Lavoro

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Nel trattare il tema del lavoro, il discorso sociale della Chiesa - dalla Rerum novarum (l'enciclica di Leone XIII del 1891; cfr Aggiornamenti Sociali, 3 [2012] 258-262) a oggi, passando per l'enciclica Laborem exercens (1981) - evoca sempre in filigrana il contrasto esistente tra aspetti positivi e aspetti negativi del lavoro, tra la pena inevitabile e la crescita in umanità che esso comporta. Vi si trova anche la preoccupazione costante di trattare del lavoro a partire da ciò che esso produce nelle persone. Lo attesta la denuncia, fin dal 1891, delle «condizioni di immeritata miseria» (RN, n. 2, 1) imposte ai lavoratori.
Per esporre la concezione cristiana del lavoro ci fonderemo principalmente sulla Laborem exercens di Giovanni Paolo II, la sola enciclica interamente consacrata a questo tema. L'idea centrale è che il lavoro è l'attività umana per eccellenza. Lavorando, l'essere umano imita Dio, «poiché porta in sé - egli solo - il singolare elemento della somiglianza con lui» (LE, n. 25).
Quattro elementi strutturano questo testo: il rapporto con la creazione, la relazione tra capitale e lavoro, la dignità dell'uomo, la solidarietà.

Il rapporto con la creazione
Il discorso pontificio si fonda sul primo capitolo della Genesi: il lavoro del Creatore (la creazione) è affidato all'uomo perché lo continui e lo faccia fruttificare: «Nell'adempimento di tale mandato, l'uomo, ogni essere umano, riflette l'azione stessa del Creatore dell'universo» (LE, n. 4, 2). Il progetto di Dio è di destinare i beni di questo mondo all'insieme dell'umanità e non a un piccolo gruppo. Lavorando, l'uomo si confronta con una realtà che gli è esteriore e da ciò risulta ingrandito. Se il lavoro è una necessità per vivere, l'uomo realizza in esso anche la sua vocazione di riempire la terra e di dominare la natura, al fine di non essere dominato da essa. Osserviamo tuttavia che questo compito si inserisce in una prospettiva che ignora le preoccupazioni ambientali di oggi.
Per Giovanni Paolo II, l'uomo è un soggetto consapevole e libero quando sottomette la terra, e pertanto il suo lavoro ha un valore etico. Come Dio contemplò l'opera da lui compiuta ogni giorno della creazione (cfr Genesi 1, 4.10.12.18.21.25.31), così l'uomo partecipa alla creazione e glorifica Dio lavorando. Sempre riferendosi al testo della Genesi, il Papa esige per l'uomo il riposo settimanale, quel «riposo che il Signore riserva ai suoi servi e amici» (LE, n. 25; cfr Matteo 25, 21), finalizzato al rendimento di grazie più che al ripristino delle forze del lavoratore.
D'altra parte, quest'opera umana di sottomissione della natura non è un'attività solitaria: partecipare a questa impresa permette di esprimere la solidarietà tra i lavoratori, di fronte sia alla competizione esterna, sia ai conflitti interni.

La dignità dell'uomo
Se il lavoro in tutte le sue forme è legato alla pena nella tradizione cristiana (cfr Genesi 3, 17) - molti testi infatti richiamano il rapporto tra il peccato e le forme di alienazione nel lavoro -, quest'ultimo, nel discorso sociale della Chiesa, è anzitutto una espressione della dignità dell'uomo. La persona umana, quindi, non deve essere degradata nell'ambito del lavoro, né alienata da esso. La sua finalità, al contrario, è di permettere all'uomo di costruire se stesso. Nel discorso all'assemblea dell'Organizzazione internazionale del lavoro (OIL) per il 50° anniversario della sua fondazione (1969), Paolo VI rende omaggio ai lavoratori e offre loro come modello il Cristo carpentiere.
Dodici anni dopo, davanti alla medesima assemblea, Giovanni Paolo II sviluppa la stessa idea: dietro ogni lavoro, fisico o intellettuale, di creazione, di esecuzione o di riproduzione, «c'è sempre un soggetto vivente: la persona umana. È da ciò che il lavoro trae il suo valore e la sua dignità» (Discorso all'assemblea dell'OIL, 1982, n. 2). Se l'uomo si realizza e compie la propria vocazione nel lavoro, allora il lavoro serve l'uomo. E Giovanni Paolo II approfitta di questa occasione per rallegrarsi dell'opera compiuta dall'OIL, volta a meglio prendere in considerazione il lavoro nella sua relazione con l'uomo.
Resta comunque la questione: «Il lavoro è un bene per l'uomo?». Interrogativo che viene formulato, ad esempio, dal Comitato per il mondo operaio (organo dell'episcopato francese) in un testo del maggio 2000, il quale richiama che le condizioni di lavoro determinate dalle attuali «esigenze di adattamento e di flessibilità» sono fonte di stress e di precarietà (cfr «Le travail est-il pour l'homme?»). Da Leone XIII a oggi, molti testi del magistero sociale deplorano che troppo spesso il lavoro venga imposto all'uomo in condizioni "indegne".

La relazione tra capitale e lavoro
Per Leone XIII le due classi sociali (quella dei proprietari e quella dei lavoratori) sono destinate «ad unirsi armoniosamente e a mantenersi in un perfetto equilibrio. L'una ha assoluto bisogno dell'altra: non può esserci capitale senza lavoro, né lavoro senza capitale» (RN, n. 15, 2). I doveri degli operai e quelli dei proprietari si completano per raggiungere un medesimo obiettivo: realizzare un ordine morale e sociale in cui la religione distruggerà il male. Se la Rerum novarum utilizza un vocabolario marxista - ma la nozione di "classe" non può forse prescindere da Marx? -, è per meglio opporsi al marxismo. L'argomentazione si costruisce in risposta al "socialismo" dell'epoca e contro di esso: il rapporto degli uomini tra loro non può definirsi anzitutto in base alla lotta di classe. Questo discorso resta segnato dal neotomismo, che considera le disuguaglianze sociali come differenze inerenti alla condizione "naturale" dell'umanità.
I successori di Leone XIII, pur facendo costante riferimento a questa sua fondamentale enciclica, muteranno vocabolario ed evolveranno notevolmente circa la questione della relazione tra capitale e lavoro, che essi rifiutano di mettere sullo stesso piano. Giovanni XXIII afferma che oggi «si nutre maggiore fiducia nei redditi che hanno come fonte il lavoro o diritti fondati sul lavoro, che nei redditi che hanno come fonte il capitale o diritti fondati sul capitale» (enciclica Mater et magistra, n. 106).
Giovanni Paolo II, da parte sua, consacra un intero capitolo della LE (cap. III, nn. 11-15) alla questione del rapporto tra capitale e lavoro: per lui il capitale è anzitutto il complesso delle ricchezze della natura, ma anche il sapere e la tecnica, come pure i mezzi di produzione, compresi quelli finanziari. Rifiutando di porre su un piano di parità capitale e lavoro come fossero due fattori di produzione equivalenti, egli riafferma il primato del lavoro sul capitale.
Benedetto XVI si spinge ancora più oltre nella riflessione sul posto del lavoro nello sviluppo economico. Per lui, il mercato non deve essere l'unico principio di organizzazione economica: «La vita economica ha senz'altro bisogno del contratto per regolare i rapporti di scambio tra valori equivalenti. Ma ha altresì bisogno di leggi giuste e di forme di ridistribuzione guidate dalla politica, e inoltre di opere che rechino impresso lo spirito del dono» (Caritas in veritate, n. 37). Sulla base del mercato (economico), regolato dalla politica, la logica del dono senza contropartita permette di costruire un bene comune più ampio. Certo, il Papa non chiede che lo scambio e il dono reggano tutta la vita dell'impresa, ma tali riferimenti sono necessari per proteggere l'uomo, perché "il mercato non deve diventare di per sé il luogo della sopraffazione del forte sul debole" (CV, n. 36).

La solidarietà
La solidarietà è una delle manifestazioni della dignità dei lavoratori. Già Paolo VI, nella lettera apostolica Octogesima adveniens (1971), si preoccupava delle vittime dei mutamenti economici, facilmente trascurate ed emarginate, ed esigeva un discernimento «per cogliere alla radice le situazioni frutto di ingiustizia» (OA, n. 15). Per combattere l'ingiustizia tanto nell'impresa quanto su scala mondiale, la solidarietà è necessaria tra gli uomini. Per i Papi più recenti, essa giustifica i conflitti sociali e talvolta lo stesso sciopero, di cui viene riconosciuto il "diritto". Su questo punto la LE (n. 20) rompe con la posizione di Leone XIII (cfr RN, n. 31) e con quella di Pio XI, il quale auspicava che lo sciopero fosse vietato allo stesso titolo della serrata (cfr QA, n. 101).
«Secondo il Vangelo, che ispira la dottrina sociale della Chiesa, questa solidarietà è il complemento della giustizia. In questo caso la giustizia consiste nel riconoscere la dignità di ogni soggetto del lavoro, il suo diritto a un lavoro equamente remunerato e fattore di sviluppo per la persona e per l'intero corpo sociale. Non può esserci una reale giustizia là dove l'insieme dei soggetti, tramite loro organismi rappresentativi, non sono associati né alla gestione né ai frutti del lavoro». Così si esprimeva il vescovo di Metz (Francia), nel 2008, a proposito dei licenziamenti effettuati nella industria siderurgica a Grandrange. Esplicitava così alcuni temi ricorrenti nel discorso sociale cattolico a partire dal Concilio Vaticano II. Sia nel discorso del 1982 all'assemblea dell'OIL a Ginevra, sia nella Centesimus annus (enciclica pubblicata nel centenario della Rerum novarum, nel 1991), Giovanni Paolo II aveva messo in guardia contro la minaccia della disoccupazione, che priva il lavoratore dei suoi diritti a un giusto salario e alla sicurezza. E precisava: «gli individui, quanto più sono indifesi in una società, tanto più necessitano dell'interessamento e della cura degli altri e, in particolare, dell'intervento dell'autorità pubblica» (CA, n. 10).
Il lavoro, per essere umano, deve rispettare tutta la persona e tutte le persone. È dovere della Chiesa, secondo Giovanni Paolo II, richiamare queste condizioni, perché «solo a partire da una giusta concezione del lavoro sarà possibile definire gli obiettivi che la solidarietà deve perseguire e le diverse forme che dovrà assumere» (Discorso all'assemblea dell'OIL, 1982, n. 8).

Un discorso troppo generale?
Alla lettura di questi testi si avverte forse l'impressione di un certo scarto tra quanto essi dicono e la realtà delle condizioni di lavoro nel mondo occidentale postindustriale. Se il magistero pontificio non cessa di levare la voce contro le forme moderne di schiavitù esistenti in molti Paesi in via di sviluppo (specialmente il lavoro dei bambini), non si limita forse a richiami troppo generali nei confronti delle forme moderne di sfruttamento dei lavoratori in molte imprese dei Paesi sviluppati? Il suo discorso sulla dignità del lavoro umano, per quanto fondamentale e giusto, rischia di essere percepito come astratto, in assenza di riferimenti alle situazioni concrete che attentano oggi a tale dignità: dipendenza dei salariati nei confronti delle imprese, mancanza di riconoscimento degli sforzi da essi realizzati, disumanità delle condizioni di esercizio di certe professioni, obbligo imposto ai quadri di restare "connessi" in permanenza mediante internet o la rete telefonica: tutto ciò genera sofferenze le cui conseguenze sono a volte drammatiche. La responsabilità dell'uomo che lavora diventa sempre più individualizzata; le relazioni di lavoro ne sono colpite, la solidarietà ne soffre. Una nuova rivoluzione, legata all'eccessiva finanziarizzazione dell'attività economica, sta modificando in profondità le condizioni di lavoro di un gran numero di donne e di uomini. Ci si aspetterebbe che il discorso sociale della Chiesa prendesse maggiormente in considerazione queste evoluzioni recenti, per ridare tutto il suo vigore all'affermazione più tradizionale secondo la quale l'uomo deve restare padrone del suo lavoro.
Si potrebbe fare una osservazione analoga rispetto alla disoccupazione: quando i non diplomati rischiano sempre più di essere esclusi dal mondo del lavoro, quando i lavoratori interinali non possono trovare un senso al lavoro che è soltanto un "impiego", quando i lavoratori precari sono sballottati tra contratti a tempo determinato, quando gli occupati a tempo molto parziale avvertono nel trattamento che ricevono l'assenza di rispetto per le loro persone, l'imperativo etico della lotta contro la disoccupazione esigerebbe un invito più fermo a inventare nuove vie per ridurla. Difendere l'uomo al lavoro è la preoccupazione costante dei papi. Ma il discorso sociale della Chiesa trarrebbe vantaggio dall'adattarsi meglio alle reali condizioni locali del suo esercizio. Sarebbe allora più udibile da coloro che si rifiutano di rassegnarsi e credono che il Regno di Dio può venire anche nel mondo del lavoro.

Dal globale al locale
Il discorso sociale della Chiesa si costruisce a molti livelli: internazionale, continentale, nazionale, diocesano, parrocchiale, locale. I testi pontifici hanno la funzione di stimolare e alimentare gli altri livelli. Svolgono perfettamente il loro ruolo richiamando semplicemente, ma fermamente, che il lavoro deve essere al servizio dell'uomo e non l'uomo al servizio del lavoro. Spetta a tutti coloro che formano la Chiesa assumersi la responsabilità di lottare per non restare prigionieri della propria vita professionale e di promuovere la solidarietà nelle imprese e nella società intera. Se il discorso pontificio, tenuto a una certa generalità - si indirizza infatti al mondo intero -, si colloca soprattutto al livello dei riferimenti antropologici e teologici, gli episcopati nazionali esprimono spesso la loro preoccupazione a proposito di determinate conseguenze delle evoluzioni economiche - in particolare, la crisi finanziaria - che gravano sui lavoratori.
Ci si deve forse attendere dalle dichiarazioni pontificie che entrino nel dettaglio di tutte le nostre condizioni quotidiane, che si preoccupino delle aperture di centri commerciali e dei mutamenti della durata del lavoro in determinati Paesi? Violazioni più drammatiche della dignità umana, come le condizioni inaccettabili del lavoro dei bambini in una parte del mondo, esigono più solenni condanne.
Il mancato riconoscimento della dignità umana supera il quadro delle condizioni di lavoro: esso si ripercuote sulla vita collettiva nelle società, in cui vivono gli uni accanto agli altri lavoratori e disoccupati, cittadini autoctoni e immigrati. Per questo motivo alcuni preti operai francesi, riuniti a Pentecoste del 2008, hanno chiesto che la Chiesa osi andare incontro agli uomini e alle altre confessioni religiose, «nello spirito di colui che cerca e che ha bisogno degli altri per progredire nella verità». A loro parere, le resistenze collettive dei lavoratori costituiscono «le pietre angolari della costruzione di una umanità solidale, fraterna e pacificata». Ricordando «che il mondo del lavoro giustifica iniziative specifiche e che la Chiesa ha il dovere di consacrare a ciò delle risorse sotto pena di mancare alla sua missione», essi chiedono che «nuovi gruppi missionari diversificati, con laici, religiose, diaconi e preti operai siano inviati in terra operaia» (cfr il testo dell'appello dei preti operai in La Documentation catholique, ottobre 2008). Alcuni vi vedranno una battaglia di retroguardia, altri un salutare grido di allarme: la Chiesa deve tradurre in scelte pastorali la sua convinzione che il mondo del lavoro resta centrale per il futuro della dignità umana.

Risorse
CA = Giovanni Paolo II, lettera enciclica Centesimus annus, 1991
CV = Benedetto XVI, lettera enciclica Caritas in veritate, 2009.
LE = Giovanni Paolo II, lettera enciclica Laborem exercens, 1981.
MM = Giovanni XXIII, lettera enciclica Mater et magistra, 1961.
OA = Paolo VI, lettera apostolica Octogesima adveniens, 1971.
QA = Pio XI, lettera enciclica Quadragesimo anno, 1931.
RN = Leone XIII, lettera enciclica Rerum novarum, 1891.
«Sur les routes humaines en terre ouvrière. Appel des prêtres ouvriers pour leur rencontre nationale à Valpré-Ecully (Rhône)», in La Documentation catholique, 2410, 19 ottobre 2008.
«Le travail est-il pour l'homme? Déclaration du Comité épiscopal du monde ouvrier et du Secrétariat national de la Mission ouvrière pour le 1er mai 2000», in La Documentation catholique, 2226, 21 maggio 2000.
Giovanni Paolo II, Discorso ai partecipanti alla 68ª sessione della Conferenza internazionale del lavoro, 15 giugno 1982.
Paolo VI, Discorso all'Assemblea dell'Organizzazione internazionale del lavoro nel 50° anniversario della sua fondazione, 10 giugno 1969.

* La rubrica «Cristiani e cittadini» è realizzata in collaborazione con il CERAS (Centre de Recherche et Action Sociales di Parigi) e la sua rivista Projet. I testi originali sono disponibili sul sito <www.ceras-projet.org/dsc>. La traduzione italiana è a cura di Rocco Baione SJ. Per i testi del magistero si fa riferimento alla versione disponibile su <www.vatican.va>.

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