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Rerum novarum

L'apogeo della prima rivoluzione industriale. I cristiani e il movimento operaio alla vigilia della Rerum novarum. Leone XIII e la redazione della Rerum novarum. Dalla diagnosi ai veri rimedi. Un'eco fugace e una duratura eredità
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Pubblicata il 15 maggio 1891, l'enciclica Rerum novarum di Leone XIII su "La condizione degli operai" è considerata come l'atto originario della dottrina sociale della Chiesa. È sempre difficile parlare di una origine storica, poiché inevitabilmente essa è preceduta da preliminari che studi ulteriori consentono di illuminare. È alla luce delle interpretazioni successive che si afferma l'originalità di un dato momento. Affrontando la "questione sociale", di cui molti altri si erano occupati nei cinquant'anni precedenti, che cosa ha fatto, che cosa ha innovato, che cosa ha inaugurato colui che è stato in seguito chiamato il "Papa degli operai"?

L'apogeo della prima rivoluzione industriale
Iniziato alla fine del XVIII secolo, lungo il XIX lo sviluppo industriale procede con un ritmo di crescente accelerazione, pur attraversando crisi economiche più o meno cicliche. Nel 1891 - piuttosto un periodo di recessione - la produzione mondiale di carbone e di acciaio è in piena crescita e i forni convertitori di Thomas faranno compiere alla siderurgia un ulteriore balzo tecnicologico in avanti. Le ferrovie hanno perforato le Alpi e la loro rete collega le città europee, così come attraversa gli Stati Uniti. Le flotte commerciali delle potenze europee si ingrandiscono, alla ricerca di merci e in concomitanza con le conquiste coloniali. Il telegrafo permette di comunicare istantaneamente dappertutto, e l'elettricità comincia a essere usata per i trasporti, la metallurgia, la chimica, l'illuminazione urbana. Gli Stati sorvegliano i potenti istituti bancari.
Questo grandioso sviluppo delle industrie ha un risvolto sociale: la questione operaia. Le rivoluzioni (quelle del 1848, la Comune di Parigi del 1871), gli scioperi accompagnati da manifestazioni violente e le sommosse che si verificano in molti Paesi, consentono a tutti, in particolare alle autorità, di prendere consapevolezza dell'esistenza del problema, anche se forse non della sua natura e ampiezza. In realtà, infatti, i Paesi più industrializzati conservano la loro fisionomia prevalentemente rurale e le classi dirigenti non si avvedono che ha avuto inizio il calo degli addetti all'agricoltura.
Il movimento operaio, da parte sua, sviluppa la propria coscienza, la propria organizzazione, la propria tradizione; i socialisti, seguaci di Pierre-Joseph Proudhon, di Ferdinand Lassalle e di Karl Marx gli propongono le loro dottrine. Si diffonde il sindacalismo operaio. L'Inghilterra è partita per prima con le Trade Union, che continuano una antica tradizione di spirito riformistico inserendosi nel nuovo sistema e, ben presto, nel gioco politico. Negli Stati Uniti i Knights of Labor (Cavalieri del lavoro) raggiungono nel 1886 i 700mila aderenti, e la Federazione americana del lavoro, creata nel medesimo anno, supera i 100mila. In Europa, alla testa del movimento è il sindacalismo tedesco, le cui tre tendenze si sono fuse nel Congresso di Gotha (1875) e che raggruppa 300mila membri. Infine, nell'ultimo decennio del secolo, scoccherà l'ora del sindacalismo internazionale.
Sotto la pressione di questi diversi fattori, hanno visto la luce alcune conquiste sociali e anche elementi di legislazione sociale.

I cristiani e il movimento operaio alla vigilia della Rerum novarum
La questione sociale era oggetto di attenzione da parte dei cristiani e degli uomini di Chiesa assai prima che Leone XIII lanciasse il suo grande appello. Certo, se si osserva la Chiesa nel suo complesso, domina l'impressione che la paura delle rivoluzioni violente e una tendenza alla restaurazione dell'ordine sociale, concepito ancora secondo un modello a prevalenza rurale, abbiano reso vano l'allarme dato da una prima generazione di socialisti cristiani. Sembra che la Chiesa, malgrado la questione politica che la oppone agli Stati laicisti, realizzi progressivamente un'alleanza di fatto con la borghesia dominante. Di fronte a tale atteggiamento, il movimento operaio inasprisce il proprio anticlericalismo.
Tuttavia, a partire dal 1848, alte personalità cattoliche fanno sentire la loro voce: i card. de Bonald a Lione, Manning a Manchester e Gibbons a Baltimora, e mons. von Ketteler a Magonza, giudicano severamente le strutture economiche responsabili della proletarizzazione. Più ancora, incoraggiano movimenti di azione e di riflessione, gestiti da minoranze di laici, che saranno denominati "cristiani sociali" in Germania, Austria e Svizzera e "cattolici sociali" in Francia, Italia e Spagna.
Sul piano teorico e dottrinale spicca la figura di mons. von Ketteler: indubbiamente influenzati dalla lettura e anche dall'incontro con un teorico socialista come Lassalle, i suoi discorsi, le sue lettere e la sua opera La questione operaia e il cristianesimo (1864) mettono in discussione la struttura sociale derivata dal liberalismo e propongono come soluzione le riforme legislative e la gestione da parte degli operai del proprio lavoro, cioè le cooperative di produzione.
Per uno straordinario concorso di circostanze, i primi cattolici sociali francesi conobbero il pensiero di von Ketteler nel momento in cui il trauma della Comune di Parigi aveva provocato in loro una viva presa di coscienza della questione sociale. Spiccano i nomi di René de La Tour du Pin, piuttosto un teorico della critica al capitalismo e della proposta di intervento da parte dello Stato; di Albert de Mun, grande figura di oratore parlamentare (in favore delle leggi sui sindacati e sui limiti del lavoro delle donne, o a sostegno del progetto di una conferenza internazionale sul lavoro) e fondatore dell'Opera dei circoli cattolici operai; di Léon Harmel, democratico e uomo di azione, come attestano la sua azienda-cooperativa e i pellegrinaggi di operai a Roma da lui guidati. Ma si nota in Francia anche un altro movimento di cattolici che si interessano della questione sociale, la "scuola di Angers", che propone non un progetto di controrivoluzione sociale, ma un riassetto del funzionamento del sistema liberale secondo lo spirito della carità cristiana; essi rimproverano ai precedenti una mancanza di realismo di fronte alle necessità dell'economia.
Mons. Gioacchino Pecci, il futuro Leone XIII, all'epoca in cui era vescovo di Perugia si era preoccupato della miseria operaia e aveva trattato la questione sociale nelle lettere quaresimali. Salito al pontificato, manifestò ben presto l'intenzione di pronunciarsi in proposito e se ne trovano accenni in molteplici interventi. Nel 1882 costituì a tal fine a Roma un "comitato ristretto", che, tra altre eminenti personalità, includeva mons. Gaspard Mermillod. Quest'ultimo, vescovo di Ginevra in esilio, aveva già promosso incontri internazionali informali tra cattolici sociali e cristiani sociali, da cui erano emerse tesi comuni. Il comitato ne diffuse molte nello stesso anno: sulla proprietà e sui diritti rispettivi dei proprietari, dei dirigenti e dei lavoratori; tali tesi si allontanavano dalla linea liberale.
Attorno a mons. Mermillod gli incontri si allargarono e, per coordinare le ricerche dei gruppi nazionali di Roma, Francoforte e Parigi, i loro membri crearono l'Unione di Friburgo. Quest'ultima, alla vigilia della Rerum novarum, contava sessanta membri e aveva affrontato molti problemi: il sindacalismo, il regime corporativo, l'organizzazione dell'industria, la questione agraria, il salario, le assicurazioni operaie, la regolamentazione internazionale della produzione industriale.

Leone XIII e la redazione della Rerum novarum
La grande statura intellettuale e politica di Leone XIII emerge inattesa in un momento in cui la "questione romana" sembrava aver confinato il papato nella cittadella vaticana. Leone XIII ha colto i problemi chiave della propria epoca: la nuova forma degli Stati e delle loro relazioni, la questione operaia nel mondo industriale. Ha intuito anche le nuove possibilità: comunicazioni facilitate, ruolo prevalentemente morale che la Chiesa può svolgere, efficacia della centralizzazione romana. Nella sostanza, il suo pensiero è classico, addirittura conservatore: non si transige sulla "tesi" in materia dottrinale, ma il campo di applicazione, l'"ipotesi", esige apertura e flessibilità, perfino audacia. In Europa e negli Stati Uniti, i cristiani all'avanguardia nella ricerca di giustizia in materia sociale, in particolare l'Unione di Friburgo, si sentirono presto sostenuti dal pontefice.
Quattro avvenimenti contribuirono alla maturazione dell'enciclica. Dagli Stati Uniti il card. Gibbons viene a perorare con successo a Roma la causa dei Knights of Labor, sindacato in lotta contro i monopoli e accusato di costituire una società segreta. A Londra il card. Manning partecipa direttamente al negoziato che, il 4 novembre 1889, si conclude con l'accoglimento delle rivendicazioni dei dockers (scaricatori portuali) in sciopero; Leone XIII segue da vicino questo intervento. A Berlino, nel 1890, l'imperatore Guglielmo II, riprendendo l'idea dello svizzero Gaspard Decurtins di convocare una conferenza internazionale sul lavoro, domanda l'appoggio del papa. Infine, dal 1885, Léon Harmel guida in pellegrinaggio alla Città eterna interi treni di operai che, a migliaia, vengono ricevuti in udienza dal "loro" papa.
L'attesa enciclica è maturata attraverso la riflessione e sotto la spinta dell'urgenza. L'elaborazione del testo passa attraverso quattro redazioni: una prima del 1890 di p. Matteo Liberatore, gesuita italiano, discepolo in materia sociale e politica di p. Luigi Taparelli d'Azeglio (altro gesuita italiano e fratello del più noto Massimo) e membro dell'Unione di Friburgo; una del card. Zigliara, poi rivista dal p. Liberatore e dal card. Mazzella; infine, quarta fase, la traduzione latina di mons. Volpini apporterà ancora ritocchi significativi, ad esempio l'inciso sui "sindacati separati" (associazioni di soli operai, a differenza di quelle miste di operai e padroni, sul modello delle corporazioni). Tra il primo schema, molto corporativista, e l'ultima redazione, fu aggiunta la sottolineatura del carattere volontario e libero delle associazioni professionali. Sembra che Leone XIII, nonostante i suoi legami con l'Unione di Friburgo, abbia tenuto a una redazione abbastanza indipendente dalle varie scuole.

Dalla diagnosi ai veri rimedi
La struttura dell'enciclica è semplice: dopo poche frasi di penetrante descrizione del "male sociale", un capitolo critica il "falso rimedio" che è il socialismo, nocivo nelle sue conseguenze, ingiusto nella sostanza perché disconosce la proprietà privata, essenziale alla natura umana, e perché imposta in maniera errata i rapporti fra lo Stato, la famiglia e i beni; segue la lunga parte fondamentale che si sviluppa attorno a tre soggetti indispensabili per guarire questo male sociale: la Chiesa che insegna e agisce (nn. 13-24), lo Stato che interviene ai fini del bene comune (nn. 25-35), le associazioni professionali (di proprietari e di operai) che devono organizzare il campo sociale (nn. 36-44). La conclusione è un richiamo ai diversi attori sociali.
Il tono diretto e la densità del preambolo della Rerum novarum conferiscono, ancor oggi, all'appello di Leone XIII una risonanza profetica sul tema dello sviluppo. È nei preamboli dei documenti sociali, inoltre, che verrà spesso ricordato perché e in nome di che cosa parla la Chiesa. Fondamento dottrinale e momento storico interagiscono. Gli interventi storici della Chiesa sono tanto "atti" quanto formulazioni dottrinali che procedono dai principi alle azioni pratiche. La storia della Rerum novarum mostra come essi nascano da «ciò che lo Spirito dice alle Chiese» (cfr Apocalisse 2-3) attraverso alcuni dei loro membri, anche se appartenenti a una minoranza.
La teoria sottesa alla riflessione della Rerum novarum è quella delle legge naturale e del diritto naturale, nella forma tomistica recuperata e rinnovata dai padri Taparelli d'Azeglio e Liberatore in materia socio-politica. La legge naturale è l'iscrizione dell'impronta di Dio in ogni coscienza umana, che implica una chiamata a fare il bene e la conoscenza dei principi morali universali. La conoscenza della legge naturale può essere stata oscurata dal peccato, ma non annullata. La Rivelazione manifesta in che modo Dio sana la natura umana ferita e illumina di luce nuova quella legge, infondendo in pari tempo lo Spirito di carità. È per questo che la Chiesa osa e deve parlare della natura umana e della legge naturale. Il "diritto naturale" è, in sostanza, l'oggettivazione di tale legge. Ad esso si devono conformare le leggi emanate dagli uomini. Talune realtà sono di diritto naturale (conformi e necessarie alla natura umana): la famiglia, la società civile, la proprietà, il lavoro, l'associazione, ecc.
Questo stesso schema di base sarà utilizzato in tutti i successivi documenti pontifici fino al Concilio Vaticano II. Gli accenti più cristologici si introducono solo a poco a poco nell'insegnamento morale, e dunque in quello sociale. Con la Rerum novarum il riferimento esplicito a Cristo compare a proposito del mistero del male (l'iniquità, la violenza), a proposito del capovolgimento evangelico dei valori, soprattutto della povertà, e infine quando si tratta della carità. Ma tutte le qualità e virtù dell'ordine sociale, tutti i principi richiamati (unione, giustizia, fraternità) hanno una tonalità evangelica.
I temi principali della Rerum novarum sono quelli che già attiravano l'attenzione delle scuole sociali: il diritto di proprietà, il capitalismo, il salario, l'intervento dello Stato nell'economia, le associazioni (corporazioni o sindacati). Alcuni di questi problemi erano in discussione tra i cattolici sociali; uno è rimasto celebre a motivo dello spiraglio introdotto nell'ultima redazione dell'enciclica: sono necessarie corporazioni o sindacati "misti", che raggruppino datori di lavoro e lavoratori, o si possono accettare sindacati di soli lavoratori? L'apertura discreta a questi ultimi permetterà la nascita del sindacalismo cristiano o confessionale e, più tardi, la partecipazione dei cattolici al sindacalismo non confessionale. Per questa via si realizzerà la loro completa partecipazione al movimento operaio che da principio li respingeva.

Un'eco fugace e una duratura eredità
Moderata nella sostanza, ma acuta e precisa nell'affrontare i problemi e proveniente dal vertice stesso della Chiesa, l'enciclica ebbe un'eco straordinaria nella stampa. Certuni la qualificarono come manifesto socialista, mentre altri dichiararono che essa aveva fatto cadere per sempre la barriera esistente tra la Chiesa e il mondo moderno. Leone XIII ridava alla Chiesa il prestigio perduto e riscuoteva simpatie. Alcune reazioni di socialisti e di liberali furono piuttosto polemiche: astuzia per ripristinare la teocrazia, ritorno al Medioevo, rifiuto della libertà... Infine, i moderati si interrogavano sulla sua applicazione: un rigido dogma o delle aperture da allargare?
I cattolici sociali e i cristiani sociali accolsero con gioia la Rerum novarum, e furono loro ad assicurarne la durata nel tempo. Tuttavia riapparvero alcune divaricazioni tra le scuole. Ma, soprattutto, quei cristiani rimasero una minoranza e la loro azione fu lenta a farsi sentire sulla società, come fu lento il passaggio dell'insegnamento sociale nella formazione dei sacerdoti e dei laici. Il liberalismo dei datori di lavoro cedette ben poco di fronte a queste audaci posizioni. I cattolici sociali appartenenti alle classi agiate ebbero per molto tempo contatti difficili e maldestri con gli operai che essi volevano educare ad assumersi le loro responsabilità. Quarant'anni dopo, nel 1931, Pio XI, prima di riassumere i frutti apportati dalla Rerum novarum, constatava a proposito dei cattolici: «i troppo tenaci dell'antico disdegnavano questa nuova filosofia sociale, i pusillanimi paventavano di ascendere a tanta altezza; taluno anche vi fu, che pure ammirando questa luce, la riputava come un ideale chimerico di perfezione più desiderabile che attuabile» (lettera enciclica Quadragesimo anno, n. 14).
Lenta germinazione! Eppure alla Rerum novarum risalgono oggi i cattolici ogni qualvolta vogliono designare l'atto originario con cui la Chiesa intera è stata chiamata ad affrontare la questione sociale nel cuore del mondo moderno.

* La rubrica «Cristiani e cittadini» è realizzata in collaborazione con il CERAS (Centre de Recherche et Action Sociales di Parigi) e la sua rivista Projet. I testi originali sono disponibili sul sito <www.ceras-projet.org/dsc>. La traduzione italiana è a cura di Rocco Baione SJ. Per i testi del magistero si fa riferimento alla versione disponibile su <www.vatican.va>.

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