osservatori, teologi e filosofi, tutti impegnati in un vasto dialogo.
Ma ci sono uomini e donne che, senza appartenere in modo visibile alla Chiesa, vanno presi in considerazione in questo discernimento? Sì, senza alcun dubbio: si tratta di "uomini di buona volontà", di quei pastori in veglia a cui il Signore annuncia la sua pace, e di quei "Magi venuti dall'Oriente" che hanno visto "sorgere una stella". Il Concilio lo affermava nel passo sopra citato: «negli avvenimenti, nelle richieste e nelle aspirazioni, cui prende parte insieme con gli altri uomini del nostro tempo», il popolo di Dio «cerca di discernere [...] quali siano i veri segni della presenza o del disegno di Dio» (GS, n. 11).
Tali segni fanno appello alla coscienza umana, la stimolano al bene, suscitano cammini di conversione (trasformazione) dei cuori.

Luoghi da osservare
Anzitutto la creazione nella sua bellezza, grandezza e fragilità. Oggi essa ci appare mutevole, fragile e minacciata dall'uomo stesso, ha una storia condivisa con l'umanità, la quale prova nei suoi confronti paura e senso di responsabilità. La coscienza ecologica non sarebbe forse un "segno dei tempi"? La "natura umana" non si trova forse minacciata dalle pretese di migliorarla?
Da osservare sono gli avvenimenti, non solo le catastrofi che hanno potuto indurre a scoprire la debolezza dell'uomo e il bisogno di salvezza. All'epoca del Concilio, nella linea delle encicliche sociali, uno sguardo più ottimista si è posato su alcuni eventi culturali e sociali: lo sviluppo di istituzioni internazionali per la pace e la giustizia, la fine dell'era coloniale, l'emancipazione delle donne. Una certa utopia attraversava la Chiesa. Oggi questo si verifica di meno e noi siamo consapevoli delle "minacce" della situazione, insite specialmente nella globalizzazione del nostro mondo e nelle vertigini della biomedicina. Ma il realismo può forse bloccare ogni tentativo di discernimento? «Non abbiate paura», ripeteva Giovanni Paolo II. Catastrofismo o ammirazione eccessiva sono insidie che ostacolano la lettura dei segni dei tempi. Né la Bibbia né l'insegnamento sociale della Chiesa sono la sfera di cristallo di una cartomante, e la teologia stessa rischia di smarrirsi in letture semplicistiche di liberazione o di castigo.
La Gaudium et spes invitava a prendere in considerazione tre realtà nelle quali si fa sentire un appello: gli avvenimenti, le esigenze (i valori), le richieste (cfr GS, n. 11). I valori sono ciò che tocca la coscienza morale e che si condivide con altri, determinando l'unione tra gli uomini a livello del meglio che è in loro: ad esempio, il rispetto di ogni uomo nella sua dignità. Le richieste si collocano, come i valori, nella coscienza, ma in forma di vuoto: le insoddisfazioni profonde e le proteste davanti all'ingiustizia o di fronte al vuoto di senso. Esse creano forze sociali attive. Valori e richieste esprimono giudizi. Gli avvenimenti, specialmente quelli politici, sono più difficili da valutare, poiché vi si mescolano bene e male. Ma il termine punta sull'inatteso, e risponde all'appello ripetuto di Cristo alla "vigilanza" a proposito del Regno che arriverà "come un ladro".

Interrogativi per discernere i segni
Nei soggetti che leggono i segni, qual è il livello della libertà? La lettura del segno implica una chiamata, non una pressione ideologica; un aumento di fede, speranza e carità e un impegno attivo, senza paura delle mediazioni sociali. Chiunque riconosce in un avvenimento uno stimolo a impegnare la propria libertà per promuovere una maggiore giustizia o verità, in ciò potrebbe intravedere qualche luce dello Spirito di Gesù Cristo.
Tra i soggetti che osservano i segni, qual è la comunicazione? Nel Vangelo e negli Atti degli Apostoli si osservano incontri e una comunicazione tra quanti sono stati toccati dallo "Spirito". Quando, nella Chiesa o attorno ad essa, si sviluppano tali incontri e tali comunità di discernimento, ciò a sua volta costituisce un segno.
A partire dalla realtà stessa di ciò che esprime un "significato", occorre riferirsi a vari criteri. Anzitutto, la veracità di un segno si riconosce nel suo spessore umano. Poi nella sua somiglianza con un avvenimento riportato nella Sacra Scrittura come un segno. Ciò vale anche e soprattutto quando questo segno appare scandaloso agli occhi del mondo, come la crocifissione di Gesù o la morte dei martiri. Il segno è detto "dei tempi", cioè dell'istante vissuto, come la meteorologia e la storia: un segno appare e può scomparire, come un baleno o la stella dei Magi. Ma va dall'Oriente all'Occidente, e la sua traccia resta nella memoria di coloro che sono in cammino.
Oggetto di sorpresa, di scandalo o di ammirazione, i segni dei tempi non chiamano a una semplice contemplazione estetica. Comportano una chiamata a rispondere, e talvolta indicano il luogo della risposta. Rispondere significa agire. E coloro che rispondono diventano segno per altri. Il "segno di Giona" a cui Gesù rinvia quanti gli domandano un segno dal cielo, non consiste nel fatto che il profeta sia uscito vivente dal mostro marino, ma nel fatto che gli abitanti di Ninive abbiano cambiato vita all'ascolto della sua parola.
Il segno della Risurrezione del Cristo non è il fatto che egli appaia sulle nubi del cielo, bensì il fatto che uomini e donne si convertono alla sua chiamata, impegnando le loro vite nell'amore di Dio e dei loro fratelli.

* La rubrica «Cristiani e cittadini» è realizzata in collaborazione con il CERAS (Centre de Recherche et Action Sociales di Parigi) e la sua rivista Projet. I testi originali sono disponibili sul sito <www.ceras-projet.org/dsc>. La traduzione italiana è a cura di Rocco Baione SJ. Per i testi del magistero si fa riferimento alla versione disponibile su <www.vatican.va>.

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