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Nostalgia della luce

Patricio Guzmán
I Wonder Pictures, Francia, Germania, Cile, Spagna, USA 2010 (uscito in Italia nel 2016). Documentario, durata: 90 min
Fascicolo: 

La trama

Il paesaggio brullo del deserto più secco del mondo, in Cile, diventa il luogo di incontro tra diverse memorie: quella di una nazione che non ha ancora avviato un vero processo di recupero della memoria storica del periodo della dittatura di Pinochet, quella del passato precolombiano e infine quella della terra come pianeta, con la sua conformazione geologica, in fondo una traccia del passato in senso chimico-fisico.

Il deserto dell’Atacama, nel nord del Cile, è uno dei posti più secchi sulla terra. L’assenza di umidità e la distanza da qualsiasi luogo abitato lo hanno reso, per gli astronomi, un luogo privilegiato dove installare telescopi ottici e radiali per indagare le profondità dello spazio. L’aria straordinariamente pulita e la pressoché totale assenza di nubi concedono anche all’occhio umano di perdersi nella grandezza dell’universo. Il regista cileno Patricio Guzmán elegge questo luogo a crocevia di storie nel suo documentario personale Nostalgia della luce. Il film è stato presentato in concorso al Festival di Cannes nel 2010, ma è arrivato sugli schermi italiani con un ritardo di oltre sei anni, il 28 aprile 2016, insieme all’ultimo documentario di Guzmán, La memoria dell’acqua del 2015; l’interesse per questo genere cinematografico è stato suscitato forse dal successo riscosso quest’anno a Berlino da Gianfranco Rosi, vincitore dell’Orso d’oro con Fuocoammare.

Nostalgia della luce ha una struttura marcatamente letteraria, data dal ricorso alla voce narrante del regista stesso, che intreccia storie e interviste con momenti di riflessione personale che possono ricordare la stesura, in forma audiovisiva, di un vero e proprio diario autobiografico. È la voce tranquilla dello stesso Guzmán a introdurre lo spettatore nelle sequenze iniziali e a raccontare come si sia avvicinato all’Atacama spinto dalla passione infantile per l’astronomia e dall’entusiasmo per Jules Verne (a cui dedicò un altro bellissimo documentario nel 2005), ed è un senso d’innocente stupore ad accompagnare le prime immagini di galassie e stelle, magnificamente fotografate dall’operatore Katell Dijann. Mentre i primi minuti sembrano letteralmente trasportare lo spettatore verso un viaggio spaziale, un brusco taglio di montaggio spegne la notte stellata della Via lattea per accendere l’accecante sole del deserto cileno, incontrando così il primo personaggio di un lungo viaggio fatto di interviste intrecciate.

Un archeologo, che ha il suo campo base a pochi chilometri dal telescopio della NASA, le cui immagini aprono il film, racconta come il clima estremamente secco e l’assenza di precipitazioni trasformino l’ecosistema dell’Atacama in un luogo unico al mondo, in cui gli oggetti si conservano oltre i normali tempi di decomposizione. Senza umidità, i batteri sono molto meno attivi e resti umani e animali riescono a preservarsi per migliaia di anni. Nel sito in cui si svolge l’intervista sono state rinvenute le mummie più antiche mai scoperte, datate ben 7.000 anni prima della venuta di Cristo. Gli oggetti con cui tali corpi venivano inumati sembrano essere tanto distanti e misteriosi quanto le stelle osservate a distanza ravvicinata dal telescopio dalla NASA delle prime inquadrature.

Mantenendo una pressoché totale unità di luogo, la macchina da presa si sposta poi lungo il pendio che dista pochi metri dal sito archeologico per rivelare un nuovo scenario: una miniera abbandonata di salnitro. La cava, parte di uno dei 170 villaggi minerari del deserto, è stata uno dei siti fondamentali per lo sviluppo dei processi chimici che hanno portato allo produzione della pellicola cinematografica. La particolare purezza del nitrato di potassio rinvenuto nell’Atacama ha infatti permesso il processo di generazione della celluloide. Quella stessa miniera, Chacabuco, abbandonata negli anni ’50 a seguito della sostituzione della celluloide (altamente infiammabile) con l’acetato di cellulosa nell’industria cinefotografica, è stata lo sfondo di una delle più grandi tragedie della storia recente del Cile. Durante la dittatura di Pinochet (1973-1990), infatti, il regime decise di utilizzare il vicino paese minerario come campo di concentramento per studenti e contestatori. I militari cileni non dovettero fare altro che porre filo spinato attorno al villaggio, distante decine di chilometri dal più vicino centro abitato, per impedire qualsiasi fuga. In un gioco di montaggio simmetrico, il gesto dell’archeologo di togliere la sabbia per portare alla luce le mummie viene ripreso da alcune donne che, si scopre in seguito, appartengono a un’associazione di madri di desaparecidos. Il regista si avvicina così al vero tema del film: la memoria. Come gli astrofisici e gli archeologi, anche queste madri lavorano per riportare alla luce qualcosa di cui non sembra esserci memoria.

Se lo scopo del telescopio della NASA è quello di fotografare il passato dell’universo e il suo sguardo è rivolto a stelle che sono esistite centinaia di migliaia di anni fa, il fine del lavorio quotidiano delle madri è di indagare su un passato personale e ritrovare anche un piccolo frammento di ciò che sono stati i loro figli. Per capire la profonda svolta stilistica di Nostalgia della luce è importante andare a indagare prima di tutto nella vita privata di Guzmán, che al colpo di Stato cileno e alla memoria del suo Paese ha dedicato la propria carriera artistica. Il regista cileno, infatti, è un caso estremamente interessante nella storia del cinema. Il suo percorso registico, che ha ottenuto importanti riconoscimenti e premi (l’ultimo dei quali alla più recente edizione del Festival del cinema di Berlino), è stato segnato dalla necessità di raccontare al mondo la storia della dittatura di Pinochet e delle ripercussioni antropologiche del genocidio. Forse solo il regista francese Claude Lanzmann, con il tema della shoah, ha caratterizzato in maniera altrettanto marcata il proprio percorso registico, dedicando al recupero di una memoria storica la sua intera carriera.

Il lavoro di Guzmán è emblematico di un movimento che molti ricercatori del cinema come Hamid Naficy hanno chiamato “cinema diasporico latinoamericano”, o almeno di una delle sue istanze principali: quella dell’esilio politico. Per capire l’importanza di Nostalgia della luce bisogna infatti fare un passo indietro nel percorso del regista cileno, che richiamò l’attenzione internazionale con la trilogia documentaria La battaglia del Cile, approdata nelle sale cinematografiche tra 1976 e 1979. All’epoca, Guzmán e la sua squadra stavano filmando le azioni politiche di Salvador Allende e del fronte di Unità popolare, saliti al potere nel 1970, con l’intenzione di raccontare il graduale progresso del socialismo nel Paese, ma durante la lavorazione del film, l’11 settembre del 1973, si ritrovarono invece a raccontare in prima persona il colpo di Stato di Pinochet. Leonardo Henrichsen, direttore della fotografia e migliore amico di Guzmán, mentre riprendeva i battaglioni del reggimento blindato che si erano impadroniti del palazzo del Governo, rimase ucciso da uno dei militari di Pinochet, filmando così in prima persona la propria morte. Il film – un originale insieme di cinema diretto, reportage investigativo e analisi politica – fu fatto uscire illegalmente dal Paese e venne poi distribuito nei grandi festival internazionali. La battaglia del Cile, come ogni sua opera successiva – En nombre de Dios (1987), Chile, la memoria obstinada (1997), El Caso Pinochet (2001), Salvador Allende (2004) – fu permeata da una forte invettiva nei confronti del Governo di Pinochet e animata da un profondo dolore personale.

Con Nostalgia della luce, Guzmán intraprende un altro viaggio cinematografico verso l’amnesia cronica del Cile di oggi (rappresentata metaforicamente tanto dalla sabbia che ricopre le mummie, quanto dal buio dello spazio più profondo), un Paese perseguitato dallo spettro della giustizia. In questo documentario, a quasi quarant’anni di distanza dagli eventi e dalle figure che avevano caratterizzato La battaglia del Cile, il tono registico abbandona qualsiasi acrimonia per abbracciare una profonda malinconia. La rabbia e il bisogno di giustizia vengono sostituiti da una necessità più profonda: l’esigenza di ricordare. In un Paese in cui i carnefici camminano tranquillamente per le strade – magistrale la sequenza in cui viene raccontato lo shock provato da un uomo torturato durante la dittatura che, una volta in libertà, si trova a condividere lo stesso pianerottolo con il proprio aguzzino –, il cinema non è più militante, non accusa più i collaboratori del regime, ma cerca disperatamente di riportare alla luce le esistenze delle vittime, fosse solo in forma di un frammento di vestito o di una foto stropicciata.

Il regista racconta la Nostalgia della luce attraverso le testimonianze dei superstiti: è il senso di mancanza che gli internati nel campo di Chacabuco – dopo aver vissuto per anni nell’Atacama – provano per il sole del deserto. Tale drammatica nostalgia, legata a eventi così traumatici, sembra però accomunare Guzmán ai suoi intervistati. Anche lui, a sua volta detenuto politico, seppur per un breve periodo, racconta la propria incapacità di tornare a vivere normalmente a Santiago e di riprendere la propria vita. La nostalgia, seppur causata da eventi così violenti, risponde a un bisogno umano profondo. Laddove il Cile di oggi guarda al futuro e cerca di eliminare ogni traccia del suo passato sanguinario, la memoria è l’unica forma di resistenza all’annientamento. Di fronte alla barbarie della storia, sembra chiosare nelle ultime sequenze il regista, nessun gesto ha senso, se non quello del ricordare.

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